Strade sbagliate

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/10/1921

Strade sbagliate

«Corriere della Sera», 18 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 408-412

 

 

 

Il consiglio direttivo della Confederazione del lavoro ha votato una risoluzione e spedito un telegramma al ministro dell’industria, in cui si espongono concetti degni di attento esame, tanto più che il governo pare disposto a prenderli in considerazione.

 

 

Siamo interamente d’accordo con la Confederazione nel lamentare l’inasprimento dei dazi doganali operato per decreto-legge e nel deprecare le ulteriori trasformazioni verso il tipo della tariffa autonoma che la Confederazione dell’industria propone. Non attendemmo l’invito della Confederazione del lavoro per elevare la voce contro questa politica, la quale è certamente una delle ragioni precipue del rincaro; ed è augurabile davvero che l’esortazione della Confederazione a «tutti gli organi politici e sindacali del proletariato a svolgere una intensa ed energica campagna contro le attuali tariffe doganali» trovi un’eco profonda nelle masse operaie. Se la Confederazione l’avesse voluto, essa avrebbe potuto, agitandosi per tempo e controbattendo nelle anticamere legislative la tariffa che tutti sapevano fucinarsi, impedirne la nascita. Ma le rappresentanze operaie sono state finora incerte sulla politica da seguire in questa materia. Il timore della disoccupazione le ha indotte a chiedere aiuti (ad esempio per la marina mercantile) od a tollerare dazi assai più di quanto è consentito dall’interesse generale delle classi che esse dicono di rappresentare. L’esperienza dell’effetto immediato, ed estesissimo che la nuova tariffa ha prodotto sui prezzi ha cominciato a disingannare i capi degli operai; i quali vedono ora che una tariffa doganale, se può in qualche campo riuscire di aiuto ai disoccupati, in altri campi e in generale rialza i costi, aumenta i prezzi, rende meno atta l’industria nazionale a battere la concorrenza straniera e perciò cresce, invece di scemare, la disoccupazione. La risoluzione della Confederazione del lavoro è un lieto sintomo di una nuova tendenza, la quale potrebbe allearsi con quella che qua e là si fa sentire in alcuni migliori elementi della Confederazione dell’industria. Non mancano invero industriali i quali sentono quanto alla lunga sia dannoso ai loro stessi interessi la politica dei premi e dei dazi. La rapina operata a danno dell’erario ed a sedicente vantaggio delle industrie fa nascere istinti di rapina anche nelle masse operaie. Dalla lettera di un industriale estraggo queste parole:

 

 

«Quando armatori e proprietari di cantieri affermano, coi fatti e talvolta anche con le parole, che non c’è nulla di male a lasciar guadagnare ad un operaio di cantiere fin 5.000 lire al mese purché egli concorra a far avanzare l’inutile costruzione di un piroscafo tanto da permettere all’armatore di percepire il vistoso premio governativo, qual meraviglia che la conseguenza che ne deriva diritta come un filo sia che le masse operaie sono colà (a Trieste) le più riottose, le più impudenti, le più incontentabili di tutto il paese?»

 

 

Si ripete ora l’esperienza fatta durante la guerra: gli industriali tutti, anche i bravi, anche coloro che non chiedevano nulla allo stato, hanno dovuto scontare con la legislazione sui sovraprofitti, con la occupazione delle fabbriche, con le minacce di controllo, con la ingerenza burocratica, le conseguenze dei favori, dei prezzi eccessivi ottenuti da taluni più ingordi e procaccianti. Ora in cambio del miserabile dono della nuova tariffa e della facoltà, in parte illusoria, di taglieggiare il pubblico, gli industriali dovranno assoggettarsi a vessazioni tali che in confronto il beneficio della tariffa sarà nullo. Gli industriali più avveduti ne sono persuasi. Uno di essi scrive:

 

 

«Non occorre far presente a quali esose stranezze conduca la recente tariffa doganale, che fa pagare ad esempio centesimi 60 al chilogramma di solo dazio alle rotaie che anteguerra valevano, franche di tutto, 18-21 centesimi, o che a certe macchine tessili arrivateci testé dall’America, che anteguerra costavano, franche di tutto 1.875 lire l’una, ha applicato 875 lire di dazio, o ad altri accessori per filatura, che nel 1913 ricevevamo dall’Inghilterra a lire 1 cadauno, ed hanno pagato in questi giorni lire 1,25 di dazio! Tutto ciò è enorme; ma ciò che non è comprensibile è che, ad onta della nuova tariffa doganale, permanga tuttora il decreto che vieta la introduzione dei colori, talché il fabbricante-consumatore è in completa balia di un paio di privati, i quali scrivono sotto la sua domanda di importazione “il tal colore si fabbrica anche in Italia” ovvero “il tal altro si può avere rivolgendosi a noi” e questo basta perché il ministero rifiuti senz’altro il permesso di importazione, anche se chi l’ha chiesto ha le sue mille ragioni per preferire il prodotto estero, o, ancor peggio, se le asserzioni del comitato non rispondono a realtà».

