Stelloncini

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1935

Stelloncini

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1935, pp. 129-147

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 158-176

 

 

 

GIACENZE E RISPARMI. – Vedo che egregi studiosi reputano feconda di illazioni concrete “coattive” la distinzione fra “giacenze”, ovverosia depositi provvisori in conto corrente destinati ad esse convertiti in consumi in un non lungo volgere di anni e “risparmi” e cioè depositi in banca destinati a trasformarsi in investimenti. Distinguere concetti distinti è certamente utile sia per lo studioso, il quale desidera conoscere la realtà nelle sue variabili e varie forme, sia per l’uomo d’azione, il quale dalla conoscenza precisa di essa è portato ad atteggiare diversamente l’opera sua. Studiosi e banchieri sono giustamente d’accordo nel desiderare di distinguere il più esattamente possibile fra la somma depositata in banca in attesa di venire spesa e quella ugualmente depositata a scopo di investimento.

 

 

Gli uni e gli altri ricorrono ad indizi vari allo scopo di acquistare la desiderata notizia. Gli studiosi, i quali ambiscono e si piccano di raffinatezza e di precisione, purtroppo devono rassegnarsi a ficcare nelle diverse banche le diverse specie di depositi a norma di indici grossolanissimi. Se il tempo del deposito è breve, il deposito è detto giacenza; se lungo, risparmio. Non si rischia però di collocare così sotto la stessa denominazione fatti diversissimi? Il proprietario, il quale temporaneamente non spende il canone di fitto ricevuto dall’inquilino, ma lo spenderà od intende spenderlo tutto prima della prossima scadenza, lo può depositare a vista; ma può anche essere tentato a profittare del più alto saggio di interesse offerto ai depositi vincolati, nella speranza che, se egli innanzi alla scadenza avrà bisogno del suo denaro, la banca glie lo darà, addebitandogli una provvigione. L’industriale versa di solito in conto corrente a vista le somme riscosse dal cliente, somme che non solo sono risparmio, ma persino risparmio già investito, il quale assume solo provvisoriamente la forma di denaro.

 

 

Ci fideremo del saggio alto o basso dell’interesse pagato dalla banca; e pagheremo un saggio basso od anche nullo di interesse alle giacenze ed uno più alto ai risparmi? Ma corsero e possono tornare a correre anni, nei quali il risparmiatore timido recò a saggio zero alla Banca d’Italia risparmi veri e propri che egli non aveva nessunissima intenzione di spendere né allora né mai; e possessori di giacenze provvisorie possono depositarle a termine presso una banca, la quale paga il 4 o il 5 per cento, facendo, al solito, affidamento sulla consuetudine della banca di rimborsar subito, anche prima della scadenza, le somme richiestele dai clienti. Ci fideremo della autodescrizione di depositi in conto corrente od a risparmio che i depositanti danno alle somme versate in banca? Ma ben si sa che quelle qualifiche sono soggette ad infinite riserve e sarebbe errore identificare i depositi in conto corrente con le giacenze e i depositi a risparmio con i risparmi per investimento. Le abitudini locali, le comodità dei libretti al portatore o dei depositi soggetti ad assegni influiscono sulla scelta e tolgono serietà a classificazioni di questa fatta. Interrogate un banchiere che sappia sul serio il suo mestiere ed egli vi risponderà: Sì, tutte queste distinzioni hanno un certo fondamento, tutti questi indici possono essere utili, ma… . In quel “ma” è riposta la vera saggezza del banchiere, il quale non si lascia imbrogliare la testa dalle forme esteriori, dalle classificazioni a scopo statistico e dall’osservanza di prestabiliti requisiti legali; ma guarda alla sostanza, la quale è variabile all’infinito; e solo la conoscenza della clientela e dei suoi bisogni, il sesto senso – in ogni mestiere, dal più alto al più semplice, quelli che sanno fare il mestiere si distinguono da quelli che non sanno per il possesso del sesto senso, che è iniziale dono di domeneddio e si perfeziona cogli anni, colla pratica, col fiuto, collo sfregamento, ad occhi aperti, cogli altri uomini e chi non ce l’ha immagina possa essere sostituito da ridicoli surrogati, che si chiamano trattati di specialisti in banca, sussiego classificatorio di professori, leggi, regolamenti, precedenze, maniche di lustrino – insegnano a distinguere fra le somme che si possono investire a 15 giorni e quelle che possono essere date via per dieci anni.

 

 

Pare che dovrebbe essere inventato qualche metodo “coattivo” per persuadere i depositanti a decidersi a priori e dichiarare: «queste sono giacenze e questi sono risparmi»; e pare che dopo aver presi per il collo in tal modo i depositanti, sarebbe una bella cosa aggiungere: «voi che avete giacenze recatele a un certo tipo di banche e voi che avete risparmi recatele al tale altro tipo di banche», a cui si dovrebbe, taluno aggiunge, vietare di chiamarsi banche, il nome proprio dovendo essere forse qualcosa di simile a casse od istituti di risparmio. Pare che l’odierna consuetudine di offerta di larga varietà di deposito e di facilitazioni ai depositanti, dovrebbe essere fatta cessare, come indecente e pericolosa. In che modo dovrebbe avvenire la pigliata per il collo dei depositanti per deciderli a qualificare le loro brave cento lire in uno dei tanti possibili modi, riesce incomprensibile. Anche se io so, il depositante, se ha la testa sul collo, è tratto a replicare a chi pretende di così educarlo a decidersi: «e perché devo decidermi e devo far conoscere altrui la mia decisione? Perché devo far sapere che cosa intendo fare delle mie cento o mille lire? Ne farò l’uso che crederò migliore; oggi posso avere intenzione di spenderle fra un mese; ma domani posso cambiare proposito e comprare un buono del tesoro. Perché devo decidermi, oggi? Oggi ho fiducia a sei mesi data; domani posso cambiare opinione. Se i depositi sono leciti solo a patto di confessare i proprî segreti propositi, forse non precisati, certo soggetti a mutamenti, se debbo essere costretto a conservare una fiducia che più non ho, finirò che io ritornerò al metodo di Don Abbondio e caccerò i miei biglietti da cento e da mille sotto il mattone».

