Sui fattori (economici morali ecc.) delle variazioni storiche

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/09/1941

Sui fattori (economici morali ecc.) delle variazioni storiche

«Rivista di storia economica», VI, n. 3, settembre 1941, pp. 184-192

 

 

 

Gabriele Pepe, “Il medio evo barbarico in Italia”, Einaudi, Torino, 1941. Un vol. in ottavo di pp. X – 274. Prezzo L. 25.

 

 

Perché voglio consigliare agli economisti la lettura di questo libro? Non tanto perché vi si incontrano alcuni bei capitoli di storia economica: su “La vita economica sotto i Longobardi (il sistema curtense e communia e corporazioni, pp. 185 – 198)” e su “I monasteri (la formazione dei grandi monasteri ed i patrimoni della Chiesa di Roma e le pievi, pp. 199 – 216)”; e neppure perché dei singoli istituti e fatti e fatti economici l’a. ha una visione concreta, non indulgente a schemi aprioristici. Gran pregio è già questo in verità. La sopravvivenza delle Corporazioni romane e bizantine, attraverso il medioevo, è giudicata, ad esempio, con sorridente ironia un “mito” accademico – politico:

 

 

“senza dubbio, resistono alcuni gruppi di gente che, forse, è corretto, nel gergo delle distinzioni sociologiche, chiamare artigiani, ma la nostra lingua ha annesso un cosiffatto senso di intelligenza, di gentilezza, di umanità a questa parola che noi non ci sentiamo di considerare artigiani gli osti, i macellai che dicono sopravvissuti in corporazioni di Ravenna od i saponai di Napoli…. Il bisogno tecnico della collaborazione nei sistemi di lavoro e di commerci, il bisogno legale della difesa, il bisogno economico del fissare il prezzo più vantaggioso, il bisogno umano e religioso di raccogliersi e di pregare insieme per il buon andamento del lavoro, per la celebrazione delle feste, per essere ricordati dopo la morte creano queste associazioni, che ricordano così le antiche imperiali come, per certi aspetti spirituali, le posteriori confraternite, e, per altri aspetti di mutua assistenza, le moderne”.

 

 

Dove tutto è ben detto: dal giudizio storico sulle origini delle tenui associazioni del primo medio evo alla preferenza data al vivo significato in lingua italiana propria delle parole in confronto del pallido gergo che il Pepe dice sociologico ed io direi nato dall’odierna esigenza burocratica di classificare gli uomini nelle finche, dentro ed a favore delle quali sono chiamati a pagare contributi obbligatori o volontari, principali o supplettivi[1]. Così pure, sono chiaramente scolpiti i monasteri benedettini; essi non sono un’organizzazione comunistica, come forse alcuni monasteri orientali. Rassomigliano alle domuscultae; organismi chiusi in se stessi, i quali dovevano economicamente provvedere coi propri mezzi alla vita di tutti coloro che ne facevano parte. Il quadro che il Pepe traccia della corte medievale, sia che essa si costituisse attorno al monastero od alla casa – fortilizio del capo longobardo, è vivacemente rappresentativo:

 

 

“Quando Frontino diceva che i grandi proprietari avevano nei loro “latifondi con scarsa popolazione ed addirittura dei villaggi intorno alla villa (o parte centrale del latifondo, la “pars dominica”) perché si concentri ivi la difesa armata del latifondo” non solo non esagerava, ma forse non vedeva tutto il carattere autarchico di queste villae, che sembrano avere propri ordinamenti, diritti di mercato, di imposte e, talvolta, immunità giurisdizionali. La parola curtis…. designò nel periodo longobardico queste ville – latifondi romane occupate ora dai signori longobardi…. Per la necessità dell’anima barbarica ad imprimere il marchio della sua natura guerriera a tutte le manifestazioni della vita, il “modus munitionis” del quale parlava Frontino fu naturalmente esagerato e la “curtis” venne diventando sempre più un castrums… La villa comprende, talvolta, più “curtes”, cioè più ex-latifondi; la “curtis” a sua volta comprende, spesso, numerosi mansi.

