Stato monopolista e Stato cooperativo nell’economia finanziaria del De Viti De Marco

Tratto da:

Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1949

Stato monopolista e Stato cooperativo nell’economia finanziaria del De Viti De Marco

«Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze», 1949, pp. 5-7

 

 

 

Nella prefazione alla prima edizione dei Principi di economia finanziaria (Torino, 1934) ho già avuto occasione di mettere in rilievo quello che, secondo me, è il maggior contributo del De Viti De Marco al progresso della nostra scienza: il trasferimento nel campo della finanza delle due ipotesi limite, della libera concorrenza e del monopolio, che prima di lui erano adoperate come strumenti di lavoro solo nell’economia.

 

 

Nel pensiero di De Viti la prima ipotesi corrisponde alla figura dello stato assoluto, in cui il sovrano o la casta dominante che esercita il potere in condizioni di monopolio, di diritto o di fatto, produce servizi pubblici nel suo esclusivo interesse, caricandone il costo sulle classi soggette. La classe governante fa pagare i servizi pubblici a prezzi di monopolio, cioèa quei prezzi che possono assicurarle il massimo profitto. Essa può costringere i cittadini a pagare imposte, ed ha facoltà di vietare altrui l’adempimento di servizi da essa medesima definiti pubblici. Epperciò non ha neppure la preoccupazione, che in genere hanno i monopolisti privati, che l’aumento del prezzo faccia ridurre la domanda per la restrizione dei consumi o per la possibilità che sorgano produttori concorrenti o che i consumatori rivolgano la loro domanda a succedanei. I soli limiti alla politica monopolistica dello stato assoluto sono la ribellione, la emigrazione, oppure il completo esaurimento delle stesse sorgenti della ricchezza privata.

 

 

Nei riguardi dei sudditi l’autocrate si comporta come il pastore che cerca per il suo gregge il pascolo migliore, e prende cura della salute di ogni pecora solo nella misura in cui la considera un mezzo per raggiungere i suoi propri fini. Quando il benessere delle pecore è in contrasto col benessere del pastore il primo viene sacrificato al secondo, fino al punto che il pastore porta dal beccaio la pecora che non figlia o che dà troppo poca lana.

 

 

L’ipotesi opposta della libera concorrenza corrisponde alla figura dello stato democratico, in cui tutti i gruppi sociali sono fra loro in concorrenza per conquistare il potere, ed una volta che siano arrivati al potere restano sotto il continuo sindacato della collettività. Si realizza così la caratteristica essenziale della libera concorrenza, che, secondo il De Viti, consiste nella possibilità che, in ogni momento, al gruppo produttore di ogni bene se ne sostituisca un altro, proveniente dalla massa dei consumatori. In questo stato non esiste più antagonismo tra l’interesse della classe governante e quello della classe soggetta ed i servizi pubblici, nel loro complesso, vengono venduti al puro costo di produzione non essendo neppure concepibile che la collettività nazionale faccia un profitto vendendo a se stessa quello che produce. La identificazione del produttore col consumatore porta il De Viti ad assimilare lo stato democratico ad una coooperativa di produzione nella cui direzione si succedono quei rappresentanti dei diversi gruppi che riescono a dimostrare alla maggioranza dei cittadini la loro capacità di produrre meglio, come suoi mandatari, i pubblici servizi.

 

 

Quando lo stato cooperativo può chiedere un prezzo per ogni unità dei servizi pubblici che i cittadini liberamente domandano – come avviene per le poste e per le ferrovie – vi è un controllo preventivo sulla economicità della produzione analogo a quello che il meccanismo del mercato consente per la produzione delle aziende private: se col ricavo complessivo riesce a coprire il costo del servizio lo stato ha la riprova della produttività del suo intervento perché il consumatore non domanderebbe un bene che avesse per lui una utilità inferiore a quella della somma che gli è richiesta come prezzo.

 

 

Ma se il servizio pubblico non può essere venduto a prezzi unitari, perché non è divisibile – come succede, per esempio, nei casi dei servizi della difesa del territorio e della pubblica sicurezza – al controllo postumo che il consumatore esercita col pagamento del prezzo, si sostituisce il controllo preventivo dei contribuenti nell’atto in cui danno il loro consenso alle imposte con le quali viene coperto il costo di produzione. Questo controllo si concreta praticamente nell’approvazione del bilancio preventivo ed in tutti gli istituti con i quali i cittadini accertano che il governo produca i servizi pubblici nei limiti ed ai costi che sono stati stabiliti nel bilancio preventivo.

 

 

Nello stato cooperativo la coazione non viene usata per imporre ai sudditi quel consumo dei servigi pubblici e quei prezzi che possano assicurare il massimo vantaggio alla classe governante; serve solo a costringere i singoli che vorrebbero godere i vantaggi senza sopportare il costo dei servizi pubblici all’osservanza del patto sociale, entro i limiti del mandato che la classe governante ha ottenuto da tutta la collettività.

 

 

La politica monopolistica dello stato assoluto e la politica di libera concorrenza dello stato cooperativo, quali sono teorizzate dal De Viti non corrispondono, evidentemente, a posizioni raggiunte o raggiungibili nella effettiva realtà, ma possono servire come strumenti di interpretazione e di sistemazione dei fatti realmente avvenuti ed anche come guida per l’attività pratica, perché entro quei due estremi è contenibile tutta la infinita gamma degli ordinamenti finanziari effettuati e possibili. Va aggiunto che per il De Viti lo stato monopolista non costituisce una posizione di equilibrio stabile: lo sfruttamento dei sudditi da parte della classe governante provoca la loro reazione che, o seconda del loro particolare temperamento, in un lasso di tempo più o meno lungo, con mezzi più o meno violenti, porta alla caduta del regime assoluto. I popoli, così, si muovono verso lo stato cooperativo che viene a costituire la struttura tendenziale dello stato moderno.

 

 

Per questa visione storica, fondamentalmente ottimista, l’economia finanziaria del De Viti, come già l’economia politica del Ferrara, non ha valore solo come opera di scienza, ma anche come suscitatrice di azioni indirizzate verso forme sempre meno imperfette di autogoverno e di libertà.

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