 

 

In verità, stravaganza maggiore non fu mai detta. Quanti depositi provvisori non si trasformano col tempo in risparmi definitivi? Se si fosse detto al depositante; «bada, tu devi educarti a prevedere subito se hai intenzione di risparmiare sul serio o non», il depositante avrebbe mandato al diavolo il consigliere, e certo sarebbe caduto in diffidenza. Per educare il depositante a risparmiare bisogna innanzitutto assicurarlo che quei denari sono sempre a sua disposizione, che se egli li rivorrà subito domani, domani saranno suoi; bisogna, anche se egli li ha vincolati, essere prontissimi a restituirglieli con larghezza, senza limiti di somma e di tempo, quando egli dica (non dimostri) di averne bisogno o il banchiere dubiti che nella sua mente sia sorta l’ombra del dubbio sulla propria solvibilità.

 

 

Distinguere, dunque, sì; ma sia distinzione fatta da gente perita, non impastoiata da classificazioni utili per scopi statistici, da diversificazioni “coattive”; sia distinzione agile e flessibile e volontaria come deve essere ogni norma relativa alla condotta degli affari quotidiani. Quali giacenze sono più giacenze dei depositi presso le casse di risparmio di gente piccola e media la quale vuole tenere i suoi soldi disponibili a vista, pronti a fronteggiare le mille varie evenienze della vita? Bisognerebbe, a sentire i dottrinari, che quei depositi fossero tutti impiegati a 15 giorni. Invece, da che esistono casse, una buona parte di quei depositi fu potuta impiegare a 10 ed a 20 anni; Né, entro quei limiti od altri maggiori o minori dettati dalla esperienza è mai accaduto Né poteva accadere niente di male. Finirono male banche ordinarie, le quali “immobilizzarono” a lunga scadenza il 100 per cento dei depositi che erano brevi? Probabilmente, se avessero invece “impiegato” a lunga scadenza solo il 20 per cento nulla sarebbe accaduto. Domani, quando una legge proibirà a quelle banche gli impieghi lunghi, esse o quelle che verranno dopo, se governate da gente colla testa fatta alla rovescia, “immobilizzeranno” in impieghi “brevi” depositi patrimonio e riserve. Quando si capirà che si può, in barba ad ispettori e regolamenti e discipline, “immobilizzare” sia in impieghi brevi come in lunghi?

 

 

Val più un’oncia di fiducia, che tonnellate di disciplina, di regolamenti, di classificazioni rigide, di lezioni impartite da dottrinari; ma la fiducia è un qualcosa di impalpabile che non si comanda colla disciplina delle classificazioni e delle specializzazioni bancarie; si crea da sé, col tempo e colla buona condotta. L’odierna fortuna e solidità dei crediti fondiari in Italia non derivano dall’essersi essi specializzati in mutui fondiari a lunga durata. In origine quel tal credito era esercitato promiscuamente da istituti che facevano ogni specie di altri mestieri, persino quello di esercitare banchi di pegno. Col tempo, con gli anni e con la paglia, quegli istituti acquistarono sperienza particolare in quelle operazioni, il pubblico acquistò fiducia – ma occorsero decine lunghe di anni – in certi particolari titoli che poi diventarono le cartelle dell’istituto torinese di S. Paolo o della cassa di risparmio lombarda; e la specializzazione divenne un fatto compiuto, con gestione e bilanci distinti da quelli generali dell’ente. Fate che la I.M.I., in cinquant’anni di vita inspirata all’attuale condotta prudenziale, acquisti nel pubblico italiano la popolarità della quale in certe classi di risparmiatori piemontesi gode l’Istituto di S. Paolo, e le sue cartelle saranno acquistate ad occhi chiusi, come qui le cartelle S. Paolo. L’uomo della buona borghesia torinese acquista cartelle fondiarie S. Paolo, perché emesse da un istituto specializzato esercente il credito fondiario? Un po’, molto poco e senza saperlo, sì; ma soprattutto, e in molti casi esclusivamente perché quella è una cartella S. Paolo; e in quelle parole “S. Paolo” ci sono secoli di onestà, di rigidità, di persuasione diffusa che lì i denari dei depositanti sono amministrati con parsimonia, anzi con avarizia. Il pubblico torinese ha visto crescere l’edificio di S. Paolo a poco a poco sotto i suoi occhi; i piccoli sgabuzzi di un tempo, nella stretta e scura via Monte di Pietà, si sono trasformati nell’attuale arioso e degno edificio. Ma le trasformazioni e le aggiunte sono state fatte a poco a poco, a pezzi e bocconi; e qualche traccia delle antiche scalette e degli antichi adattamenti costruttivi sussiste, e piace al depositante fedele ed all’acquirente delle cartelle. Specializzato o non, il lusso degli edifici inquieta i depositanti; paiono denari portati via a loro.