 

 

In una “curtis” detta dominicata, risiedeva il signore, che vi raccoglieva dai vari mansi i prodotti agricoli e animali nello stato greggio: era quindi necessario lavorarli. Ora, non possiamo dire con precisione sino a che punto la “curtis” fosse un sistema economico chiuso che tutto producesse, distribuisse e consumasse senza rapporti col mondo esteriore; non sappiamo, cioè, sino a quel punto la “curtis” fosse capace con i suoi servi ministeriales di trasformare la materia prima in manufatti o se avesse bisogno dell’opera di artigiani viventi fuori di essa. Sa di romanzo più che di scienza la concezione di sistemi economici chiusi sufficienti a loro stessi e senza scambi monetari. Da un documento un po’ tardivo, del 1895, sappiamo che Nonantola, monastero più chiuso di una “curtis”, aveva fondato a Firenze un chiostro femminile con l’obbligo di filare la lana: esempio di una divisione del lavoro, che potrebbe rimontare a varii anni prima e essere più generale. L’economia a scambi esisteva, sia pure in forma embrionale: si sa di monete, di negozianti, di tariffe di operai ecc. ecc. Ce n’è quanto bastai per affermare che, mentre l’ossatura economica era costituita dal sistema curtense, mentre le classi dominatrici vivevano del reddito delle loro “curtes”, persistevano l’economia a scambio, la divisione industriale del lavoro, il commercio marittimo e fluviale, e, sovratutto, restava sempre, sia pure in forma ridottissima, la vita economica cittadina, che, per miserabile che fosse, dato lo stato di abbandono delle città, non poteva vivere ai margini dell’economia rurale curtense, se non scambiando con essa i suoi prodotti. Un sistema economico come questo curtense italiano, cioè agricolo, bastante in generale a se stesso, con scambi, però, moderati, non dovrebbe portare di per sé a sperperi di ricchezze; anzi dovrebbe favorire nella “curtis” dominicata il risparmio e l’accumulazione. Ma qui interviene l’elemento psicologico morale: il lingobardo, il signore, cioè, che vive nella “curtis” dominicata, centro di raccolta della produzione, non pensa al risparmio, non accumula grano, non investe il reddito in costruzioni o riparazioni o tenta nuove culture. Lo dilapida; o, peggio, ammassa ori e gioielli, credendo così di diventare più ricco…. D’altra parte, dove lo scambio è più intenso, non resiste troppo l’economia curtense: nelle regioni dove si avverte ancora il traffico con l’Oriente non si ha quasi traccia di “curtes”; il traffico, cioè, ha impedito che le sorti assegnate in origine ai longobardi si allargassero dando luogo al formarsi di queste forme di accumulazione, che han finito col coincidere con le antiche romane della decadenza (190-92) Il brano è quasi perfetto; e lo sarebbe del tutto, se il giudizio intorno all’illusione di arricchirsi in che quei barbari sarebbero caduti accumulando oro o gioielli non peccasse di schermatismo economistico. O che, in tempi di torbidi sociali, di instabilità politica, di guerre continuate il tesoreggiamento di qualunque cosa di pregio possa essere facilmente nascosta o trafugata non è la forma più “razionale” di risparmio? Non ragionava forse ottimamente quel contadino francese, di cui narra Larochefoucauld, il quale, mentre lasciava penetrare nella sua capanna l’acqua attraverso il guasto tetto di paglia e si rifiutava ad arricchire il terreno di piantagioni, nascondeva il marsupio sottoterra? La colpa della scelta, che un secolo più tardi sarebbe stata irrazionale, non era sua ma del gabelliere, il quale, se avesse visto casa pulita e campi fiorenti, gli avrebbe cresciuta incomportabilmente la taglia. Non ragionava forse ottimamente Vilfredo Pareto quando nell’agosto 1914 con sguardo lungiveggente consigliava ad un amico come ottimo fra gli investimenti l’acquisto di oro? Ma quasi sempre il Pepe vede bene, come nel brano ora citato, i legami che intercedono tra i varii aspetti della vita economica sociale politica e religiosa, ed, astenendosi dagli schemi in cui cade la gente sfornita di senso storico, pone efficacemente i limiti di ciascun tipo di vita. Dove scrittori poco raffinati vedono dappertutto monasteri e corti signorili, sistemi chiusi in se stessi ed al più nelle poche città sopravissute, artigiani asserragliati in collegi o corporazioni, il Pepe osserva una vita, miserabile bensì, ma varia da luogo a luogo, monasteri e signori costretti a rapporti, sia pur scarsi, di scambio col mondo esteriore, germi destinati in avvenire a fiorire e a dominare.

