Sui paesi di emigrazione e principalmente sulla Calabria; ovverosia della servitù della gleba in Italia

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1948

Sui paesi di emigrazione e principalmente sulla Calabria; ovverosia della servitù della gleba in Italia

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 566-589

 

 

 

Di ritorno da zone colpite da gravi alluvioni il presidente della Repubblica indirizzava al presidente del consiglio la seguente lettera, resa dall’on. De Gasperi di pubblica ragione:

 

 

Ritornato ieri dall’ultima – ed auguro e spero sia l’ultima – delle mie visite nelle zone delle Calabrie, della Sicilia, della Sardegna, del Piemonte e del Polesine tanto duramente provate dalla furia distruggitrice delle acque, ho il dovere di recarti testimonianza di fede e di gratitudine. Di fede nella ferma risoluzione dei danneggiati nel dare opera essi medesimi, per i primi, alla riparazione dei gravi danni ricevuti ed alla ricostruzione dei patrimoni morali e materiali perduti. Di gratitudine verso quanti, in nobile gara di solidarietà si adoprano per lenire la sventura, per trarre a salvamento uomini donne bambini, per apprestare ad essi i primi soccorsi. Dagli uomini di governo ai parlamentari, dai funzionari dell’ordine amministrativo ai tecnici, dagli ufficiali ai soldati delle varie armi e specialità, dai cittadini meglio provveduti agli umili popolani, tutti gareggiano nell’adempimento dei doveri verso la patria. Sono sicuro che, nella concordia operosa fra governo parlamento e popolo, all’opera di primo soccorso seguirà l’ardua e necessariamente più lenta azione di ricostruzione dei ponti, delle strade, degli argini, degli impianti di bonifica necessari ad impedire che il danno possa ripetersi. Con i miei occhi ho anzi già veduto a distanza di pochi giorni dal flagello, qualcosa di più dell’inizio della ricostruzione.

 

 

Lo spettacolo del coraggio con cui all’indomani della ferita profonda, questo nostro mirabile popolo già si è accinto a rimarginarla mi fa sperare che oggi si avveri l’augurio di coloro i quali in passato ammonirono: la terra italiana, la terra della montagna e sovratutto della montagna appenninica, va lentamente disfacendosi; le argille si sfasciano e le rocce si denudano. Spinti dalla urgenza di vivere, gli agricoltori abbattono l’albero e coltivano una terra che dopo qualche anno o decennio più non esisterà. Il male è antico e dura da secoli e talvolta da millenni. Ma la distruzione della terra italiana alta è la causa ultima dei flagelli i quali colpiscono le terre basse. Fa d’uopo – ammoniscono taluni veggenti – porre subito un argine alla distruzione ed iniziare poi la ricostruzione della terra; ed importa siano tolti gli impedimenti ereditati dal passato i quali ostacolano l’abbandono spontaneo delle terre invano poste a colture da contadini costretti a trarne troppo miserabili mezzi di vita.

 

 

Lo spettacolo di fede, di coraggio, di abnegazione, di solidarietà di cui sono stato commosso spettatore in questi giorni dolorosi mi persuade che usciremo vittoriosi dalla dura prova: vittoriosi nei frangenti dell’oggi e nelle più dure e durature conquiste dell’avvenire.

 

20 novembre 1951.

 

 

Alla lettera fece seguito, alcuni giorni dopo, una memoria nella quale si esaminarono i due problemi connessi del rimboschimento e degli uomini viventi nelle terre inondate.

 

 

Sul primo, sembra esistere l’unanimità di consensi. Giornali, uomini politici, scienziati dicono concordi: bisogna andare alla radice del male: non basta difendere il piano con argini robusti, con regolazioni del corso e del livello dei fiumi meglio studiate; importa ricostruire il monte e far sì che l’acqua defluisca più lentamente, trattenuta dagli alberi, dalle briglie, dai pascoli sodi.

