Spese nuove e imposte inutili. Non può far niente il senato?

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/03/1911

Spese nuove e imposte inutili. Non può far niente il senato?

«Corriere della sera», 17 marzo 1911

 

 

 

Nella recente discussione per la sua riforma, il Senato ha dimostrato di volere questo: che sia meno rigidamente interpretato l’articolo dello Statuto che sancisce la preminenza della Camera elettiva in materia di spese e di tributi. Io non voglio qui discutere quale sia il significato vero di quell’articolo. So soltanto che le Camere elettive vanno diventando dappertutto – non e`, consoliamocene, un malanno specifico italiano – sempre più immeritevoli del privilegio che gli Statuti e le consuetudini loro attribuiscono. Sorte per difendere i popoli contro le manie spenderecce dei sovrani, le Camere elettive sono diventate dappertutto una fucina di spese, e per conseguenza di imposte, senza limiti e senza criterio. Si votano allegramente, per interessi particolari, spese che un quarto di secolo addietro avrebbero fatto scandalo. Quando poi si tratta di pagarle, nessuno vuol toccare le imposte dirette che farebbero strillare le masse dei contribuenti: si dà un giro di torchio al meccanismo delle imposte sui consumi cosidetti di lusso e un altro giro alle tasse sugli affari. Tanto, non è forse bene limitare ai proletari il consumo del tabacco e non è simpatico dar addosso agli affaristi? Nulla importa se in tal modo si sperperino riserve tributarie preziose per i giorni del pericolo. A salvare il paese provvederanno i legislatori dell’avvenire.

 

 

Contro questo andazzo un rimedio si dovrebbe pur trovare e la forza delle cose costringerà a trovarlo. È inutile per ora affannarsi a prevedere come si troverà. Probabilmente la funzione, necessarissima negli Stati moderni, come negli antichi, di «scansadori delle spese o delle imposte superflue» darà lustro e forza a qualche potere di governo ora trascurato, a quel potere che per il primo si accorgerà di interpretare, prendendo le difese dei contribuenti, una grande corrente dell’opinione pubblica. Io non dico che il Senato italiano sia oggi capace di assumersi questa funzione, trascurata dalla Camera elettiva: affermo soltanto che, se lo facesse, acquisterebbe, per ciò solo, forza e vitalità nuove. Né è d’uopo che il Senato si ponga contro le grandi correnti d’idee, che a torto od a ragione, dominano nella Camera elettiva. Il Senato non avrebbe bisogno di diventar liberista quando la Camera fosse protezionista, o viceversa; né di respingere un disegno di imposta progressiva votato, quando lo fosse, dai deputati. No. Basterebbe che, in materia di spese, il Senato respingesse tutti quei disegni di legge che manifestamente non furono dalla Camera elettiva né studiati né vagliati e nemmeno discussi sul serio: quei disegni che, per mille segni, sono stati approvati per interessi particolari: quelli la cui forma è antigiuridica, feconda di trappole fiscali per i contribuenti, insospettate ai deputati che approvarono.

 

 

Nessuno si solleverebbe, se il Senato esercitasse quest’opera sapiente di revisione critica anche nella materia delle spese e dei tributi: o molti plaudirebbero se l’opera fosse inesorabile nel rigetto e non si limitasse ad innocui ordini del giorno.

 

 

E poiché predicare in astratto val poco, addurrò senz’altro, fra i tanti, due esempi di disegni a cui il Senato potrebbe, con vantaggio generale, applicare la sua opera revisionista. Uno ha tratto alle spese, l’altro alle entrate.