 

 

La sua descrizione della vita economica del famoso monastero di Bobbio, fondato, sul fiume omonimo presso Piacenza, da San Colombano sullo scorcio del sesto secolo è veramente bella: …….”Già una decina di anni dalla fondazione aveva l’estensione di “miliaria quattuor ad omni parte basilice e, in più, aveva l’”alpicula que vocatur Penne” (passo Penice; nel 643 vi vivono ben 150 monaci. Intorno alla Chiesa di Bobbio, al centro quindi di tutto il sistema monastico, vi sono sei edifici centrali a più piani (case solarie) e ben trenta edifici a un sol piano (case terrarie), abitate specialmente da servi. Un villaggio di trentasei edifici. Questa parte dei vasti possessi che ne costituisce come la capitale, ha immediatamente circostante uno spazio economico affidato a ventotto libellari con una produzione annua totale oscillante su i 670 moggi di grano, 196 anfore di vino, 600 carri di fieno; neanche qui manca la selva, assai grande selva che può nutrire 2.000 suini! Allontanandosi da questo centro, si hanno possedimenti terrieri con vari nomi (pratum dominicum, vaccaritia, pecoraritia, olivetum, castanetum) che si raccolgono intorno a sette chiese minori (oracula). Più autonome formazioni sono le “cellae exteriores” con loro terre, senodochi e pievi, costruzioni che sorgevano spesso lontano dal monastero per evidenti ragioni di aiuto ai pellegrini e ai rurali disseminati nei campi. Pare che in complesso Bobbio potesse giungere a questa produzione annua diretta: 2.100 mogi di grano, 1.600 carri di fieno, 2.700 libbre di olio e possedesse 5.000 suini! Dalla produzione poi, dei trecento libellari e trecentocinquanta massari ricava altri 3.600 moggi di grano, 800 anfore di vino senza dire castagne, ecc. A questo reddito bisogna aggiungere quello rappresentato dalle giornate lavorative gratuite prestate dai massarii, libellarii, accomodanti : se ne può parlare per analogia a ciò che dice l’inventario di Santa Giulia di Brescia “sunt ibidem liberi homines quattordecim, qui illorum proprium ad illam curtem tradiderumt, ea scilicet ratione ut unusquisque in ebdomada diem unum faciat”. Il monastero tende anch’esso a una vita economica chiusa, autarchica non solo perché i tempi oramai non permettevano altro, ma perché così si potevano evitare i contatti con il mondo. A meno che si riuscisse a farselo dipendente questo mondo: perciò, il monastero tende ad attrarre a sé i liberi coltivatori e coloni trasfarmandoli in “manentes”, i padri dei servi alla gleba; tende a ruralizzare la città spingendo le sue celle e le sue corti quanto più può nell’antica città romana; tende ad attribuirsi diritti a servitia; tende sopratutto a farsi donare le terre deprezzate con artigiani, molini, bestie, in modo da poter sempre meglio bastare a se stesso. Ma a questo punto risalta il carattere ritardatario dell’economia monastica. I monasteri, come le sale delle corti domenicali. erano centri di raccolta della produzione; ma, alcuni prodotti dovevano essere eccessivi, specialmente i prodotti animali. Che ne avveniva? Scambio no, ché tutti ne avevano. Controllo della produzione? un po’. Anche tenendo conto che tanta parte della povera produzione pastorale e agricola doveva andar distrutta per l’insicurezza della vita rurale (bestie feroci, rapine, epidemie, epizoozie) se qualcosa sovrabbondava, si sviliva. Perciò era estremo il disordine economico e la sproporzione nel valor venale delle varie merci”………… Non si può negare ai monasteri l’attitudine alla tesaurizzazione, ma i loro risparmi volano via, o per ruberie di re, specie carolingi, o per dilapidazioni di abati, che saranno spesso più guerrieri che uomini di Chiesa. Un’assai marcata razionalità nel governo economico dei monasteri troviamo nell’ordinanza di Wala, abate di Bobbio (834-836); il principio organizzativo è il seguente: una divisione del lavoro tra le varie corti in modo che alcune provvedano all’olio, altre al fieno, altre al grano, altre alla produzione industriale. I senodochi erano invece perfettamente autonomi. Il chiostro centrale diventa allora non il luogo di un caotico ammasso di prodotti, ma un centro di ben ordinata raccolta e distribuzione, dove c’è il frate che amministra il raccolto granaria, quello che bada alle vesti, quello che dirige i lavori dei fabbri. Ciascuno col suo bravo nome particolare. Wala dava appunta precise indicazioni: “Has curtes ad victum fratrum” “has ad camaram” (vesti): Fraxenedum est “curtis” in Tuscia…. ad quascumque necessitates, que evenire solent”, una specie di gran riserva”. Non però ancora per queste felici sintesi di un modo di vita, di un istituto economico, non per taluni scorci illuminanti: “il sistema economico dell’età imperiale che al liberismo tradizionale ha sostituito il colonato e il socialismo