 

 

Sotto l’impressione dei disastri che hanno colpito, con un crescendo spaventoso, dal 1948 ad oggi, tanta parte d’Italia, dalle terre povere della Calabria e della Sardegna alle feconde del Polesine, di disastri che l’occhio dell’uomo immediatamente collega con i disfacimenti e le nudità del monte e del colle, si esclama: «Noi non ricadremo nei passati erramenti; e, pur provvedendo al piano, non dimenticheremo di curare la causa, che è nel monte».

 

 

Ad annullare i buoni propositi dell’oggi pensa tuttavia l’ottimismo degli agricoltori, incoraggiato dalla cortezza della memoria degli uomini. Già ora corre sulle labbra di tutti, al sud e al nord, la sentenza: «A memoria d’uomo non è mai accaduto nulla di simile al disastro odierno». Perciò si confida che nulla di simile accada in avvenire.

 

 

Ma, la memoria degli uomini non va al di là degli ultimi quaranta od al più cinquanta anni. Ma la storia narra, al sud ed al nord, di inondazioni disastrose uguali a quella odierna; ed ogni volta gli uomini hanno rifatto strade ponti argini ed, a guisa di formiche, hanno riconquistato il terreno coperto di sassi e di melma nei fondi valle, hanno utilizzato nelle montagne i sassi per innalzar muretti, hanno trasformato la melma in terreno coltivabile, hanno ripiantato agrumi, viti, rifatto gli orti, ricostruito case e capanne, prosciugato con le idrovore i nuovissimi laghi sottostanti al livello del mare. Le loro industri fatiche hanno ridato ricchezza alla terra; sulla quale più non ritornano a pascolare greggi vaganti dal piano al monte, ma risorgono floride piantagioni, feconde di alti redditi unitari per ettaro. Quando la generazione delle formiche pazienti è tutta scomparsa, i nipoti non ricordano più i tempi passati e vivono nella credenza che la vita si sia sempre svolta fra prati, seminativi, frutteti, agrumeti, vigne, oliveti ed orti. Improvvisamente, in un giorno nefasto, l’impeto delle acque di nuovo travolge tutto; e fa gridare all’urgenza dei soccorsi, al ripristino dei ponti, degli argini, alla necessità di liberare quel che è ancora salvo dalla melma e dai sassi. Si accusa la natura matrigna, l’impeto inesorabile delle acque travolgenti, si riparla di flagelli non mai ricordati a memoria d’uomo. E nuovamente ricomincia la fatica delle formiche pazienti per rifare il bene perduto.

 

 

Eppure la natura avversa, le acque travolgenti, le piogge dirotte per giorni e giorni non sono le maggiori responsabili. Come sempre, gli uomini, nel dolore, non recitano il mea culpa. Hanno la sensazione indistinta di una colpa; ma è colpa di qualcheduno, lontano, che non previde e non provvide a tempo; è colpa degli avi che non pensarono abbastanza alla sorte dei loro nipoti. Interrogati, riconoscono che se i colli ed i monti circostanti fossero diversi da quel che sono, i fondi valle sarebbero più sicuri e le piogge torrenziali meno distruggitrici. Di che cosa, però, vivrebbero i contadini ed i pastori delle terre alte se i colli ed i monti non fossero usati a seminerio ed a pascolo? Di nuovo, ci si rassegna al destino che vuole monti e piani periodicamente fatti, a distanza di anni, nemici dell’uomo.

 

 

Ci rassegneremo ancora una volta? Dimenticheremo, di fronte all’urgenza di sempre nuovi problemi pressanti, che il problema massimo dell’Italia agricola è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo del nostro paese contro la progressiva distruzione che lo minaccia? Dalle Alpi e dagli Appennini fronteggianti la valle padana, giù sino alle montagne della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, gran parte della terra italiana va in disfacimento. Le inondazioni del Reno ferrarese, del Po, ieri dell’Adige, sempre dei fiumi torrentizi delle Calabrie jonica e tirrena e della costa orientale della Sicilia e della Sardegna, insegnano. Per sapere il perché dei villaggi e delle case travolti dalle acque, degli agrumeti, dei vigneti e degli orti scomparsi non basta guardare alle strade, ai ponti ed agli argini. Porre rimedio alle cause immediate e visibili è dovere di governo e di autorità locali. Ma l’uomo di stato deve guardare più lontano nello spazio e nel tempo. Deve guardare anche contro la volontà degli uomini viventi oggi. La origine delle pianure distrutte, delle strade e dei ponti rovinati è nelle montagne che stanno sopra ed intorno; ma la responsabilità spetta agli uomini che hanno diboscato per conquistare terra al frumento ed al pascolo. Oggi la montagna, fradicia di pioggia, scivola nella valle. Nella valle padana lo scivolamento vuol dire innalzamento del livello del letto dei fiumi, divenuti per tratti di centinaia di chilometri, pensili; oggetto di ammirazione e di sgomento a chi vede le barche scorrere, quasi sospese nell’aria, bene al disopra del tetto delle loro case.