 

 

Dovremo spingere il depositante a dichiararsi non pagando nulla o poco sulle giacenze? Di grazia, perché? Questa del far stare a stecchetto depositanti delle casse e banche, i quali non amano impegnarsi a lunga scadenza, non è forse uno dei più solenni scatoloni che siano stati enunciati dai dottrinari della banca? Ufficio del banchiere è impiegare i depositi nel modo migliore possibile; il che vuol dire dandoli, a parità di sicurezza, a chi li paga meglio. Per definizione, chi paga il 6 invece del 5 per cento, è, s’intende, ripetiamolo a scanso di equivoci, a parità di sicurezza, uomo che ha maggiore abilità dell’altro o ha per le mani, non senza suo merito, un’impresa più redditizia. Non dare il danaro a lui è offendere l’interesse collettivo, il quale esige siano preferite le imprese la cui produttività marginale è massima. Il banchiere poscia, fatta la parte corretta a sé, deve trasferire quel reddito massimo ai suoi depositanti e non ad altri. Non ho mai capito, sebbene la esponesse un uomo amicissimo del risparmio qual’era Luigi Luzzatti, il fondamento della curiosa teoria secondo la quale ai depositanti delle casse di risparmio bisognerebbe dare il meno che si può per potere disporre di somme più forti in beneficenza, incoraggiamento all’istruzione, ecc., ecc. Finché si tratta di dare parte del reddito che è proprio della cassa o banca in funzione del suo capitale proprio, sta bene; ma per il resto la prima beneficenza è quella verso i depositanti. Casse e banche dovrebbero mettere il proprio punto d’onore nel dare ai depositanti il 3 invece del 2, il 4 invece del 3 per cento. O per che cosa sono state create se non per incoraggiare e rimunerare il risparmio? È vero che i risparmiatori sono una razza di gente la quale risparmia sempre anche se la si tratta con brutta mutria e là si bastona per giunta. Se però la si tratta bene, se le si dà tutto il suo e si cerca ai suoi denari il migliore degli impieghi, anche i risparmiatori prendono coraggio e lavorano di più; ossia producono più risparmio. I soliti dottrinari tireranno fuori la solita storia, che si legge in tutti i trattati, che cioè nove decimi dei risparmiatori risparmierebbero ugualmente anche se non si desse ad essi niente, per non sapere cosa farsi dei proprii denari, perché sono previdenti od affezionati alla moglie ed ai figli, ecc., ecc. Lasciamoli cantare, e badiamo al decimo residuo; e cioè a quei risparmiatori i quali non si decidono a far opera di previdenza se non sono pagati. Tutti son buoni a predicare ai convertiti; il difficile sta nel trarre a salvazione gli atei. Se per far ciò, convenga promettere un interesse anche alle giacenze o depositi provvisori, promettiamolo; ed i dottrinari piangano lacrime di sangue sulla disciplina violata, sulla specializzazione non osservata e su consimili scatoloni che, se aperti, dentro non ci si trova nulla.

 

 

ELEMENTI DI TITOLOGRAFIA. – Ricevo talvolta confidenze di giovani aspiranti a libere docenze od a cattedre universitarie. «Quale argomento debbo trattare? Mi dissero o mi fecero sentire i commissari che i miei scritti, sebbene pregevoli, erano pochi e troppo brevi, che essi discorrevano di uno o pochi punti della materia e non davano prova della mia preparazione e della mia maturità in altri campi importantissimi della disciplina; che la mia trattazione era troppo teorica o troppo concreta, o non faceva luogo sufficiente alle indagini di diritto (ad es., tributario) o non tenevo conto di tutti i punti di vista, principalmente di quelli più vivi, come il punto di vista corporativo».

 

 

Poiché ebbi sempre pietà grandissima di me stesso, quando negli stessi frangenti dovevo rispondere alle medesime angosciose domande, così non oso enunciare risolutamente il solo consiglio onesto che importerebbe dare a chi pone la domanda: «opera come il cuor ti detta e canta solo la canzone che ti esce spontanea dal labbro; non badare a scuole, a materie, a punti di vista e scrivi solo se e quando ti paia di aver qualcosa da dire». Chi è senza peccato scagli la prima pietra; chi non è mai stato o non ha mai immaginato di essere costretto, con noia sua indicibile, a scrivere di argomenti che non lo interessavano affatto, solo perché le circostanze gli facevano ritenere necessario di occuparsi di quelle noiosità, pronunci condanna dell’opera dei giovani che la sorte conduce allo sbaraglio dei concorsi accademici.

 

 

Ma condanna si deve pronunciare, ma pietre si devono scagliare, Finché non rimangano sotto la grave mora seppelliti, contro i giudici i quali dalla esperienza della vita non siano stati condotti alla convinzione profonda che esigenze del tipo di quelle ora dette e che si possono riassumere nelle frasi: «manca la trattazione sistematica» – «manca la dimostrazione della perizia nella diverse parti della disciplina» «non si tiene conto del tale o tal’altro punto di vista» – non possono essere poste da alcun giudice senza squalificare sé stesso per sempre come studioso.

 

 

Per lo più, i giudici dei concorsi universitari sono intimamente persuasi della nefandezza di siffatte esigenze; e le usano come pretesti, perché ritengono scortese dire la verità o quella che essi ritengono la verità ai candidati: e cioè che essi sono immaturi ed inadatti alla cattedra che intendono coprire. In tal modo però essi fuorviano e danneggiano i candidati medesimi, incoraggiandoli a persistere in una via che non è la loro o a disperdere le loro forze in lavori infruttuosi. Epperciò occorre non mai stancarsi di ripetere che quelle esigenze sono nefande e coprono di ridicolo chi le formula.

 

 

«Lo scritto del candidato non è abbastanza complesso e sistematico». Chi parla così, come non si vergogna di confessare apertamente di preferire al “saggio”, il quale dice qualcosa di personale, il “trattato”, il quale per definizione contiene le verità note ed accettate, le sole le quali “servano” alla istruzione dello studente ansioso di imparare tutta la “materia”?

 

 

«Il candidato non ha dato prova di possedere tutta la materia». Forseché dalle cattedre universitarie si insegnano materie, ossia si adempie all’ufficio pappagallesco a cui potrebbe bastare un tubo di fonografo sorvegliato, contro i lazzi degli studenti, da un bidello? Se dio vuole, l’università non è così in basso come calunniano i teorici della “materia”. Ufficio dell’insegnamento universitario è di formar teste, addestrar cervelli a ragionare, a costruire, a capire. L’attitudine a formar cervelli si può dimostrare con un solo scritto, su un problema solo di una piccola parte della cosidetta amplissima materia; e può non essere affatto messo in evidenza da numerosissimi e svariatissimi e grossissimi scritti sui più diversi oggetti; potendo accadere anzi che dalla varietà e grossezza degli scritti si deduca la piena dimostrazione della inettitudine a dominare la logica propria della disciplina studiata.