 

 

L’on. Raineri, che è uomo di grandi meriti, perché molto ha fatto a pro dell’agricoltura italiana, ha avuto però la maligna idea, in un campo che evidentemente non è il suo, di presentare un disegno di legge di «provvedimenti a favore dell’industria del petrolio», che la Camera ha approvato quasi senza discutere e che il Senato ottimamente farebbe a rigettare senza appello. Che cosa vuole questo disegno di legge? Che si diano, a spese dei contribuenti, 30 lire per metro lineare, oltre i 300 metri di profondità, a coloro che scaveranno dei buchi per cercare petrolio. La Camera, che non si contenta mai di spendere ciò che il Governo propone, volle che il premio fosse portato a 40 lire per quelle provincie in cui prima non si fossero mai scavati buchi per cercarvi petrolio. Volle anche che i buchi si potessero scavare a meno di quei 150 metri di distanza che aveva proposto il Governo per impedire che si sforacchiasse il terreno su uno spazio troppo limitato: e concesse 20 o 25 lire anche ai buchi a distanza tra 50 e 150 metri l’uno dall’altro.

 

 

Alcuni lettori stupiranno, supponendo che si tratti di cose dette per ischerzo. Purtroppo si tratta di cose serie. Lo Stato dovrà spendere per ora 300.000 lire all’anno, che diventeranno 500.000 lire e poi un milione e più, per poco la elegante speculazione attecchisca, per darli ad una industria:

 

 

  • 1) la quale fu protetta con un dazio del 200 % fino al 24 marzo 1907: del 150 % dal 1907 sino al 31 dicembre 1910 e lo è ancora col 100 % a partire dall’1 gennaio del 1911. Qui non si fa questione di protezionismo o di libero scambio. Si dice soltanto che una industria la quale ebbe, nei suoi inizi, una protezione del 200 % sul valore della materia prodotta, che gode ancora adesso e godrà in avvenire, chissà per quanto tempo, di una protezione del 100 %, non merita davvero di ottenere altri sussidi, coi denari dei contribuenti. Quanti degli industriali protetti non sarebbero felici di cambiare i loro dazi con quelli di cui godono gli industriali del petrolio!
  • 2) la quale non potrà trarre nessun giovamento dal premio di 30 o di 40 lire per metro largito dall’erario. Il premio in tanto può stimolare la produzione in quanto l’industriale vi possa fare sopra un affidamento preventivo. Una merce, ad es., vale sul mercato 160 lire e costa 180 a produrla. Nessuno la produce perché si perderebbero L. 20 a quintale. Se il Governo interviene e promette un premio di 30 lire per quintale, qualcuno troverà convenienza a produrre perché rimarranno, togliendo le 20 lire di perdita dalle 30 di premio governativo, 10 lire di guadagno. Non dico che ciò dimostri l’utilità del premio per la società intiera: tutt’altro. Ma almeno si tratta di un ragionamento sensato. Per le miniere di petrolio il ragionamento non corre; e non corre perché nessuno sa a priori se in fondo al buco il petrolio ci sarà o non ci sarà. Poiché il costo lineare di trivellazione ad una certa profondità varia da 150 a 180 lire, un dilemma si impone: o, fatto il buco, non si trova petrolio, come spesse volte accade, ed allora le 30 lire del Governo saranno sprecate insieme con le 120-150 lire del trivellatore: e, in previsione di tale frequente evento, nessuno si indurrà a perdere 120 – 150 lire del proprio, solo per il gusto di perdere altresì 30 lire dei contribuenti. Ovvero il petrolio si trova in quantità sufficiente, ed allora il trivellatore ben volentieri avrebbe speso da solo le 150-180 lire, senza bisogno di nessun aiuto governativo, perché il rendimento del prezioso liquido lo ricompenserà largamente della somma spesa;
  • 3) la quale non fu dimostrato da nessun documento governativo che ottenesse guadagni insufficienti sul capitale realmente investito negli scavi. Si tratta di argomento delicato, su cui non occorre del resto fermarsi: perché l’onere della prova non spetta a chi contrasta ma a chi vuole si spendano i denari dei contribuenti.

 

 

Deplorevole è dunque questo tentativo di creare l’industria dei «trivellatori di Stato» diminuendo, per le miniere di petrolio, quell’alea, quell’incertezza che è la gloria, il tormento, la ragion di vita, di sconfitte e di trionfi dell’industria mineraria.