di stato”(3); non perché questo libro, che suppongo non sia stato scritto da uno specialista di economica, non contiene nulla che urti il senso economico, esso è sovratutto degno di riflessione. Non occorre affatto essere economista di professione per scrivere bene di storia economica. Bastano ed avanzano l’ingegno ed il buon senso che fanno acuto lo sguardo ed atto a scernere fra i tanti fatti insulsi quelli veramente significativi. In più fa d’uopo la convinzione che il fattore economico è uno solo dei tanti fattori che fanno storia e neppure il più rilevante e certamente non è il fattore causale o determinante o primo o più profondo. Anzi, importa essere convinti, come, leggendolo, mi pare sia il Pepe, che tutta questa faccenda dei fattori politici militari religiosi morali economici è mero schematismo classificatorio, utile, al più per distribuire la narrazione in libri e capitoli ed evitare ripetizioni ed oscurità. Ma guai a prendere sul serio schemi e classificazioni ed immaginare che certe entità astratte chiamate proprietà profitto interesse lavoro capitale, ovvero statuto costituzione corporazione impero, ovvero peccato pena comandamenti morali ecc. ecc. abbiano vita e virtù autonoma e di essi si possano narrare vicende, variazioni e storie! La storia la fa l’uomo ed è narrazione di mutazioni di stati di spirito. Sovratutto perciò il libro del Pepe sembra a me significativo. Chi era il romano dell’epoca della decadenza e quando prese cominciamento la decadenza? “In Roma la decadenza, che, come il medio evo, è categoria morale più che determinazione cronologica, a scavare profondamente si può ritrovare proprio nell’età più vistosamente gloriosa della storia romana, quella di Cicerone e di Augusto: se Cicerone vaneggia nel Somnium Scipionis miti orientaleggianti, che Virgilio, nella quarta egloga specialmente accoglie con la compiacenza e la leggerezza dell’esteta, se un po’ tutti, filosofi e poeti romani, bamboleggiano con i miti dell’età dell’oro, degli stati d’innocenza senza leggi e senza armi, è evidente che il processo di decomposizione della coscienza quiritaria patriottica degli Scipiani e dei Catoni è molto antico. Decadenza è l’orientalizzarsi della società romana il cui episodio più clamoroso fu il matrimonio del decadente Antonio con Cleopatra; il diffondersi di concezioni filosofiche e religiose mortificanti della carne e della natura, e, di contro, il farsi trimalcionico della società equestre; il sostituirsi alla vecchia classe dirigente, che ancora nei secoli dell’impero dava certi eroi di Tacito, dei barbari interni, dilapidanti immense ricchezze in opere di discutibile bellezza, ma di sfarzo orientale. Salviano, già, parlando dei suoi contemporanei disse: “Erano i Romani contro se stessi tanto peggiori nemici dei nemici esterni, che sebbene già fossero stati schiantati dai barbari, tuttavia da se stessi si distruggevano di più”…. Allo stato romano, aggregato di città indipendenti, creato e mantenuto dal liberalismo storico della repubblica e del primo impero è successo, per una evoluzione degli istituti giuridici che si sono adeguati alla nuova civiltà romana orientale, lo stato dispotico, personalistico, capace di aperta signoria sui beni e sulla vita dei sudditi, lo stato poliziesco: “Era accaduto qualche volta che, se un padre di famiglia, senza che fosse presente alcuno nell’intimità della casa, aveva sussurrato qualcosa alla moglie in un orecchio, il giorno dopo ne era a conoscenza l’imperatore (in Ammiano Marcellino, quattordicesimo, 1)”. Tutte le libertà sono crollate e con esse è crollata Roma: non quindi per cause esteriori, ma per la crisi interiore della libertà, per la sfiducia che gli spiriti ebbero nella vecchia patria, nella vecchia religione, nelle vecchie leggi, sin da quando Cicerone condannava senz’appello i complici di Catilina (2-3)”. Il “medio evo barbarico” nel libro di Gabriele Pepe è un’epoca di abbassamento e di inaridimento dello spirito. Passano, illuminando i tempi ferini, alcune grandi figure: Cassiodoro, Boezio, San Benedetto, Gregorio Magno; ed esse, solo esse, salvano i popoli dal precipitare sino nel fondo, dove li tratterrebbero le primitive barbariche passioni; e li conducono a rivedere il sole. Romani e barbari, guerrieri e santi conducono una vita materiale, creano i mezzi economici i quali sono adatti al loro modo di concepire la vita. Non i tipi di proprietà, di colonato. di corti dominicali, o conventuali, non le strade, gli scambi, o l’autarcia foggiano la vita degli uomini. Chi sono gli uomini vissuti fra il 400 e l’800? Che cosa pensavano? Quali erano i loro ideali di vita? Come l’opera di essi attuava quegli ideali? Nel quadro di quegli uomini vivono gli istituti giuridici economici politici e religiosi.