 

 

Semel abbas, semper abbas. Chi, in un saggio lungo o breve, ha dimostrato di vedere entro “un” problema economico, ha dimostrato senz’altro di vedere entro “tutti” i problemi economici. Non esiste il prezzo del frumento come entità logica distinta dal prezzo delle case o del capitale o della terra. Se sul serio si conosce la teoria del prezzo dell’una merce, per definizione si conosce quella delle altre merci. Le differenze stanno nei particolari ed hanno scarsa importanza. L’ignoranza si presume a carico di chi immagini che la teoria dell’un prezzo sia sostanzialmente diversa da quella degli altri prezzi.

 

 

«Il candidato non ha studiato il problema dal punto di vista di…». Questa è forse la critica che più danneggia scientificamente chi la pone. Ho acquistato la convinzione della sterilità assoluta, irrimediabile del socialismo italiano, nel giorno in cui, all’incirca verso il 1910, i socialisti cominciarono a discutere non sulla verità, ma sul punto di vista dal quale la verità doveva essere studiata; abbandonando per disperato ogni tentativo di discussione e persino di conversazione con qualche amico il quale, quando si discorreva, ad ipotesi, della convenienza economica di un premio di navigazione alla marina mercantile o della eventuale adesione italiana alla convenzione sugli zuccheri di Bruxelles, cominciava: «dal punto di vista del socialismo il premio del dazio, ecc». Chi ragiona da un punto di vista è uomo perduto per gli studi. Non che non si debbano mettere bene le premesse di ogni ragionamento, essendo le premesse esatte i nove decimi della fatica e del successo nel ragionare. Il «punto di vista» è un’altra cosa. È il vago, l’indefinito, il non definibile messo al posto della premessa chiara e univoca. È il pretesto per scansare il raziocinio filato e per trovare la scappatoia quando si sia messi al muro dell’errore logico. Oggi gli scansa fatiche trovano comodo di evitare la raccolta e la critica dei dati di fatto, e la analisi rigorosa di essi, appellandosi al corporativismo. Questo, che in sostanza è l’autodisciplina delle categorie economiche nell’interesse generale, ossia è un punto di arrivo, al quale si può giungere attraverso un dibattito aperto fra i gruppi economici interessati, capitalisti, lavoratori, imprenditori e consumatori, sicché si può sapere se una soluzione sia corporativa solo quando la discussione abbia dimostrato essere, fra le tante, quella soluzione la più conforme all’interesse generale, diventa nelle mani dei pigri e degli scemi un punto di partenza aprioristico in nome del quale dovrebbe essere loro lecito di gridare raca alle soluzioni le quali importino una fatica di paragone, di eliminazione, di raziocinio. È comodo dire che la tale forma di salario è corporativa, la tale altra è individualistica o socialistica; ma è anche un dir niente e lasciare il problema insoluto. Il problema si risolve soltanto studiando, se questo sia, ad es., l’oggetto di discussione, le varie forme di salario nella loro concretezza tecnica: a giornata, a cottimo, a scala mobile, a compito, ecc., ecc., ciascuna nelle sue varietà infinite di applicazione, ciascuna nel particolare ambiente agricolo od industriale in cui deve vivere e indagando come ognuna di esse risolva il problema della massima adeguatezza all’interesse del salariato, dell’imprenditore, del gruppo e della collettività. E Poiché unico criterio per attribuire ad una data forma di salario la qualifica di “corporativo” è quello della consecuzione di uno o di più massimi, ben potrà darsi che, alla fine, la qualifica medesima spetti, a volta a volta e di tempo in tempo, al salario a tempo, ovvero a quello a cottimo od ancora al salario a compito. Ma il metodo della discussione ad occhi aperti, sebbene sia preferito da datori di lavoro e da lavoratori, i quali seriamente discutono di cose serie, spiace ai titolografi frettolosi i quali, con quattro chiacchiere dedotte da un’idea più o meno cervellotica che essi si son fatti del corporativismo, giudicano e mandano in fatto di salari, di prezzi, di interessi, di banche,

di borse «dal punto di vista del…».

 

 

DEL RECITARE IL MEA CULPA E DELL’ARRANGIARSI. – «La colpa è di…». S’intende, è di qualcheduno diverso da chi parla o scrive, è del nemico, dello straniero, del concorrente, non mai di sé stessi. Certamente, non si può escludere a priori che le disgrazie di un uomo o di un popolo siano dovute ad altri uomini, ad altri popoli ed al mondo intiero. Ma, altrettanto certamente, dalle recriminazioni contro gli altri, contro un mondo di nemici, non si cavano altro che i frutti di tosco che ne trasse la Germania, quando nel 1914 partì in guerra contro «un mondo di invidiosi». La salvezza è in noi, esclusivamente in noi. Nessuno, né uomo né paese può, colle recriminazioni e colle querele, obbligare altrui a salvarlo; ma tutti possono tentare di riuscire a riva colle proprie forze.

 

 

Chi non conosce la storia dell’Austria, ridotta ad un moncone, meglio ad una grossa testa senza corpo, con una industria violentemente separata dai suoi mercati, con molti cittadini e pochi contadini, con barriere doganali feroci erettele contro da quelle che un tempo erano le sue provincie? Tutto vero. Non sarebbe bene però che gli austriaci cessassero di recriminare per il momento contro l’irreparabile, contro di ciò su cui essi non hanno presa e si chiedessero: «non abbiamo anche noi un po’ di colpa, colpa nostra, proprio esclusivamente nostra della miseria in cui siamo caduti? Non sarebbe saggio se, mentre aspettiamo che gli altri rinsaviscano a nostro riguardo, noi ci dessimo dattorno a togliere di mezzo almeno quelle cause del male che sono state volute da noi, soltanto da noi?»

