Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Spese dei comuni e fantasie tributarie

«Corriere della Sera», 23 gennaio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 10-13

 

 

 

Le tabelle pubblicate sul «Corriere» intorno agli stipendi e ai salari dei dipendenti dal municipio di Milano hanno fatto molta impressione nel pubblico. In due sensi opposti. Gli impiegati dello stato (ad eccezione forse dei ferrovieri) e quelli di molti altri comuni, le cui paghe sono ad un livello notevolmente inferiore, cominceranno ad agitarsi, ritenendo di essere trattati sperequatamente ed ingiustamente. Il professore d’università, il quale, caro viveri compreso, arriva oggi ad un massimo di 1.200 lire al mese e giungerà domani, col provento delle esercitazioni e delle propine d’esame, in qualche caso estremo di grande università e di lunga anzianità, a forse 1.500 lire, mantenendosi nella grande maggioranza dei casi molto al disotto di questa cifra, intorno alle 1.000 lire, troverà invidiabile la sorte dei preparatori del museo milanese di storia naturale, i quali vanno da 1.217 a 1.599 lire; e non poche insegnanti di scuole medie riterranno di aver sbagliato carriera riflettendo alle 998-1.178 lire mensili delle vigilatrici scolastiche, vulgo, salvo errore, bidelle. E, pur non volendo affermare che i direttori degli uffici delle imposte siano troppo pagati con 1.735-2.253 lire al mese, salvo l’indennità speciale dei capi-ufficio, non si può a meno di riflettere che il ministro delle finanze d’Italia ha uno stipendio netto non superiore a quello iniziale del direttore degli uffici tributari milanesi e che nessuno dei direttori generali al ministero delle finanze arriva, carico d’anni e di quinquenni, a quel livello, sebbene ciascuno di essi abbia la responsabilità di gestioni di miliardi di lire all’anno.

 

 

Certo, se si considerano in astratto, anche le paghe milanesi non sono alte in confronto a quelle correnti all’estero. Uno studioso cauto, come il prof. Giorgio Mortara, in un suo eccellente volume di Previsioni economiche per il 1921 testé pubblicato, calcola che la potenza d’acquisto del salario nordamericano sia almeno tre volte maggiore di quella del salario italiano, e che meno profondo, ma pur notevole sia il divario del tenor di vita in confronto all’Inghilterra e alla Francia. Ma egli fa il confronto tra i salari di 4 dollari al giorno negli Stati uniti e di 20 lire tra noi, mentre i salari milanesi di cui si discorre vanno per gli spazzini dalle 31 alle 43 lire al giorno e per le altre categorie di agenti e salariati, supposti 300 giorni lavorativi all’anno, vanno da 37 a 64 lire al giorno. Sicché, in certi gradi, i dipendenti salariati del municipio di Milano verrebbero ad avere salari aventi una potenza di acquisto non inferiore a quella dei salari americani.

 

 

Ora, tutto si può fare fuorché con una torta piccola fare porzioni uguali a quelle che risultano da una torta grossa. E la nostra torta della produzione è infinitamente più piccola di quella nordamericana; né, col solo aumentare stipendi e salari, ingrossa d’un subito. Ingrosserà, col tempo e col favore di molte circostanze, fra cui non ultime la voglia di lavorare e l’astensione da inutili agitazioni. Finché non cresca, aumenti di salari e di stipendi come quelli milanesi non si possono effettuare se non portando via la parte che spetta agli altri. È quello che sta avvenendo. Stato e comuni, a gara, sotto la pressione di richieste crescenti dei loro dipendenti, aumentano a tutto andare le imposte, ossia scemano la parte del reddito nazionale spettante a coloro che non sono impiegati pubblici. Per un po’ la cosa poté andare, perché di fatto la ripartizione era tale da lasciare un margine a favore dei contribuenti. Oggi non più. Il periodo della prosperità è passato; i prezzi all’ingrosso non salgono più; in molte industrie vi è crisi di domanda e in alcune si lavora per magazzino, il che è una pericolosa forma di lavorare. Proprio in questo momento critico, quando i redditi dei privati diminuiscono, viene il fisco a chiedere aumenti pazzeschi di imposte. Ha cominciato lo stato a raddoppiare certe aliquote senza garbo e senza criterio, in guisa che taluni contribuenti, come i gerenti di società industriali, i quali hanno la disgrazia di esercitare mestieri odiosi agli uomini politici e agli impiegati, rimangono in camicia, peggio dei loro scrivani. Vengono ora i municipi e minacciano di commettere le peggiori scelleraggini tributarie. A Milano, ad esempio, il municipio accarezza l’idea di aumentare da 10 a 50 centesimi la sovrimposta sui redditi di ricchezza mobile. Questi, che hanno l’aria innocente e si dicono «centesimi», in realtà significano che industriali, commercianti, professionisti, i quali pagano già dal 18 al 22% per sola ricchezza mobile e poi un’infinita altra filastrocca di tributi, come la complementare, la tassa per l’assistenza, il contributo straordinario di guerra, la tassa camerale, e devono nel tempo stesso sottostare alle rate enormi arretrate della avocazione dei sovraprofitti di guerra, dovrebbero pagare al comune, invece che il 2%, come si fa ora, dal 9 all’11% in più. E dopo ciò, una non piccola tassa di famiglia. Badisi che coloro, che dovrebbero pagare queste aliquote disordinate, ossia in tutto, senza calcolare i sovraprofitti di guerra, dal 30 al 40%, sono gente che spesso ha redditi inferiori a quelli dei salariati ed impiegati municipali, che questi redditi li ha aleatori, variabili, senza diritto a pensioni, a congedi annuali. C’è qualche buon motivo perché l’impiegato municipale con 2.000 lire al mese di stipendio paghi il 9% d’imposta, e il professionista con lo stesso reddito paghi tre o quattro volte tanto?