 

 

Francesco Gosso: “Vita economica delle abbazie piemontesi” (sec. decimo-quattordicesimo). In vol. ventiduesimo della “Series Facultatis Historiae ecclesiasticae” sectio B n. 4 delle “Analecta Gregoriana”. Editrice l’Università Gregoriana, Roma, 1940). Un vol. in ottavo di pp. 216. Prezzo L. 25.

 

 

L’autore nella prefazione dichiara che il titolo dato al lavoro è più vasto della reale portata del lavoro, il quale ha come limiti geografici la regione racchiusa fra Torino, Pinerolo, Saluzzo, Cuneo, Alba, Chieri, Torino; come limiti cronologici i secoli decimo-quattordicesimo, come fonti i documenti delle abbazie benedettine di Breme, pel suo priorato piemontese di Pollenzo, di San Salvatore a Torino, di Santa Maria a Cavour e dell’abbazia femminile di Caramagna, delle abbazie cistercensi di Staffarda, di Casanova, di quella femminile di Rifreddo nell’antico marchesato di Saluzzo e della prevostura regolare poi abbazia cisterciense di Rivalta torinese. I documenti sui quali l’indagine è basata sono tutti editi nei volumi della “Biblioteca della società storica subalpina”.

 

 

Tra le abbazie benedettine, le quali raggiungono il massimo splendore secolo dodicesimo e decadono rapidamente dopo il 1250 e quelle cisterciensi, il cui maggior rigoglio, col ritardo di un secolo, si ha verso il 1250 e decadono dopo il 1300, a primo aspetto non si scorgono differenze: “al centro il monastero colla sua grande tenuta madre, colle sue industrie e officine; alla periferia, un numero più o meno grande di tenute dipendenti, che nel sistema benedettino si dicono priorati alle corti e nel sistema cisterciense si chiamano grangie (147)”.