 

 

Uno dei più valorosi giovani membri della nuova scuola economica viennese, Fritz Machlup, scrive nel quaderno del gennaio 1935 di «The Review of Economic Statistics» di Boston un incisivo articolo su The consumption of Capital in Austria. La distruzione del capitale austriaco è stata invero grandiosa nell’Austria. Fatto uguale a 100 il capitale investito nel 1913 più quello ulteriormente investito dal 1913 al 1930 in tutte le società anonime austriache dell’attuale territorio della repubblica, e ridotte le cifre ad omogeneità monetaria, il capitale tuttora esistente nel 1930 residuava a 13. L’87% dell’investito era perduto. Se si continuassero le indagini sino ad oggi, probabilmente la perdita sarebbe maggiore. Forse la perdita del patrimonio dei privati è un po’ minore della perdita subita dalle società per azioni; ma non di troppo.

 

 

A che cosa è dovuto il disastro economico dell’Austria? Tutto il resto di cui si parla è vero; ma è anche vero che il disastro può essere spiegato da altra e bastevole causa: non conviene più conservare il capitale esistente; rinnovarlo, sostituirlo se distrutto dall’usura del tempo; Né conviene aumentarlo con nuovo risparmio. Una casa vale 100.000 scellini se frutta netti 4.000 scellini all’anno e se in aggiunta lascia al proprietario un margine di reddito sufficiente per le riparazioni e la ricostruzione. Ma se il reddito è ridotto a zero e se non c’è margine per le riparazioni e le ricostruzioni, in apparenza per qualche tempo, per 10 o 20 o forse anche 30 anni, la casa, come entità fisica, sta ancora in piedi; ma come entità economica vale zero. Chi è disposto a pagare un qualsiasi prezzo capitale per una casa il cui reddito è nullo? Bisognerebbe essere pazzi per riparare e ricostruire una casa che non frutta reddito. All’annientamento economico del valore capitale segue fatalmente la distruzione fisica. La casa deperisce, si logora, porte e finestre e vetri e pavimenti ed impianti vanno in malora. È quel che sta succedendo a Vienna. I governi succedutisi nell’amministrazione della grande città reputarono astuzia geniale limitare a cifre nominali poco diverse da quelle dell’anteguerra i fitti; ma Poiché la corona si svalutò ad un tredicimillesimo dell’anteguerra, i proprietari se vollero vivere dovettero ridursi a fare i portinai delle proprie case. Gli inquilini pagarono un po’ di più, ma la differenza andò, a titolo di sopraprofitto, nelle casse del comune, il quale se ne servì per costruire grandi caserme popolari, pitturate sui giornali illustrati come la quinta meraviglia del mondo. Pare che, essendo roba di tutti, anche le case municipali non siano modelli di buona conservazione.

 

 

La distruzione, che l’elegante metodo di scorciamento del metro monetario e conseguente appropriazione pubblica, a titolo di sopraprofitto, della lunghezza scorciata, operò per le case, metodi vari operarono per le altre specie di capitali. I metodi si chiamano: a) aumento della spesa pubblica e quindi delle imposte per abitante, dello stato da 100 nel 1923 a 206 nel 1929, di Vienna da 100 a 270, dagli altri comuni da 100 a 379; b) aumento dei salari da 100 nel 1914 a 172 nel 1930 per gli edili, a 128 per i mobilieri, a 163 per i fornai; c) aumento del costo delle assicurazioni sociali da 100 nel 1924 a 192 nel 1930 per l’assicurazione malattie, da 100 nel 1925 a 164 nel 1930 per l’assicurazione disoccupazione; da 100 nel 1928 a 1.070 nel 1930 per l’assicurazione vecchiaia. Tutte cose bellissime; ma che diminuiscono il reddito netto degli investimenti capitali e tendono a ridurlo a zero. Chi assume il costo di conservare, rinnovare e crescere il capitale del paese se imposte, politica degli alti salari e provvidenze sociali non lasciano alcun margine di profitto? Bisogna essere logici. O si tenta, come in Russia, se con successo o non, non parliamone, di costruire un altro sistema sociale fondato su motivi diversi da quelli ordinari; o bisogna rassegnarsi a lasciare vivere l’elemento motore dell’impresa privata, che è la speranza di un profitto proporzionato all’investimento fatto. Lo stato riduce i profitti da 100 a 13? Ed ecco il capitale volatilizzarsi a 13 anch’esso. Traggono forse vantaggio gli operai dalla espropriazione di fatto dei capitalisti? Ohibò! I disoccupati giungevano al 9,7% della popolazione nel 1925, nel 1930 erano già arrivati al 21,7% e nel 1934 probabilmente superarono il 25 per cento. Incremento fatale, ché nessun imprenditore. potendo, assume operai allo scopo preciso di crescere le proprie perdite. Né terremoti, Né guerre, Né risse doganali, Né ristrettezza di territorio, Né separazione dalla Germania furono la causa della distruttiva politica interna economica austriaca. Come i vecchi dirigenti austriaci vollero distruggere economicamente il proprio patrimonio, così oggi i nuovi potrebbero volere il contrario. Basterebbe che essi si lasciassero guidare dal buon senso, invece che da un ingenuo ed analfabetistico desiderio di popolarità. Ma il buon senso dice a colui che è colpito da una disgrazia economica: non badare al danno che altri può averti recato, ché questo non è riparabile da te. Pensa esclusivamente alla colpa che tu, colla tua condotta errata, hai avuto nel provocare il malanno. Recita il mea colpa ed emendati. Procura di fare il contrario di quel che hai fatto prima e poi arrangiati. Arrangiati! Questo è forse, di tutti i consigli che possono essere dati agli uomini, il più salutare. Direi che “arrangiarsi” sia il più meraviglioso verbo che esista nell’economia applicata. Specialmente gli italiani sono mirabili nell’utilizzare il contenuto ricco e fecondo di quel verbo. Quanti sono tra di noi i proprietari di terreni, di case, casette, di laboratori, opifici, negozi, quanti i fittaioli, i mezzadri, i capi di imprese piccole e medie? Sono milioni, molti milioni, più di quanti si noverino puri impiegati o puri operai salariati. Tutti questi milioni si industriano, si arrabattano, rendono servizi gli uni agli altri, si arrangiano ed, arrangiandosi, campano la vita. Perché le grosse imprese maneggiano i milioni di capitali e le migliaia di operai, hanno uffici studi e chieggono o combattono i pareri degli economisti, invocano dazi e contingentamenti e protezioni, attirano gli occhi del mondo, tengono desto il legislatore e fanno lavorare i ministeri, si ha talvolta l’impressione che in essi si concentri la vita del paese. Tengono certamente un gran posto queste imprese, sia che prospettino sia che, essendo stati commessi errori, cadano nelle braccia dello stato. Ma accanto ad esse vive la gran minutaglia delle imprese piccole e medie, la quale poco chiede perché non saprebbe neppure come chiedere, e poco interessa il pubblico, ognuna di esse essendo cosa troppo minuscola perché, se anche essa fallisce e scompare, il mondo se ne accorga. La minutaglia della gente che si arrangia, che, se sbaglia, nessuno le dà una mano per rialzarsi, deve per forza recitare il mea colpa e cercare da sé le vie della rinascita. La mirabile capacità di resistenza del nostro paese alla crisi mondiale non è forse dovuta in buona parte alla singolare compagine sociale italiana, compagine di piccola e media gente, infaticabile nel lavorare e pronta ad espedienti non immaginabili dai dottrinari da tavolino? (cfr. per un quadro di questa struttura italiana ed il significato di essa nella storia italiana dalla unificazione in poi il capitolo primo e l’epilogo di un mio libro su La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Bari, Laterza, 1933). Un uomo ed un popolo, i quali sappiano recitare il mea colpa astenersi dal chiedere altrui elemosina e coniugare il verbo arrangiarsi, non possono essere tratti a rovina. Se circostanze esteriori li trassero in basso, se sono ridotti ad un’ombra dell’antica grandezza, non sperino gli austriaci di veder ritornare da sé la prosperità col darsi in braccio alla Germania. Facciano l’esame di coscienza, si mondino dei loro peccati e si rimettano in cammino.