 

 

Dappertutto, lungo l’Appennino, la terra frana, si rompe in calanchi improduttivi ed impaluda il piano. Altrove, nella provincia di Ragusa, la terra non frana perché è roccia; ma il sottile humus che gli alberi avevano creato nei secoli, scomparsi gli alberi, è dilavato dalle piogge e la roccia nuda emerge. Su di essa l’acqua scorre impetuosa, mal trattenuta dai muretti a secco che gli uomini hanno costruito spietrando i magri pascoli creati dal diboscamento.

 

 

La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani. La direzione generale delle foreste dovrebbe chiamarsi direzione generale della conservazione del suolo e delle foreste. L’arricchimento del nome non dovrebbe importare sdoppiamento, sinonimo di rivalità e di lotte di competenze. Significherebbe soltanto che lo stato tutela e ricostruisce la foresta per lo scopo supremo di salvare la terra italiana. Significherebbe che lo stato intende vegliare affinché, dopo secoli di distruzione, si salvi quel poco che resta delle foreste e del suolo delle Alpi e degli Appennini e si ricostruisca parte di quel che fu distrutto.

 

 

Si può essere scettici sugli interventi diretti dello stato a favore dell’agricoltura; e gli agricoltori a giusta ragione, quando si annuncia qualche tutela nuova dello stato a loro favore, esclamano: «Timeo Danaos et dona ferentes». Ma non si può essere scettici sul dovere dello stato di provvedere alla conservazione fisica della montagna. Né questa potrà essere salvata se non sottraendola in parte al pastore ed all’agricoltore. La lotta per la salvezza della terra male si conduce dallo stato su terreno altrui. Il contadino odia l’albero che sottrae terra al pascolo e al seminativo. Tutti i trattatisti, da secoli, hanno riconosciuto che la salvezza della terra nelle zone montagnose non può essere affidata né al singolo, né al comune e neppure alla regione. Dove esista un contrasto di interessi, la montagna si denuda e non si ripopola; e gli incendi, dolosi o spontanei, così frequenti in Sardegna, compiono l’opera nefasta.

 

 

Ma l’agricoltore non deve vedere iniziata l’opera salvatrice a suo danno. I meschini furti di sottovalutazione dei terreni nudi da espropriare con sotterfugi legali, tipo legge di Napoli o capitalizzazione degli imponibili fondiari, sarebbero deleteri. La terra in isfacelo o rocciosa vale così poco che il tentativo di pagarla meno del valore in comune commercio, che è il solo criterio usato in tempi e luoghi di morale decente, sarebbe, oltrecché immorale, antieconomico e impolitico. Se si vuole garantire agli uomini l’uso di una terra, diminuita in superficie ma sicura contro la scomparsa progressiva e feconda di frutti crescenti, non bisogna cominciare coll’inferocirli, confiscando a sottoprezzo la terra malvagia dalla quale essi, a torto, immaginano oggi di trarre i mezzi di vita.