 

 

La diversità sostanziale è invece notevole. A capo della corte benedettina vi è un monaco, il quale governa e direttamente fa lavorare la terra dominica, sia a mezzo dei monaci sia a mezzo di servi del monastero, o con la prestazione di lavoro dei coloni; e nel modo stesso provvede ai lavori di artigianato e di trasporto necessari per la vita della famiglia. Il polittico di Oulx registra (sec. undicesimo) una produzione di 165 moggia di frumento, di 8 carri di fieno, 2 mulini e alcuni pascoli in montagna. Attorno alla terra dominica, le terre tributarie, con coloni e massari, i quali dovevano dare al monastero una porzione dei frutti dei fondi da essi coltivati e un certo numero di giornate di lavoro. Ad Oulx, dal monastero dipendono 21 famiglie di coloni con 79 persone; le quali debbono un terzo del grano, pochi polli ed uova ed un certo numero di giornate di lavoro, talora in numero determinato e tal altra “per singulas staciones secundum quod illis commendatur vel necesse est”. Alla chiesa di Revello, proveniente da donazione della contessa Adelaide, spettano, oltre i diritti censi e decime spettanti prima al signore, le onoranze e le prestazioni dei coloni. All’epoca dei fieni e delle messi “prata illius secabunt et fenabunt et fenum ad tecta, messes ad aeram, granum in horreum debito portabunt” (114).

 

 

Per le terre tributarie i coloni (homines) dovranno dare il quinto dei frutti ed il terzo del vino. Il regime curtense benedettino fu il risultato dello spopolamento e della desolazione che nel secolo decimo seguì all’invasione dei saraceni. Nel secolo undicesimo e nel dodicesimo i benedettini fondano monasteri, dissodano terreni, raccolgono gli agricoltori indifesi e deboli ed a sé li legano secondo i metodi dell’organizzazione feudale allora dominante in Piemonte. Il colono ben volentieri dava la quinta o la terza parte del fondo da lui coltivato per ottenere il sicuro godimento del resto.

 

 

Nel secolo tredicesimo il sistema a poco a poco si trasforma e decade. Ai vincoli religiosi politici e sociali fra i monasteri e le popolazioni, si sostituiscono vincoli puramente economici. In un consegnamento del 1233 su 69 coloni, 10 devono solo un fitto in natura e in danaro, più le solite regalie, e 44 un fitto esclusivamente In denaro. Il monastero vive praticamente di reddito, salvo poche definite prestazioni in lavoro da parte di 12 coloni per i lavori dei fieni e per alcuni trasporti. Alla colonia, con rapporti diretti personali fra monastero e coloni, si sostituisce l’enfiteusi, con canone fissato per lo più in denaro. Spesso l’enfiteusi maschera la vendita del fondo; ché il colono paga subito una somma capitale ed il monastero si riserva il diritto ad un canone nominale di mero riconoscimento della proprietà sua eminente. Anche quando il canone potrebbe essere aumentato, la lunga consuetudine lo rende fisso. Oneri straordinari gravanti sui monasteri – decime alla curia romana, denaro delle crociate, ecc. – obbligano gli abati a contrarre debiti a saggi usurai.

 

 

Comincia la rovina. Il monastero di Rivalta, dopo aver tentato di ottener denaro da altri al 20 per cento ed avere invano offerto taluni beni all’asta per pagare un debito di 800 lire a Giovanni Cane prestatore ad usura di Torino, gli vende e cioè gli dà in pagamento beni e terreni della prevostura e del priorato di San Secondo di Torino, tra cui due braide al Doirone presso Rivalta, non meno di 700-800 giornate. Se la vendita non fosse valida, gli consente di godere i terreni stessi, finché al debitore non riesca di pagare il debito. Ma i debiti ricominciano; e le cose si mettono così male che il papa cede prima la prevostura benedettina all’abbazia cisterciense di Sant’Andrea di Sestri in Liguria e poi, per il rifiuto di questa, all’abbazia cisterciense di Staffarda (verso il 1267).

 

 

Tra le cause economiche di decadenza, il Gozzo ricorda l’inflazione monetaria. I canoni dovuti dai coloni, specie quelli più antichi, fissati molte volte in forma consuetudinaria, furono cagione che in Italia si indebolisse, qualche secolo prima che nei paesi settentrionali, la potenza economica dei signori feudali, fossero laici od ecclesiastici, “in conseguenza della rapida discesa del valore del denaro. Di fronte alla forza del diritto consuetudinario delle classi rurali, specie nei contratti di 19-29 anni od a più generazioni, si riuscì assai di rado ad adeguare i loro censi al mutato valore del denaro (126-7)”. Il fatto par certo; ma poiché non si ha notizia di riduzioni imponenti della capacità d’acquisto della unità di peso dell’oro e dell’argento fino, sarebbe stato utile precisare in quale moneta fossero fissati i canoni enfiteutici, i censi e le decime. Probabilmente in moneta di conto (lira); ma l’a. sul punto tecnicamente decisivo non si sofferma.