 

 

A Torino, il municipio, il quale si trova pieno di debiti, è vero, e con un grossissimo disavanzo annuo, come quasi tutti i comuni italiani, progetta un’altra novità singolare. Oltre a crescere molte altre imposte, con un programma abbastanza ragionevole di ripartizione, vuole per il 1921 appropriare a se stesso la futura imposta complementare di stato, che fu rinviata al 1922. Poiché fu rinviata, prendiamola, ha pensato l’assessore torinese per le finanze, intanto noi per il 1921; ed aumentiamo le aliquote dell’imposta di famiglia a quel livello dall’1 al 25% che lo stato pensa di stabilire nel 1922. L’anno venturo, qualche santo provvederà; o, dinanzi allo stato di fatto precostituito, il governo dovrà concederci un indennizzo per il provento toltoci.

 

 

Il ragionamento è fino; ma lo stato non lo può tollerare, senza che nelle pubbliche finanze si introduca il caos. Non deve essere ammesso che i comuni si appropriino in anticipazione delle imposte che spettano allo stato. Il contribuente, ricordiamolo bene, è uno solo; e non è possibile spennarlo successivamente due o tre volte. Solo lo stato può dire fino a qual punto massimo di spennacchiamento si può arrivare. Prima della guerra, un’imposta che arrivava al 10% era detta «alta» da tutte le persone ragionevoli ed il 20% era considerato il massimo della pressione tollerabile. Oggi, quelle cifre si possono raddoppiare; ma neppure i più fanatici ammiratori dello stato possono affermare che quelle percentuali raddoppiate possano sorpassarsi, salvo casi particolarissimi, senza porre in pericolo la molla della produzione e del lavoro dei contribuenti. E quelle aliquote devono essere globali, complessive per tutte le imposte di stato e quelle locali, di qualunque specie, dirette ed indirette, prese insieme. Non si può racimolare qua il 10, là il 5, altrove il 20 e così via, arrivando a totali fantastici. La distribuzione del massimo fra stato, province, comuni e altri enti deve essere fatta con una legge organica. Un disegno all’uopo esiste, elaborato da una commissione reale, accettato dal governo. Bisogna presentarlo sollecitamente e curarne la discussione e l’approvazione. Altrimenti vanno a rotoli le finanze dei comuni. Fa d’uopo che ciò non accada; ma fa d’uopo impedire ad ogni costo che nel frattempo i comuni facciano sperimenti fantasiosi, tirino a sé tutta la coltre e lascino lo stato allo scoperto. Se v’è qualche comune, il quale ha promesso troppo e non sa come accomodare il bilancio, si applichi la procedura che la legge prescrive in simili casi. Altra volta, in caso di comuni insolventi, furono nominate commissioni liquidatrici, che vennero a trattative con tutte le categorie di interessati e rimisero la finanza in carreggiata. Per ora, non c’è ragione di ricorrere a tali rimedi estremi. I comuni debbono resistere a nuove richieste di spese, ridurre gli oneri esistenti ed applicare le imposte consentite dalle leggi e dai regolamenti. Debbono poi premere sul governo e sul parlamento affinché la riforma dei tributi locali sia presto un fatto compiuto. Questa è la via da percorrere. Non quella della persecuzione fiscale.

 

 

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