 

 

RAZIONALIZZAZIONE E DISOCCUPAZIONE. – La “razionalizzazione” comincia ad andar giù di moda, ma non per la ragione buona che la fa talora essere insipiente. Sì, bisogna gettare patate marce addosso al tecnico il quale consiglia la rotativa, la quale risparmia lavoro e produce stampati a 100 mila copie all’ora, al tipografo di provincia, il quale stampa 30 avvisi mortuari per volta da appiccicare nei luoghi più frequentati della cittadina; o vuole misurare i tempi ed usare cartellini nel laboratorio, nel quale l’occhio del padrone sorveglia i dieci operai. Patate marce addosso all’agronomo il quale inculca arature profonde, meccaniche al povero diavolo di contadino, il quale non può nemmeno mettere i bovi nel campo, ché arriverebbero colla lingua fuor del confine quando la coda ancora si muove al confine opposto. Vivono razionalizzatori, i quali paiono fabbricati apposta per far dubitare della ragione umana.

 

 

Ma se razionalizzazione vuol dire studio preciso delle condizioni di vita di una o di parecchie imprese, nel paese o nel mercato in cui quelle imprese vivono; se essa vuol dire studio dei metodi tecnici ed amministrativi e commerciali meglio atti a ridurre i costi; se lo studio è fatto tenendo conto del fatto che i prezzi non sono costanti ma variano in funzione della quantità prodotta e per lo più scemano quando e se, per ridurre i costi, occorre crescere la quantità prodotta; se per razionalizzazione si intende l’esame della convenienza di eliminare, in una impresa vasta o in un gruppo consorziato o legato di imprese, i reparti o le imprese perdenti, per concentrare gli sforzi nei reparti o nelle imprese promettenti; se, giunto al termine dei suoi studi, il tecnico riferisce: «fa duopo chiudere il tale stabilimento, perché ivi si produce al costo di 20 un prodotto che un altro stabilimento, appartenente allo stesso gruppo, può mettere sul mercato a 15; importa riordinare il lavoro nel tale altro stabilimento, perché ivi sono occupati 1.000 tra operai ed impiegati a fare il lavoro che, con organizzazione diversa, si farebbe con 200», contro questo tipo di razionalizzazione non esiste replica.

 

 

Non si replica dicendo: dove finiranno gli operai dello stabilimento chiuso o quelli licenziati dal reparto razionalizzato? La replica è priva di senso, perché equivale ad affermare che si crei o si conservi lavoro aumentando il costo della produzione, ossia la fatica del lavorare.

 

 

Alla lunga e cioè facendo astrazione dalla possibilità di potere vivere consumando un fondo preesistente di beni di consumo, possibilità destinata a venir meno in un volger di tempo così breve che possiamo considerarlo tranquillamente uguale all’attimo, gli uomini vivono sul flusso dei beni che essi producono nella continuità del tempo. Se noi supponiamo che esistano due stabilimenti, l’uno bene attrezzato ed organizzato o, con opportune riforme, bene attrezzabile ed organizzabile, il quale produca con 200 operai 1.000 unità di beni economici nell’unità di tempo e, raddoppiato, possa produrre con 350 operai 2.000 unità di beni economici nell’unità di tempo; laddove il secondo per produrre le 1.000 unità di beni nella stessa unità di tempo richiede 1.000 operai, e per produrne 2.000 ne richiede 2.500; è chiaro che, se i due stabilimenti appartengono a due ditte indipendenti e se nessuno interviene ad aiutare la ditta inferiore, questa dovrà presto fallire e smantellare lo stabilimento. Tutte le 2.000 unità di beni economici saranno prodotte dal primo stabilimento e da soli 350 operai.

