Stravaganze tributarie municipali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/09/1921

Stravaganze tributarie municipali

«Corriere della Sera», 28 settembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 375-377

 

 

 

Che le finanze comunali si trovino in condizioni disagiate è notorio; ma che da questo fatto siano autorizzati i sindaci ed i regi commissari di alcuni grandi e medi comuni, radunati sul Campidoglio, a far passare come «voto» dei loro rappresentati il desiderio di aumentare le imposte a dritta ed a manca è un’altra faccenda, tutta diversa. Chiedono, ad esempio, i sindaci congregati in Campidoglio che lo stato conceda ai comuni i mezzi finanziari per far fronte alle spese per la seconda indennità di caro-viveri ai loro dipendenti. Il che, di fronte allo stato, sotto un certo aspetto, è onesto e legittimo. Il metodo introdotto recentemente dal governo e dalla camera di dire ai comuni: «Tu spenderai tanto e tanto, crescerai da 10 a 12 milioni la spesa per i tuoi impiegati», senza infastidirsi neppure un istante nella ricerca del modo di pagare i due milioni in più è stolto ed è leggero. Ma perché i sindaci non hanno osato di dire:

 

 

«Noi non applicheremo una legge lesiva delle nostre autonomie e della nostra esistenza. Sappiamo noi quando e se dobbiamo aumentare gli stipendi dei nostri dipendenti. Soli sovrani in tal materia sono i consigli comunali e non è tollerabile che il potere centrale ficchi il naso in affari che riguardano soltanto noi, urtando lo scompiglio nelle nostre finanze e creando iniquità senza fine nel trattamento economico degli impiegati municipali. Un caro – viveri concesso per legge ad enti locali è un non senso. Fa regali ad impiegati che stavano già bene e che per i primi si meravigliano della non sperata manna; induce i comuni a non dar nulla spontaneamente e nei casi giusti, per la paura che un decreto od una legge obblighi a dare nuovamente a tutti gli identici benefici; crea una solidarietà pericolosissima tra impiegati di enti posti in condizioni svariate».

 

 

Così avrebbero dovuto parlare i sindaci dei comuni, se avessero voluto dire una parola di verità. Invece essi si sono limitati a chiedere i mezzi per far fronte alla imposizione iniqua. E cioè si sono limitati a chiedere la luna. Perché dove volete che li pigli lo stato i famosi «mezzi», quando il suo stesso bilancio versa in un disavanzo di più di cinque miliardi?

 

 

Neppure una parola delle economie sulle spese che inutilmente la legge impone ai comuni di sopportare; o, se un’economia è chiesta, è quella ingiusta di non pagare le imposte che tutti gli altri contribuenti pagano. Perché, o sono ingiuste le imposte di ricchezza mobile e di negoziazione sulle obbligazioni, ed in tal caso nessun contribuente le deve pagare, ovvero – e questa, salvo la loro altezza, è la verità – le imposte sono giuste, e non c’è ragione al mondo che certe obbligazioni siano esenti solo perché emesse dai comuni.

Ma il punto più biasimevole delle richieste dei sindaci riflette gli aumenti nelle aliquote delle imposte comunali. Aumento dell’imposta bestiame oltre il doppio consentito dal decreto tal dei tali; aumento dell’aliquota massima della tassa di esercizio, con moltiplicazione contemporanea del numero delle classi; elevazione dal 7 al 10% del limite massimo dell’imposta di famiglia. Tutto ciò è finanza da manicomio, intollerabile ed inammissibile. Questi amministratori comunali parlano e fanno voti come se in Italia a mettere imposte ci fossero soltanto essi e non ci fosse, a carico dei contribuenti, la concorrenza delle province e dello stato. Attualmente i commercianti, gli industriali ed i professionisti pagano sui loro redditi l’imposta di ricchezza mobile, allo stato, dal 12 al 16 per cento; e le addizionali ai comuni, le addizionali variabili alle camere di commercio, la tassa di esercizio ai comuni. Tutto ciò cade sullo stesso preciso reddito. Ha nomi differenti; ma la differenza dei nomi non fa sì che la tassa di esercizio differisca di un iota dalla imposta di ricchezza mobile e relative addizionali. Al tutt’insieme bisogna guardare e non alle singole parti. Chiedete che la tassa di esercizio sia abolita, perché è una deformità, e che sia sostituita con una unica addizionale – sotto forma autonoma od aggiunta, a seconda delle esigenze tecniche – all’imposta sui redditi di ricchezza mobile: ed avrete chiesto cosa ragionevole. Ma inasprire semplicemente le aliquote non giova che a rendere impossibile la vita delle imprese economiche, quando, a fior di labbra, si dice da tutte le parti che occorre rinforzarle.

 

 

Quanto all’aumento dal 7 al 10% del massimo dell’imposta di famiglia, nutriamo fiducia che il ministero delle finanze vorrà resistere fino all’ultimo all’insano tentativo di portar via allo stato una materia tributaria specificatamente sua. L’imposta di famiglia è quella ultima, che schiuma i redditi già decimati da tutte le altre imposte e sovrimposte. Dopo che stato, province e comuni hanno già portato via, con le imposte sui terreni, sui fabbricati, di ricchezza mobile, esercizio e rivendita, ed addizionali relative, dal 20 al 50% del reddito e in molti casi più, arriva l’imposta di famiglia o sul reddito complessivo, che porta via un’ultima fetta. In tempi di sanità mentale, era pacifico che normalmente, fuor dei tempi di guerra, l’imposta globale non doveva al massimo portar via più del 5 per cento. Adesso ai soli comuni è già stata fatta facoltà di portar l’aliquota al 7 per cento. Non contenti, essi vogliono il 10 per cento. E che cosa si vuol lasciare, di grazia, allo stato, il quale per legge deve dal primo gennaio 1922 applicare l’imposta sul reddito e fin d’ora colpisce quei redditi con una infinità di imposte personali, tra cui principalissima quella sul patrimonio? Che cosa alle province, le quali non senza ragione affermano di aver titoli maggiori dei comuni ad applicare una imposta di carattere generale? Stia in guardia, lo stato, contro le pretese dei sindaci. Quando essi ottenessero il 10%, e lo stato volesse riordinare il sistema dei suoi tributi, i comuni pretenderebbero di farsi indennizzare per la cessione allo stato del cespite trasformato; e più pretenderebbero, quanto più alto fosse il limite a cui oggi lo stato consentisse di portare l’aliquota massima. E provvedano, invece, i sindaci, a far rendere di più all’imposta così com’è, limitata al 7 per cento. Essa è già esorbitante, molto superiore a quello che, in una finanza non manicomiale, sarebbe decente consentire ai comuni. Una amministrazione oculata e paziente ha gran campo di mietere raccolti opimi entro un così sterminato campo tributario.

 

 

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