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La Stampa

Statistica elettorale

«La Stampa», 18 luglio 1900

 

 

 

Con lodevole sollecitudine la Direzione generale di Statistica ha pubblicato il volume contenente i risultati delle elezioni generali del 3 e 10 giugno 1900.

 

 

Molti, troppi sono i dati interessanti che si contengono nell’eccellente volumetto. Ci limiteremo a ricordare i più caratteristici. E così ricordiamo solo di sfuggita che nel 1900 gli elettori erano 2,248,509, ossia il 7,08% della popolazione, un po’ meno che nel 1897, in cui la percentuale era del 7,12%; e del pari basta menzionare che il Piemonte era la regione d’Italia la quale dava la percentuale massima di elettori politici in rapporto agli abitanti (10,56%), mentre il minimo era data dallo Sicilia col 3,87%.

 

 

Si tratta di proporzioni le quali non variano, se non di pochissimo, da un anno all’altro. Così si sapeva già che il Collegio d’Italia avente la massima proporzione di elettori per 100 abitanti era Oviglio (19,71%), mentre il minimo si aveva a Nicosia (2,75%). Piuttosto è interessante notare come la partecipazione alle urne sia stata di 1,310,480 votanti, ossia il 58,28% degli elettori, meno che nel 1897 (58,54) e nel 1895 (59,02), ma più che nel 1892 (55,86%). Grandi differenze si riscontrano fra i vari compartimenti rispetto alla frequenza dei votanti, da un massimo di 74,51 nelle Puglie discendendosi ad un minimo di 50,66 nella Liguria.

 

 

Il Piemonte ha l’indice 57,42%. Il Collegio in cui si ebbe il maggior concorso alle urne fu Bitonto, nella provincia di Bari, col 92,68% degli elettori. L’astensione massima si ebbe a Zogno, dove votò solo l’11,01% degli elettori. In generale, il massimo concorso si ebbe nel Mezzogiorno; il minimo nell’Alta Lombardia e Veneto. Nel primo caso ha influenza il minimo numero degli elettori iscritti, i quali sono tutti interessati o spinti a votare; mentre a determinare l’astensione bergamasca, veneta e genovese influisce forse molto il clericalismo, forte in quelle regioni.

 

 

Fra le grandi città con più di 100 mila abitanti, Torino presentò il massimo di votanti (65,08%; vengono dopo Bologna (59,16), Messina (58,77), Catania (57,41), Napoli (57,18), Milano (55,55), Firenze (52,48), Palermo (50,49), Roma (45,92). Ultime vengono Venezia con 43,31 e Genova con 37,82. I ballottaggi furono 39, meno che in tutte le elezioni precedenti a scrutinio uninominale. Ciò si dovette in gran parte alla scarsità delle candidature triple o quadruple, scarsità dovuta alla fretta con cui si fecero le elezioni.

 

 

Durante i ballottaggi il numero degli elettori aumentò, come sempre. Erano stati 130,516 su 210,678 al primo scrutinio; diventarono 142,192 al secondo scrutinio.

 

 

Anche il numero dei candidati che ottennero più di 50 voti fu minore stavolta che nelle elezioni passate; si discese da 969 ad 884. In cento Collegi il numero di 50 voti fu raggiunto da un solo candidato, in 346 da due, in 56 da tre ed in 6 da quattro.

 

 

Abbiamo già detto che su 2,248,509 elettori, appena 1,310,480 si presentarono a votare. Fra costoro alcuni non seppero validamente esprimere il loro voto, dimodoché i voti validamente espressi sommarono a 1,271,592, i quali si distribuiscono così: agli eletti 869,274; ai candidati non eletti che ebbero non meno di 50 voti 389,441; dispersi su altri candidati 12,877.

 

 

Se si fa il conto (che nel volume ufficiale non è fatto), si viene a sapere che la Camera italiana è eletta dal 33,60% di coloro che hanno il diritto al voto; e siccome gli elettori sono il 7,08% della popolazione, così è chiaro che la Camera attuale è eletta dal 2,65% circa della popolazione. Siccome poi la Camera si divide in maggioranza e minoranza, se si suppone, il che non è lontano dal vero, che maggioranza e minoranza abbiano avuto rispettivamente i due terzi ed un terzo dei voti (s’intende dei voti che riuscirono efficaci a mandare qualcuno alla Camera), si ha che al massimo la maggioranza governante della Camera può essere l’emanazione dell’1,80% della popolazione.