 

 

Né bisogna salvare la terra partendo dal proposito di crear lavoro a vantaggio degli espropriati e dei disoccupati. Il lavoro non si crea come fine a se stesso, sibbene col compiere opere le quali siano razionali ed utili. La creazione del lavoro non è qualcosa che sia all’origine di quel che si fa. Lavorare non è lo scopo dell’azione; è il mezzo, da impiegarsi nella quantità minima, con cui si vuole ottenere un dato scopo. Impiegare anche una sola giornata di più del necessario per ottenere lo scopo, non è crear lavoro; è creare disoccupati. Colui che lavora a vuoto non crea nulla e scema il frutto del lavoro altrui. Così la torta comune da dividere rimpicciolisce; e ciò non può dirsi neppur causa, è sinonimo di disoccupazione. Chiamare gli uomini a lavorare per lavorare è grossolano errore. Dobbiamo lavorare per salvare o ricreare il suolo italiano. Il lavoro che salva e ricrea è vantaggioso; quello che è fine a se stesso non crea nulla ed aumenta la miseria di tutti.

 

 

Se la salvezza della scarsa e naturalmente infeconda terra largita dalla natura agli italiani è il più alto e più evidente compito dello stato nel momento presente, che cosa dire della salvezza materiale e spirituale di quegli uomini ai quali è accaduto di nascere e di vivere nelle regioni in cui la terra è infeconda perché le acque cadono nelle stagioni invernali e il sole brucia nella state la terra già arsa? Questo, che è il secondo punto accennato nella lettera del 20 novembre, è un problema attinente sovratutto al mezzogiorno. Qua e là, nelle valli più impervie delle Alpi, nelle zone appenniniche dall’Emilia agli Abruzzi, nelle valli di Comacchio si avvertono situazioni affini; ma il problema si pone nettamente in modo generale solo nel mezzogiorno e nelle isole. Una corsa di pochi giorni non consente un giudizio sicuro, anche se confortata dalla esperienza di uomini che a lungo vissero, scrissero ed operarono a pro delle regioni meridionali. Talvolta sembra che una parola, che una visione illumini il problema ansioso; come quando in una scuola ingombra di sfollati si vedono un padre ed una madre macilenti, attorniati da bambini più macilenti ancora e tutti coperti di stracci ed il vescovo mi dice: «Questa non è la condizione di oggi di questi sventurati, in quanto abbiano perso la casa; è lo stato loro di sempre». Sempre, da anni, la famiglia è macilenta, vestita di stracci e da sempre la casa è un tugurio di fango e di paglia, che una pioggia prolungata disfa a terra e fa crollare quasi ritornasse ad essere quella che sempre fu: fango che il sole dissecca e la piogge spappola. Di chi la colpa? In comuni contermini ho sentito, in uno, parlare di egoismo di proprietari medi e grossi ripugnanti a costruire case decenti per i loro contadini; ma nell’altro, dove non esistono né medi né grandi proprietari, ho avuto la sensazione di adattamento passivo dei piccoli proprietari al tugurio nel quale da secoli sono abituati a vivere.

 

 

Le cause di un modo di vivere che ripugnerebbe ai più degli uomini del nord sono evidentemente molte. Ma, guardando ed ascoltando, una domanda angosciosa mi si presentava alla mente. Abbiamo noi non dico fatto qualcosa per rendere gli uomini di certe contrade meridionali consapevoli della loro dignità di uomini e della necessità di vivere in case non troppo inferiori a quelle proprie nel nord degli appartenenti al loro medesimo ceto di lavoratori? Abbiamo perlomeno evitato di dare opera a ricacciare quegli uomini nella miseria in cui sono nati e vissuti e che ad essi medesimi appare naturale in virtù di una legge posta al disopra della loro volontà? Un tempo, i contadini meridionali, emigrando, avevano imparato che si poteva e si doveva vivere in case che non fossero tane; e dappertutto nel mezzogiorno le casette degli «americani» furono l’annuncio di un nuovo modo di vivere. Se, oggi, qualcosa si muove nel sud, se qualcuno è impaziente dinnanzi alle grotte scavate nel tufo od ai tuguri di fango, il merito è del soldato di ritorno dal servizio militare, è dell’uomo inurbatosi nelle città industriali e commerciali ed educato a poco a poco ad un altro modo di vivere. Che cosa, però, ha fatto lo stato per favorire una mutazione di costumi che è sovratutto morale e spirituale? Consentiamo noi all’uomo del mezzogiorno di apprendere quelle più alte esigenze nella casa, nel vestire, nel cibo che sono una delle più feconde premesse degli sforzi compiuti per aspirare ad un più alto ideale di vita? Che cosa abbiamo noi fatto perché non sia più vera la sentenza del vescovo che il dormire in tuguri e il vestire stracci è il costume di sempre di tanti pastori e contadini meridionali?