 

 

I lettori ricorderanno ancora, forse, gli articoli che contro la gragnuola delle nuove tasse sugli affari scrissi nel maggio e nell’agosto dello scorso anno. Nonostante le vivacissime opposizioni che le tassette incontrarono – e a ben ragione – nel ceto industriale e commerciale, la legge passò alla Camera. Alcuni deputati che si erano iscritti a parlar contro, non seppero che il disegno doveva discutersi; e fu un miracolo che sia stato possibile di stornare il pericolo dell’ultimo capoverso dell’art. 33 che avrebbe dato diritto agli agenti fiscali di leggere in tutte le carte, di sfogliare tutti i registri, di spogliare tutta la corrispondenza dei commercianti ed industriali.

 

 

Malgrado ciò, il disegno di legge, quale si trova dinanzi al Senato, è detestabile. Sovratutto perché è mal redatto, pieno di equivoci e di trabocchetti. Sarà una fucina di litigi interminabili tra fisco e contribuenti, una bazza enorme per avvocati e procuratori, se il disegno verrà approvato, così com’e`. Non posso dare di ciò una dimostrazione particolareggiata; chi ne ha vaghezza, la legga sul Sole che da qualche tempo vi sta consacrando una serie di articoli incisivi. Bastino alcuni esempi. Gli atti costitutivi e modificativi delle società devono trascriversi presso la cancelleria dei singoli tribunali dove esse hanno sede o succursali. Secondo il disegno di legge, oltre al presentare i documenti molteplici in diverse copie su carta da bollo, dovranno le società collettive e in accomandita semplice pagare L. 5 e le società per azioni L. 10 di diritto speciale. Il bello è che il disegno di legge non dice se questa tassa andrà pagata in un solo luogo ovvero tante volte quanti sono i tribunali dove dovranno farsi le trascrizioni; né se le 5 o 10 lire siano o no soggette al doppio decimo, né quale sia l’ufficio incaricato della riscossione.

 

 

Altro esempio. I libri dei 500.000 commercianti italiani dovranno per la prima vidimazione del libro giornale e del libro degli inventari pagare la tassa di L. 2,44. Ma che cosa vuol dire prima vidimazione? Dovranno pagare solo una prima volta quando si comincia la tenuta di un libro, o anche in seguito quante volte si aggiungeranno nuovi volumi al primo dello stesso libro giornale o dello stesso libro inventario? E a chi si pagheranno queste L. 2,44 per ciascun libro? Al cancelliere del tribunale? All’Ufficio del registro? All’Ufficio del bollo? Al Demanio? E i libri delle cooperative aventi meno di lire 30.000 di capitale che nei primi 5 anni di esercizio sono esenti da tassa di bollo dovranno assolvere il nuovo diritto di L. 2,44 per i 5 libri che esse devono tenere?

 

 

Ancora le trasformazioni di società dovranno pagare la tassa di L. 1 per ogni 10.000 lire dell’intiero patrimonio sociale. Dovrà o non dovrà la tassa essere assoggettata al doppio decimo? Che cosa s’intende per patrimonio sociale? Sarà il patrimonio netto depurato dai debiti, ovvero il patrimonio lordo e cioe` il cumulo delle attività e passività?

 

 

Sono questi alcuni pochi dei numerosi dubbi che il disegno di legge solleva e che offriranno amplissimo campo all’acume del fisco per esercitarsi ed ai legulei per battagliare, a spese dei disgraziati contribuenti, dinanzi a tutti i gradi di giurisdizione. Ora, se è vero che uno dei compiti del Senato è di vigilare alla esatta, chiara, giuridica formulazione delle leggi, l’intervento suo sarebbe qui urgente. Se anche i suoi emendamenti dovessero far decadere il disegno di legge, nessuno se ne dorrà. L’erario incasserà qualche milione di meno, ma alla perdita sarà agevole far fronte, ove il Senato abbia il coraggio di rifiutare il voto alle 300.000 lire per i trivellatori di Stato, come già lo ebbe di negare il consenso alle 200.000 lire pei disoccupati volontari e come si dovrebbe avere per le innumeri domande, che spuntano come funghi sul fecondo terriccio d’Italia, per ottener sussidi d’ogni fatta a spese dei contribuenti.

 

 

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