 

 

Tutta diversa l’organizzazione dei monasteri cisterciensi dipendenti dalla celebre riforma iniziata a Citeaux volgendo l’inizio del secolo undicesimo. Non più, attorno alla terra dominica le terre tributarie, feconde di canoni in natura o in denaro ai monaci. Tutta la terra del monastero doveva essere direttamente coltivata dai monaci. Alla domanda “unde monachis debeat provenire victus” lo statuto del 1134 rispondeva: “de labore manuum, de cultu terrarum, de nutrimento pecorum”. Vietato possedere terre da puro reddito, riscuotere diritti tasse decime signorili. Gli stessi statuti del 1134 prescrivevano: “quod reditus non habeamus. Ecclesias, altaria, sepolturas, decimas alieni laboris vel nutrimenti, villas, villanos, terrarum census, furnorurn et molendinorum redditus et cetera his similia monasticae paritati adversantia nostri et nominis et ordinis excludit institutio” (148). Potevano i monaci cisterciensi aggiungere al proprio corpo altro di conversi, lavoratori agricoli quali sempre illetterati, in tutto uguali ai monaci, salvo che negli ordini sacri. Diventando conversi, i contadini diventavano senz’altro uomini liberi addetti alla coltivazione dei campi dell’ordine. Tutti, monaci e conversi, erano astretti al lavoro manuale; ma per i monaci erano più rigidi gli obblighi di preghiera.

 

 

Obbligatoria la vita in comune ai monaci nella casa del monastero, ai conversi nelle grange situate sulle terre dissodate. Sinché la regola fu osservata, le abbazie cisterciensi crebbero e fiorirono. Le donazioni spesseggiarono e i contadini anelanti a libertà donavano se stessi e le famiglie al convento. La fiducia generalmente diffusa verso le grandi abbazie dell’ordine, Staffarda e Casanova, fa sì che ad esse si affidino i risparmi di signori e di popolani. Specialmente Staffarda, ancora verso la fine del secolo tredicesimo, era diventata quali la depositaria del denaro liquido della regione. Coi risparmi proprii e le donazioni ricevute, Staffarda aveva liberato i propri terreni da obblighi di censi e decime verso signori feudali. Tra il 1239 ed il 1291 il numero dei monaci oscilla fra 20 e 40; e la influenza sociale dei cisterciensi, col gran numero di grangie ben popolate di conversi, era ancora alta verso la metà del secolo tredicesimo. Ma in quel secolo, in altri paesi prima, in Piemonte più tardi, comincia la decadenza; quando, dimentiche della regola, anche le abbazie cisterciensi si adattano ad acquistare terreni forniti di diritti signorili ed i monaci apprezzano, coi loro abati, la dolcezza del vivere di rendita. “La compera, per la grangia di Drosio, della metà del castello di Villanova dei Vasco, coi suoi terreni, colla metà del diritto ai due terzi delle decime e colla metà della decima di Drosio e più tardi (1283) l’acquisto a Stupinigi di quanto i Sili vi possedevano in castro, villa, poderio, jurisdictione, contitu, signoria, mero et misto imperio, roidis, fictis, decima, godis, servicis, successionibus corrispondenti alla terza parte di Stupinigi, dovevano inaugurare anche nei possedimenti di Staffarda il sistema dell’economia signorile” (p. 81). Col prosperare economico dei comuni anche in Piemonte, gli agricoltori sono attratti alle città industriali e commerciali e più non si adattano a vivere come conversi nelle grangie. Nel 1305 si ha notizia di grangie affittate. Gli acquisti e le spese partoriscono debiti: nel 1290 l’abate e i monaci di Staffarda si industriano per ottenere 3.000 lire a prestito ad usura. Se la decadenza ha le sue lontane origini nell’acquisto di ricchezze capaci di fornire ad abati e monaci un reddito non derivante “de labore manuum, de cultu terrarum et de nutrimento pecorum”, vuol dire che la causa della decadenza non fu economica bensì morale. Verso la metà del duecento per le abbazie benedettine, e dopo il principio del trecento per quelle cisterciensi, le agevolezze offerte ai monaci di vivere dei redditi dei vasti poderi donati dalla pietà dei fedeli e dissodati dal lavoro delle precedenti generazioni di monaci partoriscono effetti di ozio, di vocazioni interessate. Talun monaco si fa nominare abate per simonia e poscia, per rifarsi del mal pagato, vende “cruces, calices, coronas, texta evangeliorium, tabulas altaris, turrabula, quidquid de thesauro invenit” (p. 135). Nei secoli di fede, i monaci erano il fiore della società. Gli uomini migliori si affollavano per entrare nei monasteri benedettini e cisterciensi. Quando le rendite crescono, professan voti coloro i quali amano la vita comoda. I nobili signori rivolgono l’occhio cupido alle rendite dei monasteri ed iscrivono i loro cadetti ancor bambini tra i monaci, col proposito di procacciare poi ad essi la carica di abbate. Le vocazioni, divenute interessate, si riducono di numero, perché gli entrati preferiscono serbare per sé ed i parenti il godimento dei redditi. Il venir meno della fede a prò dell’interesse economico dà luogo a corruzione. A Rivalta verso la metà del duecento si sente il bisogno di scrivere negli statuti nuovi: “Quodque canonici (monaci benedettini) …. ac conversi, qui publice tenuerunt concubinas et qui fuerint in adulterio deprehensi, quique commiserint in ipsa ecclesia furtum, cultellum acutum portaverint, luxerint ad taxillos, conspirationem faeere presumpeserint, vel secum in domo tenuerint mulieres et qui etiam semel ad minus in anno non confitabur peccata subjaceant certi penis” (p. 52). Con la corruzione si accompagnano la di lapidazione dei redditi, l’indebitamento e la rovina economica, conseguenze e non a causa della rovina morale.

