Stabilità della moneta, politica produttiva e disoccupazione

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Stabilità della moneta, politica produttiva e disoccupazione

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 391-394

 

 

 

Accadeva, non solo sul problema indicato nel titolo, che il presidente scrivesse a margine rapide note sui rapporti che gli erano comunicati. Si dà un esempio di cotali annotazioni.

 

 

«Il nostro argomento principale (per ottenere aiuti dagli Stati Uniti) resta sempre quello della stabilità della lira, legato all’equilibrio del bilancio, argomento che… resta sempre poco popolare in America; gli americani, per un complesso di ragioni, sono molto più orientati verso la produzione che verso la moneta».

 

 

L’opinione degli americani in materie delle quali non si occupano (moneta, che non discutono, supponendola un dato fisso) non ha importanza. Possiamo invece noi che siamo stati scottati a fondo dalla svalutazione monetaria, con le sue tragiche conseguenze di malcontento sociale, di odii e di invidie di classe, immaginare ci sia sul serio scelta tra i due corni del dilemma? Chi sono coloro che vogliono orientarsi verso la produzione senza guardare alla moneta? Non sono forse coloro a cui non importa nulla produrre cose utili agli altri, ma solo cose produttive di profitti mal guadagnati per sé, con danno dei poveri diavoli?

 

 

«Noi parliamo tanto di libera circolazione di mano d’opera; ma esiste la libera circolazione della mano d’opera nell’interno dell’Italia?».

 

 

Sì, nei limiti in cui gli italiani si infischiano delle leggi e di chi le deve far osservare. Il che vorrebbe dire che il mercato nero salva oggi la mano d’opera, così come nel 1944-46 salvò gli italiani dalla fame.

 

 

«Noi abbiamo anche marcato, e con ragione, la nostra posizione di “primi della classe” nei riguardi di quelli che sono i desiderati americani: integrazione europea, C.E.D., liberazione degli scambi, ecc.».

 

 

Non è meglio, anche economicamente, essere primi della classe in questo campo, piuttosto che in quello della mendicità?

 

 

«I sussidi di disoccupazione gravano sull’assistenza sociale e quindi non sul bilancio statale».

 

 

Non conta nulla la forma del pagamento dei sussidi. Chi paga, in Italia, è sempre il contribuente, dunque lo stato. Se si fanno, come si deve, i confronti su basi omogenee, potrebbe dirsi (è da appurare) che l’Italia sia nei primissimi posti per l’onere dell’assistenza e delle assicurazioni sociali a carico dei contribuenti.

 

 

«Nello stesso bilancio militare noi abbiamo delle somme non indifferenti[1] che vanno a pagare i salari degli operai degli arsenali che non fanno niente».

 

 

«Noi siamo obbligati a tenere quattrocentomila impiegati inutili, perché, se li licenziassimo, sarebbero altrettante famiglie sul lastrico».

 

 

La proposizione più correttamente dovrebbe essere enunciata così: se stato e privati licenziassero tutti i dipendenti superflui, quante famiglie di meno ci sarebbero sul lastrico? Di quanto diminuirebbe la disoccupazione? Nel vago subcosciente del ceto politico si ha scrupolo a parlare come è scritto sopra, perché si intuisce la facile replica: non continuate a pagare gente che non lavora se volete diminuire la disoccupazione! Chi replica in tal modo può darsi sia un sepolcro imbiancato, il quale, a casa sua, è disposto a far peggio di noi; ma fa sempre piacere far la lezione agli altri.

