Spese ripartite, pareggio e decreti-legge

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/11/1924

Spese ripartite, pareggio e decreti-legge

«Corriere della Sera», 15 novembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 876-880

 

 

 

Le dichiarazioni del presidente del consiglio alla maggioranza relativamente alla finanza attiva producono una impressione diversa da quelle che riguardano la finanza passiva.

 

 

Nella finanza attiva, e cioè in quella che si riferisce alle entrate, il presidente del consiglio si trovava a suo agio. È questo il campo in cui il ministro delle finanze può vantare non piccoli meriti. Ha avuto il torto di abolire due imposte redditizie e, nel loro concetto informatore, ottime: l’imposta successoria e quella sul vino; e di avere sostituito questa con aspri aumenti ai balzelli sul caffè e sullo zucchero, aspri sovratutto poiché incidono non sulle medesime classi bevitrici, sgravate coll’abolizione dell’imposta sul vino, bensì su classi prevalentemente astemie; piccola borghesia, impiegati, vedove, donne con numerosa figliuolanza, per cui il caffè-latte costituisce bene spesso l’unico alimento mattutino e serale. Per questa gente taciturna, la quale calcola le spese al centesimo, i rialzi del prezzo del caffè e dello zucchero sono dolorosissimi.

 

 

Poiché però il giudizio sull’opera di un ministro non si deve dare in base agli errori commessi, probabilmente non per iniziativa sua, in conseguenza della pressione, non contrastata, delle influenze politiche dei viticultori, ma in base all’opera complessiva, debbo ripetere anche ora il giudizio favorevole a quanto, in materia di finanza attiva, ha fatto l’on. De Stefani. Erano pronti, è vero, i progetti ed i decreti – legge, non applicati però e ad ogni anno rinviati, dei suoi predecessori; ed egli li ha sostanzialmente riprodotti. Egli però li ha attuati, il che merita lode non lieve; li ha migliorati, specie per quanto riguarda le aliquote, rimaste nei progetti precedenti micidialmente elevate; e li ha estesi. I progetti riformatori dei ministeri precedenti si limitavano al campo delle imposte dirette sui redditi. L’on. De Stefani ha riformato, sistemato e semplificato anche le imposte sugli affari, sui consumi e quelle suntuarie; ha pubblicato testi unici ed ha reso così un servigio di prim’ordine ai contribuenti. Chi deve pagare imposte o, per ragioni d’ufficio o di professione, maneggiare testi di leggi e di decreti è portato a valutare assai questi meriti.

 

 

Purtroppo, il quadro della finanza passiva non dà luogo a constatazioni altrettanto confortanti. Il tecnico della finanza è stato sopraffatto dai politici della spesa. L’on. De Stefani, quando divenne anche ministro del tesoro, si affrettò a nominare una commissione di censori della spesa, coll’incarico di escogitare e proporre economie severissime. Ognuno ricorda l’intervento dell’on. Mussolini, fiancheggiato da una scorta armata, la quale doveva, colla ferocia dell’aspetto, suffragare le minacciose parole del duce contro chiunque si fosse opposto alle economie.

 

 

Ahimè! quanto paiono lontani quei giorni. Chi parla oggi ancora di economie? A Trieste, il ministro delle finanze si limita ad invocare che possano essere tenuti lontani gli assalitori del bilancio. A Roma, parlando alla maggioranza, il presidente del consiglio si gloria delle spese deliberate dal suo gabinetto.

 

 

Quante e quanto terrificanti sono queste spese di cui il presidente mena vanto! Nove milioni per opere marittime e stradali a Fiume; quaranta milioni pel porto di Genova; qualche centinaio di milioni per l’istituto delle case degli impiegati; altri per l’Ospedale di Santo Spirito; altri per Napoli; mille milioni per la Sardegna; sedici per i comuni e le opere pubbliche dell’Istria, ecc. ecc. In tutto si impegnarono, in ossequio al regio decreto 3 maggio 1923, per i lavori pubblici e la disoccupazione, 109 milioni per l’Alta Italia, 255 per l’Italia media e 2.655 per l’Italia meridionale. Parecchie di queste opere sono senza alcun dubbio economicamente riproduttive, altre sono utili a scopi pubblici. Siamo però ben sicuri che nelle cifre grosse non si nascondano, come si rimproverava avvenisse al buon tempo antico del regime parlamentare, impegni intesi a propiziarsi il favore politico ed elettorale di questa o quella regione?

 

 

Intanto, gli impegni dello stato facenti carico a più esercizi per oneri patrimoniali (esclusi i debiti pubblici), annualità, contributi e assegnazioni straordinarie ripartite, che nella situazione al 31 dicembre 1923 salivano a 12.800 milioni di lire, nella situazione al 30 settembre 1924 ammontano a 17.092 milioni. Sono ben 4.292 milioni di aumento in soli nove mesi. Senza azzardare affermazioni assolute in una materia difficile, che forse soltanto gli iniziati sono in grado di interpretare con sicurezza, ciò parrebbe voler dire che in nove mesi si sono deliberate e rigettate sui bilanci degli anni avvenire, spese per ben 4.292 milioni di lire. Se le cose stanno così, quale è il significato preciso del pareggio quasi raggiunto?