 

 

Le franchigie, ad esempio l’immunità dal pagar decime, che prima erano il giusto guiderdone dato a coloro i quali de labore manuum avevano assoggettato a cultura terreni deserti, coperti di fitte boscaglie e guasti dalle acque, diventano privilegio dannoso alla società. Si donano terre ai monasteri, per liberarle dalla decima e continuare frattanto, se vivi, a goderle. I parroci son privati dei mezzi per il mantenimento proprio della chiesa; e la decima va a favore di monaci redditieri (pagina 202).

 

 

Benedettini prima, cisterciensi dopo, sono divenuti rami secchi della società. La linfa vitale corre altrove, verso i liberi comuni, dove si agitano le passioni e ferve il lavoro. Ma la fede non è spenta; ed a farla rifiorire sorgono San Domenico e San Francesco.

 

 



[1] Perciò, al Pepe che scrive con efficacia, si può dar venia se egli talvolta indulge ad imitazioni involontarie di parole correnti, come “potenziamento”, “totalitario”, “spazio” vitale”, “ordine nuovo”, il cui significato è tecnicamente incerto; o se talvolta si sente tratto a polemizzare a proposito dei barbari goti o longobardi, come se si trattasse di moderni partigiani: “è stupida o cinica ogni osservazione (123)”…”fatti di cronaca dell’eterna stupidità umana (181)”… “A me secca parlare (181)” … “Questa era roba da bestie (182)”…; o se, ancora, non sa spogliarsi di una vernice verbale che non è, ma sembra colorata di quell’anticlericalismo di cattivo gusto che imperversava in Italia tra il ’70 ed il ‘900: “è come una vendetta della Storia (la “Storia” pare talvolta personalizzata come la “Decadenza”, la “Provvidenza” ecc.) che nel nome stesso dello Stato, gli usurpatori conservino documentata la sua origine economica e nel genitivo quel certo che di barbarico e di truffaldino che c’era nel fare il povero San Pietro titolare di diritti (153)”. Il che è detto a proposito della denominazione di “Patrimonio di San Pietro” attribuita al primo stato pontificio. Al Pepe, che ha sentito profondamente l’influenza del pensiero crociano, avrebbe formalmente giovato lo sforzo di imitare, naturalmente secondo l’indole sua di scrittore, la dignità dello stile storico del Croce.

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