 

 

Solo perché i due stabilimenti appartengono al medesimo proprietario o allo stesso complesso industriale, converrebbe forse mantenerli in vita amendue, per dar da lavorare a 200 operai nel primo ed a 1.000 nel secondo? Certo 1.200 operai al lavoro sono più di 350. Ma è vero che si possano e convenga tenere i 1.200 operai al lavoro?

 

 

Non conviene; perché tanto val dire che per produrre una massa di 2.000 unità di beni per cui bastano 350 operai convenga aggiungerne a vuoto, senza risultato addizionale alcuno di prodotto, 850. Non sarebbe meglio mandarli al mare, ai monti, a passeggio, al cinematografo, pagando ad essi ugualmente il salario, purché non stiano ad ingombrare lo stabilimento inutilmente, e rendere meno fruttuoso il lavoro di quelli che sul serio producono?

 

 

Gira e rigira, i 1.200 operai, o tutti occupati od occupati in parte, ricavano i loro mezzi di vita dalle 2.000 unità di beni prodotti dall’unità di tempo. Tutti, siano 350 o 1.200, vivono di quelle 2.000 unità. Diverso il problema del produrle da quello del consumarle. Conviene ad ogni modo produrle, a meno che si giudichi il mondo camminare alla rovescia secondo la regola del lavorar molto e produrre poco, colla minima fatica. Se si vuole si potranno poi ripartire le 2.000 unità prodotte fra 350 o 1.200 operai. Se non si voglia dare ai non lavoranti un’elemosina ad ufo, si potrà dare la quota delle 2.000 unità prodotte ad essi destinata perché facciano strade o bonifiche od altri lavori di lunga lena ed a scarso rendimento economico presente. Sarà sempre un tanto di guadagnato in confronto al danno dell’ingombro ed alla minor produzione che sempre si ha quando si lavora male.

 

 

Del resto, anche se si voglia, non si può seguitare a lungo a tenere ambedue gli stabilimenti aperti. Il complesso industriale proprietario ha un bel far la media fra il costo delle 1.000 unità prodotte con 1.200 operai e delle 1.000 prodotte con 1.000; la media riesce alta; ed a costi alti si deve vendere a prezzi alti. Se il padrone non ha il monopolio del mercato egli perde sia che faccia medie sia che non ne faccia. A meno che egli abbia sotto mano qualche miracoloso pozzo di San Patrizio da cui estrarre l’acqua della perenne gioventù economica, presto dovrà chiuder bottega, colla rovina del reparto cattivo e forse anche di quello buono.

 

 

Quid, se il padrone ha il monopolio del mercato? In tal caso, sì, egli può far la media dei costi e farseli rimborsare dai consumatori. Con ciò egli riesce a far lavorare i suoi 1.200 operai; ma a spese altrui. I consumatori, che pagano ad alto prezzo il suo prodotto vedono scemato il margine di reddito disponibile per altri consumi. Hanno dovuto su un reddito 100, destinarne 10 invece di 5 al prodotto venduto dal monopolista; destineranno 90 invece di 95 ad altri consumi. I disoccupati rispuntano da un’altra parte.

 

 

Sotto alla campagna contro la razionalizzazione, perché crea disoccupati, si nasconde l’antico sempre rifiorente errore che si crei lavoro col creare carestia. Sembra che il rimedio contro le supposte orge dell’abbondanza e dei bassi costi sia l’organizzazione della scarsità dei prodotti e degli alti costi. Forse il rimedio è popolare appunto perché è intuitivamente stupido. Sulla sua stupidità non v’ha dubbio. In un dato momento e in un dato paese gli uomini sono quanti sono: 20, 30, 40 milioni. Non crescono certo in modo molto rapido; ché, se anche crescono, ci vogliono almeno 9 mesi per la fruttificazione e da 15 a 20 anni per l’allevamento e l’educazione. Se il numero degli uomini è un dato, che possiamo considerare costante entro un certo lasso di tempo, val meglio produrre molto o poco, produrre 100 o 50 unità di beni nell’unità di tempo per uomo? La teoria che a creare occupazione convenga tenere in piedi gli stabilimenti, male organizzati e costosi, si riduce a dire che ad occupare 20 milioni di lavoratori (per 40 milioni di abitanti) convenga meglio produrre a testa ed al giorno 50 unità di beni piuttosto che 100. La cosa è troppo ridicolmente stupida perché, la stupidità non sia manifesta ad occhio nudo, appena sia chiarita nei suoi termini veri. Per farla apparire plausibile, occorre imbrogliare la testa di chi ascolta, parlando di un solo stabilimento per volta, supponendo che esso viva per aria, che qualcuno paghi i suoi prodotti a prezzi arbitrari o che qualcun altro paghi le perdite e che questo qualcun altro non scarichi le perdite su nessuno dei rimanenti membri della società, ma le pareggi coll’oro del pozzo miracoloso. Tenere aperto uno stabilimento che lavora male per non creare disoccupazione è spiegabile solo da chi ponga fede nella leggenda del pozzo di San Patrizio. Il guaio si è che non sono ingenui i monaci che la vanno ricontando oggi.

 

 

RISERVE AUREE, SBILANCIO COMMERCIALE ED INVESTIMENTI ESTERI. – Nell’ultima relazione del governatore della Banca d’Italia si legge una pagina d’interesse eccezionale:

 

 

«Gli elementi statistici, venuti in possesso dell’istituto di emissione per effetto dell’applicazione dei recenti provvedimenti in materia di cambi, hanno consentito di formarsi una idea più precisa su quello che fu l’andamento della nostra bilancia dei pagamenti durante gli anni che seguirono la stabilizzazione monetaria del 1927 e su talune fra le cause fondamentali della progressiva diminuzione delle riserve dell’istituto di emissione, verificatasi dal 1928 al 1934».