 

 

Nella storia della contabilità pubblica italiana si ricorda l’espediente usato dal Magliani per chiudere in pareggio i bilanci, della creazione di una categoria di spese dette «ultrastraordinarie», le quali si affermava potersi coprire con prestiti, senza che facesse d’uopo fronteggiarle con imposte. Ma poiché la collocazione di una spesa tra le «ordinarie», «straordinarie», od «ultrastraordinarie» è necessariamente in buona parte arbitraria, la distinzione consentiva al ministro del tempo di chiudere il bilancio in pareggio o in disavanzo, facendo passare una spesa da una categoria all’altra. Adesso non esistono più le spese ultrastraordinarie e le spese effettive straordinarie devono coprirsi con entrate effettive, ordinarie o straordinarie, sicché contribuiscono a mettere in evidenza un disavanzo, se questo esiste. Ma se una spesa di 1.000 milioni, deliberata oggi, è distribuita a carico di dieci esercizi futuri, in ragione di 100 milioni l’anno, il bilancio dell’anno in corso è formalmente illeso e quelli successivi appaiono gravati in misura moderata. Il metodo pone parecchi quesiti gravi: se e fino a qual punto debba essere consentito al governo di un anno di ipotecare gli aumenti di entrata degli esercizi successivi; se ed entro quali limiti sia conveniente deliberare una spesa, senza che subito il carico di essa risulti chiaro da un aumento nella parte passiva del bilancio dell’esercizio in corso, o nell’ammontare del debito pubblico.

 

 

L’espediente invero delle assegnazioni di una spesa a più esercizi futuri ha questa singolarissima virtù contabile: che l’importo di essa non appare né nella spesa dell’anno né nella situazione dei debiti.

 

 

Apro il conto del tesoro al 30 settembre 1924 e leggo queste due cifre (in milioni di lire):

 

 

Diminuzione del totale generale dei debiti interni nel trimestre luglio – settembre 1924

 

567,0

Aumento nel trimestre negli impegni per stanziamenti a carico di più esercizi

 

424,0

 

 

Il trimestre luglio – settembre è responsabile solo di 424 milioni di aumento negli stanziamenti a carico di più esercizi, sui 4.292,4 milioni di aumento verificatosi dall’1 gennaio al 30 settembre; ma entro il limite di 424 milioni, noi dobbiamo concludere o che il disavanzo è cresciuto d’altrettanto o che pure d’altrettanto di meno è diminuito il debito pubblico, o che qualcosa di mezzo, un po’ l’una cosa e un po’ l’altra, si è verificato. La lettura del discorso Mussolini fa poi temere che in ottobre e novembre si sia ripresa la corsa all’aumento in questa specie larvata di debito pubblico: i mille milioni recentemente deliberati per la Sardegna ne sono un esempio.

 

 

Sarebbe curioso studiare, alla luce di questi dati, quale delle due forme di governo che noi abbiamo sperimentato, dei gabinetti parlamentari o di quelli dittatoriali, siano più propensi alle elargizioni di lavori pubblici accollati, per la spesa, all’avvenire. A primo tratto, il decreto-legge appare uno strumento più agevole di dispendio. La procedura della legge è lenta, spesso defatigante. Se si presenta un disegno di legge a favore di una regione o di un gruppo, subito sorgono pretese di altre regioni e di altri gruppi. Il pericolo, che del resto esiste altresì col sistema dei decreti-legge, è reso meno fastidioso nel metodo della legge, perché i gruppi contrastanti si elidono, e spesso la legge non approda. Una delle più alte virtù del sistema parlamentare è appunto questa: impedire che certi disegni di legge si trasformino in legge. L’incapacità del parlamento a far leggi fu negli anni scorsi argomento frequente di critiche vivacissime. Critiche irriflessive. Chi sa invece che quasi tutte le novità legislative sono pessime, contrarie al buon senso, all’interesse pubblico, alla stabilità sociale, all’equilibrio dei bilanci pubblici, al progresso della ricchezza privata ed alla sua buona distribuzione, non rifinisce mai di lodare quei sapienti legislatori i quali introdussero nelle costituzioni fondamentali dello stato tanti e tali freni da rendere lente le mutazioni legislative e difficilissime le riforme costituzionali. Sapientissimi agli occhi miei quei Madison, Lay ed Hamilton, i quali vollero che il presidente, la camera dei rappresentanti, il senato e l’Alta corte di giustizia fossero negli Stati uniti così indipendenti l’una dall’altra da paralizzare quasi del tutto l’azione legislativa, cosicché il libro degli statuti (leggi) si potesse arricchire soltanto attraverso a difficoltà le quali parrebbero insopportabili alle impazienze nostrane. Il diritto, esercitato, di veto del presidente, la gelosia dei senatori rappresentanti non di elettori singoli ma di stati confederati, la facoltà, oramai incontrastata, dell’Alta corte di dichiarare nulle le leggi che, a giudizio incontrollabile della maggioranza dei suoi nove membri vitalizi, appaiono «irragionevoli» e perché «irragionevoli» incostituzionali, fanno sì che la costituzione americana sia davvero la granitica base di diritto su cui si erige il magnifico edificio della crescente prosperità e grandezza di quel popolo.

 

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