 

 

La lezione può essere ridotta a poche parole:

 

 

  • mantenere un milione di impiegati e di operai superflui, nella illusione che, così facendo, si sia scoperto il rimedio alla disoccupazione;

 

 

  • certamente non aumenta il prodotto nazionale totale, ossia la torta comune, di cui tutti vivono, il reddito nazionale totale, che si deve dividere fra tutti gli italiani;

 

 

  • altrettanto certamente, diminuisce quel prodotto per la confusione, il disturbo, i controlli provocati da chi non produce e sta lì ad ingombrare. Il che sarebbe poco, se, sapendo di essere in una situazione falsa, quel milione di falsi occupati non riuscisse, con baccano insistente, a provocare norme coattive intese a legittimare e perpetuare il sistema. Cosa che, di nuovo e molto di più, scema quel tal prodotto; irrigidendo e anchilosando il meccanismo produttivo e dando stupendo pretesto a tutti i parassiti di ottenere rimborsi, protezioni e sussidi dallo stato.

 

 

Tutto ciò non si può nemmeno dire sia causa di miseria; è puramente e semplicemente sinonimo di miseria. E la miseria è sinonimo, a sua volta, di disoccupazione.

 

 

Se si produce cento, possono vivere più o meno bene quelle x persone che si dividono il prodotto cento, comprese quelle che rendono servizi ai produttori diretti di quel prodotto (mimi, saltimbanchi, azzeccagarbugli ecc.); e può darsi non vi siano disoccupati. Se, per l’ingombro dei falsi occupati, si produce solo novanta, il prodotto novanta sarà con tutta probabilità diviso fra un numero di persone minore di x. Essendo più piccola la torta, i partecipanti più forti o più furbi, a furia di gomitate, cacciano sotto il tavolo i più deboli; e fra essi ci saranno parecchi mimi, saltimbanchi ed azzeccagarbugli, che talvolta da se stessi si definiscono disoccupati intellettuali.

 

 

Il dizionario che più urgentemente dovrebbe essere scritto ad intenzione della classe politica (di tutti i paesi del mondo) è un nuovo Tommaseo: il libro dei sinonimi politici.

 

 

«Noi [dovremmo dire] prima di tutto agli americani: se voi fate questo [aiutarci, per attuare un “piano” fatto di investimenti produttivi], un certo numero di problemi italiani saranno risolti: non ci dovrete pensare più».

 

 

Non ci dovranno pensare più, alla condizione che dei prestiti produttivi ci si serva per diminuire, innanzi tutto, il numero della gente pagata a non far nulla. Altrimenti è probabile che ci debbano pensare sempre di più.

 

 

«La proposta degli aiuti economici americani per affrontare il problema della disoccupazione italiana sembra possa avere qualche speranza di successo».

 

 

La domanda è: in che cosa consiste il successo? Nell’acchiappare quattrini o nel risolvere, ad esempio, il problema della disoccupazione? Nel dopoguerra i sussidi americani fecero molto male all’Inghilterra, abituando gli inglesi all’idea di avere diritto ad un tenore di vita superiore ai propri mezzi. Un barlume di salvezza gli inglesi lo videro solo nel 1952 quando si persuasero che conveniva ad essi sottostare, per propria iniziativa, a prezzi rincarati ed a denaro caro.

 

 

«Domandando agli americani aiuti, domandiamo loro cose che non danno troppo volentieri, che tutti chiedono ma che alla fine dei conti è veramente in loro potere di darci».

 

 

Otterremo denari, e tanto più li otterremo quanto più daremo la sensazione di saperli utilizzare su basi di rendimento economico e di capacità e volontà di restituire quel che fu dato a titolo di prestito. Se oggi non ci fosse il ragionevole timore di vederne portati via i frutti dalla Russia, il paese che vedrebbe, ed al di là, esaudite tutte le sue richieste di prestiti, sarebbe la Finlandia. I finlandesi ebbero il buon senso di capire che, per ottenere credito, via migliore non c’è del restituire a tempo debito capitale ed interesse dei debiti vecchi. Così fecero con gli Stati Uniti dopo il 1918; così ripeterono oggi pagando puntualmente le onerose rate dell’indennità promessa alla Russia. Il povero che paga, merita di acquistare ed acquista prosperità e ricchezza.

 

 

Fine gennaio 1953.

 



[1] Molti miliardi, forse trenta.

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