 

 

«Dal ragionato esame degli elementi suddetti (i quali si noti stante il complesso e ponderoso lavoro statistico occorrente alla loro elaborazione, non possono ancora considerarsi come completi, Né tutti definitivi, Né tutti rigorosamente esatti), sembra potersi affermare che la diminuzione delle riserve, verificatasi nel periodo 1928-maggio 1934 vada attribuita prevalentemente ad operazioni d’investimento all’estero, ad acquisti di titoli esteri e di titoli italiani emessi all’estero effettuati dal mercato italiano. Potrebbe, anzi, ritenersi che, senza i cospicui investimenti all’estero, la bilancia dei pagamenti avrebbe potuto presentare, rispetto a qualche anno del citato periodo, un saldo attivo, con conseguente aumento delle riserve auree. Si produsse dunque, durante il suddetto periodo, il trasferimento delle disponibilità dalla riserva posseduta dall’istituto di emissione, nell’interesse dell’economia e della difesa dell’intera nazione, a quella dell’economia individuale di poche migliaia di enti e di privati».

 

 

«Ove si consideri che il saggio dell’interesse e il rendimento netto di tutti i titoli italiani emessi all’estero e di molti degli investimenti esteri, furono, durante il periodo 1928-1934, quasi sempre notevolmente superiori quelli dei titoli e degli impieghi corrispondenti del mercato italiano, un siffatto fenomeno, di grave pregiudizio alla consistenza delle riserve del paese, è facilmente spiegabile».

 

 

«Né esso fu scoraggiato dalle svalutazioni monetarie anglosassoni in seguito alle quali, anzi, si manifestò in molti la tendenza ad attenuare le perdite subite stabilendo delle medie con nuovi acquisti, a corsi ritenuti vantaggiosi, di titoli stilati in dollari e in sterline».

 

 

La fandonia del pericolo di un disavanzo della bilancia del pagamenti internazionali dovuta a cause commerciali (rapporto fra importazioni ed esportazioni) non è dunque solo un errore teorico, ma è anche un errore di fatto. Azzolini ci dice oggi, nel linguaggio misurato e preciso che è tradizionale dai tempi di Stringher in questo che è il massimo documento bancario italiano, che le riserve della Banca d’Italia diminuirono bensì da 12.106 milioni di lire al primo gennaio 1928 a 5.832 milioni al 31 dicembre 1934; ma la diminuzione non fu dovuta al cosidetto sbilancio commerciale. Se non fosse intervenuta un’altra causa, la riserva aurea sarebbe anzi probabilmente aumentata. Perché diminuì? Solo oggi, grazie alle indagini statistiche condotte a buon punto dopo la bollatura dei titoli esteri (R. decreto legge del 26 maggio 1934) e la richiesta di dichiarazione dei fondi sull’estero e del possesso di titoli esteri (R. decreto-legge dell’8 dicembre 1934), si può affermare con ragionevole certezza che la fuoriuscita d’oro è dovuta esclusivamente agli investimenti fatti all’estero da cittadini italiani residenti in Italia. Il governatore aggiunge che siffatti investimenti si spiegano facilmente ove si consideri il “notevole” supero del saggio di frutto ricavabile dagli investimenti esteri in confronto del saggio di frutto dei corrispondenti investimenti interni.

 

 

Due le illazioni logiche: in primo luogo non si pone riparo alla diminuzione delle riserve oro, invocando, come fecero e fanno tanti scrittori quotidiani, restrizioni al commercio internazionale. Se questo non ha nessuna colpa della fuoruscita dell’oro, come si potrebbe, agendo su una causa diversa da quella vera, impedire quella fuoruscita? Quanto alla causa vera, che sono gli investimenti esteri, il governatore della Banca d’Italia lucidamente addita la ragione ultima di essi nel differenziale saggio di frutto degli investimenti esteri ed interni. La catena causale dei fatti è cioè la seguente: a) la diminuzione della riserva aurea è dovuta agli investimenti di capitali italiani all’estero; b) gli investimenti all’estero sono dovuti al più alto saggio di frutto dei capitali all’estero in confronto al frutto interno; ed è chiaro perciò che ad arginare e forse a rovesciare la tendenza, importa e basta che il saggio di frutto netto del risparmio nuovo investito all’interno divenga se non più alto almeno uguale al saggio di frutto netto del nuovo risparmio all’estero. Si dice “netto”, e cioè depurato dal carico di ogni specie di rischi comparativi. L’Azzolini spiega dunque implicitamente il fondamento di una revisione della politica interna del prezzo del capitale. Paghiamo il risparmio al pieno prezzo suo di mercato ed il capitale resterà in paese ed il problema della bilancia dei pagamenti internazionali, che pare un problema serio e grosso, sfumerà da sé, come nebbia al sole; o meglio sgonfierà da buon pallone gonfiato, quale esso in realtà è sempre stato.

 

 

Non a questo proposito, ma a proposito di un problema più vasto (dei rapporti fra «ordinamento corporativo e proprietà privata» nel quaderno di febbraio 1935 di «Economia») sostenni una tesi analoga: rendere massima la quota del lavoro e minima la quota del capitale nella divisione del prodotto sociale totale non giova anzi nuoce grandemente disturbare e taglieggiare il risparmio; e giova invece moltissimo rendere al risparmio onori, soprattutto, di sicurezza, di rispetto religioso alle convenzioni vigenti, di ossequio ad ogni trapasso o spostamento e direi mania di esso.

 

 

Il risparmio ha l’estro bizzarro e fantasioso: resta se gli si consente di andarsene; tenta di fuggire, appena lo si vuol legare; si nega e rincara, quando si pretende pagarlo poco; si dà a vile prezzo non appena gli si garantisce certezza di tener per sé i lucri usurai che gli accadesse di fare.

 

 

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