 

 

In questo caso, gli industriali tessili soggiacciono ad una triplice rapina: quella del dazio pagato in oro, quella dei coefficienti di maggiorazione e per ultimo quella dei divieti di importazione. Ma dal giogo gli industriali tessili non si libereranno più, anche se i ministri avevano dichiarato che i divieti erano provvisori e dovevano durare fino alla nuova tariffa, se essi non oseranno fare il gran salto e, separando la propria dalla causa dei propri pretesi soci, non si decideranno a rinunciare per proprio conto alla più gran parte della protezione di cui ora godono.

 

 

Badino, gli industriali, che le vessazioni d’oggi sono un nulla in confronto a quelle che verranno. Già la Confederazione del lavoro nello stesso telegramma in cui protesta contro le tariffe doganali come causa del nuovo rincaro della vita, afferma che la diminuzione dei salari voluta dagli industriali deve servire ad un nuovo aumento del reddito del capitale a danno dei lavoratori e dei consumatori ed invoca l’istituzione di commissioni «per esaminare la situazione reale delle industrie così da stabilire le eventuali riduzioni del reddito del capitale e del lavoro». Ecco l’ombra di Banco del controllo operaio che risorge sotto le spoglie di una proposta d’inchiesta delle condizioni dell’industria. I dirigenti della Confederazione del lavoro sanno benissimo ché una inchiesta non è strumento adatto per conoscere le condizioni dell’industria: peso dei fattori produttivi, costi, prezzi, salari, profitti. Le inchieste durano anni ed anni e producono statistiche che pochi studiosi leggono a guisa di documento storico. Per eseguirle in modo utile sarebbe necessario esaminare criticamente i conti particolareggiati di ciascuno stabilimento, trovare criteri di comparazione e di tabellazione uniforme, pure riproducendo i costi unitari, non quelli medi, che sono privi, economicamente, di qualunque significato. Ma una siffatta inchiesta è l’opera di anni di lavoro e di un esercito di esperti, i quali difficilmente si troverebbero fuori dello stato maggiore delle industrie. Una inchiesta «rapida» avrebbe il solito, ben saputo risultato: far vedere che i costi sono intollerabili e che bisogna aumentare i dazi protettivi. Poiché, presumibilmente, tale non è il risultato voluto dalla Confederazione del lavoro, è chiaro che lo scopo della proposta è un altro. In primo luogo, tirar le cose in lungo ed impedire la riduzione dei salari la quale, se deve essere fatta e se deve avere qualche efficacia, deve essere immediata. In secondo luogo, risuscitare il progetto del controllo e rendere impossibile ogni libertà di movimento degli industriali sotto la minaccia perpetua di inchiesta sui costi e sui prezzi compiuta da incompetenti, senatori, deputati, burocratici, rappresentanti (cosidetti) del capitale e del lavoro; i quali dovrebbero pronunciare sentenze assurde di profitti che rialzano o ribassano quando rialzano o ribassano i salari. «Alla riduzione del salario – dice la Confederazione – devono corrispondere riduzioni del reddito del capitale in tutte le sue forme di collocazione». Come se non fosse l’essenza del salario di essere uguale da impresa ad impresa, in guadagno o in perdita; e come se tale regola non fosse la massima difesa dei lavoratori contro i tentativi di degradazione del tenor di vita delle masse operaie! è come se l’essenza del profitto non fosse invece di variare da caso a caso, dai casi in cui il profitto consiste nella perdita dell’intiero capitale a quelli in cui esso equivale al raddoppiamento in un anno del capitale medesimo! Come ordinare ad un’entità così «necessariamente» variabile di alzare o scendere nelle stesse proporzioni? Come ordinare a chi ha già perso, di perdere ancora? Compenseremo la sua maggior perdita con un prelievo su coloro che stanno in alto nella serie dei guadagni? Ma ciò equivale ad una assicurazione di stato contro i rischi di perdita industriale; alla peggior forma di socialismo possibile, che è la assicurazione degli scemi e degli infingardi a spese degli intelligenti ed operosi.

 

 

No. Confederazione del lavoro e Confederazione dell’industria sbagliano entrambe strada. La prima invoca inchieste e scarabocchiature su costi e meriti di produzione quando l’unico mezzo serio di conoscere le condizioni degli industriali non è di chiedere ad essi conti sbagliati, ma di farli ballare al suon di prezzi di concorrenza. A quel ballo si vedrà chi è capace di stare in piedi e quali sono i costi ed i prezzi veri. La Confederazione dell’industria si scava la fossa, quando chiede inasprimenti di dazi. Poiché alla richiesta si è tratti a replicare: qual uso fate del tributo che la collettività vi paga? Di qui inchieste e controlli; di qui la rovina di ogni spirito di iniziativa; di qui la sconfitta dell’industria.

 

 

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