 

 

Che questo sia un bene od un male è controverso; qui si è voluto soltanto accennare al fatto, che può dare origine ad interessanti discussioni. Mentre nel Collegio di Vignale (Alessandria)non bastarono ad uno dei candidati, 3222 voti per essere eletto, un candidato è riuscito in un altro Collegio con soli 617 voti. E il candidato non eletto del Collegio di Vignale, occuperebbe, se fosse riuscito, il dodicesimo posto per numero di voti fra gli eletti. Considerando i risultati delle elezioni nel loro insieme e classificando in ordine decrescente di voti i 508 candidati che conseguirono maggior numero di suffragi, si rileva che 108 candidati non riuscirono ad ottenere un seggio alla Camera, mentre lo ottennero altri 108 che avevano pure riportato minor numero di voti.

 

 

Il deputato che ottenne il massimo numero di voti su 100 elettori iscritti fu Rizza Evangelista a Comiso (Siracusa) col 82,72% degli iscritti. La proporzione discende sino a 16,14. Soltanto 115 fra gli eletti ottennero i voti di più della metà degli elettori iscritti nel loro Collegio. Se il confronto si istituisce fra i voti ottenuti dagli eletti ed il numero dei votanti, i rapporti variano fra il massimo di 99,82 ed il minimo di 45,47. Il massimo fu raggiunto da Giuseppe De Nava a Bagnara Calabra (Reggio di Calabria), e Ignazio Fili-Astolfone a Licata (Girgenti). Vi furono 25 deputati che ottennero fino a 50 voti su 100 votanti; 187 ne ebbero da 50 a 60: 64 da 60 a 70; 50 da 70 a 80; e finalmente 118 più di 90 su 100 votanti.

 

 

Dei 505 deputati che erano in funzioni alla chiusura della XX Legislatura 53 non si ripresentarono agli elettori; se ne ripresentarono, nello stesso Collegio che rappresentavano al termine della XX Legislatura od in Collegio diverso, 452.

Fra questi ultimi, 387 riuscirono eletti; 57 ebbero contraria la sorte delle urne; 8 fanno parte di Collegi nei quali il deputato non fu ancora proclamato.

 

 

I deputati proclamati che avevano già appartenuto alla Camera sono 407, perché ai 387 deputati uscenti rieletti si devono aggiungere 20 deputati che avevano fatto parte di Legislature precedenti.

 

 

Fra questi 407 ve n’era uno (Biancheri) che aveva già 16 altre Legislature; due (Coppino e Zanardelli) che avevano 14 Legislature; 4 (Crispi, Di San Donato, Lazzaro e Lovito) che ne contavano 13; uno (Villa) che ne contava 12; 3 (Brunetti, Di Rudinì e Lacava) che ne contavano 11; 5 (Boselli, Branca, Della Rocca, Gorio, Luzzatti) con 10 Legislature; 8 con 9; 13 con 8; 14 con 7; 32 con 6; 41 con 5; 53 con 4; 76 con 3; 66 con 2 ed 88 con 1. I rimanenti 81 deputati non hanno mai prima d’ora seduto in Parlamento. Il volume finisce dichiarando che «la classificazione ufficiale dei candidati secondo il partito politico al quale appartengono si fa in Germania, ma limitatamente agli eletti ed in base ad una dichiarazione scritta da ognuno di essi.»

 

 

«In Italia la forza numerica dei singoli partiti, rappresentata dal numero dei voti dati nell’insieme dei Collegi ai candidati, eletti o non eletti, non può essere determinata ufficialmente, mancando una dichiarazione autentica dei singoli candidati».

 

 

Perché non si potrebbe anche da noi esigere una simile dichiarazione? Sarebbe una pagina curiosa aggiunta alle già interessanti statistiche elettorali e sarebbe forse anche un indice singolare della costanza od incostanza della fede politica dei candidati alla deputazione.

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