 

 

Purtroppo, noi abbiamo ubbidito ad alcune frasi fatte, a luoghi comuni tramandati da un anno all’altro, dai primi anni della unificazione nazionale ad oggi, dai soliti pappagalli ammaestrati del giornalismo analfabeta e di qui travasati nel mondo politico uso a ripetere quel che tutti dicono. I luoghi comuni dicono: «La montagna si spopola» – «I contadini si inurbano» – «La forte popolazione rurale è abbacinata dalle luci ingannevoli delle città tentacolari».

 

 

Quel qualcosa di vero che sta in fondo alle frasi fatte non può farci chiudere gli occhi dinnanzi alla verità fondamentale: «che la montagna, che la terra sono destinate a vedere diminuita la propria popolazione contadina, che non solo il cosidetto spopolamento accade, ma deve accadere non per il capriccio di uomini amanti della luce che inganna e corrompe; sì bene per motivi insiti nella natura umana, la quale aspira a trarsi fuori della miseria ed a salire a più degne ed alte condizioni di vita». I metodi perfezionati di cultura, le macchine agricole, i rapidi e poco costosi mezzi di trasporti riducono il bisogno di mano d’opera nelle campagne, aumentando il prodotto lordo per unità lavoratrice. Diminuisce il numero dei contadini necessari a produrre una data quantità di derrate. Tende a scomparire il pio bove. Contadini, fino a ieri fedeli alle tradizionali usanze, parlano con disprezzo crescente dei loro buoi; che mangiano tutti i giorni dell’anno e lavorano poche settimane e camminano con lentezza esasperante. Se un’automobile del tipo rustico della «campagnuola», adattabile a trasporto di cose, oltrecché di persone, e trasformabile in trattrice agricola fosse messa in vendita ad ottocentomila lire invece che al prezzo proibitivo di un milione e seicentomila, centinaia di migliaia di paia di pii bovi sarebbero apparecchiati e destinati al macello; e il numero dei lavoratori necessari a coltivare la terra diminuirebbe.

 

 

Le diatribe contro lo spopolamento della montagna e della campagna sono chiacchiere vane, che urtano contro l’interesse dei singoli e della collettività. La difesa dei buoi contro la trattrice è vana ed antisociale. Vuol dire costringere gli uomini a consumar tempo e fatica nel coltivare male, nel grattare alla superficie la terra; a perdere giornate preziose per recarsi al mercato, laddove in un’ora o due la stessa faccenda potrebbe essere sbrigata. Vuol dire conservare e cioè volere e creare la sottoproduzione e la miseria. Certamente, le esigenze delle culture irrigue, dei terreni a frutteto, a vigneto, ad agrumeto ci terranno lontano dai bassi livelli percentuali ai quali la popolazione agricola è discesa in altri paesi; ma sarebbe illusione stravagante pensare non debba diminuire. La percentuale dei rustici sulla popolazione totale non discenderà, come negli Stati Uniti negli ultimi centovent’anni, dall’80 al 18% della popolazione; e tanto meno, come nella Gran Bretagna, dal 50 al 5-7%; ma sarebbe contrario alla logica ed all’esperienza immaginare di poterci fermare all’attuale 42 per cento. Discenderemo di meno, forse anche di poco; ma discenderemo anche noi. Fermarci al 42% vorrebbe dire credere che metà della popolazione si rassegni a vivere peggio dell’altra metà; a non sapere usare sempre di più e sempre meglio macchine, sistemi economici di coltivazione, concimi chimici, sistemazione di terreni atti a risparmiar lavoro. Dobbiamo fare le montagne più belle e più sicure; dobbiamo rendere i colli ed i piani più intensamente coltivati; ma non illudiamoci che ciò valga a mantenere il livello percentuale e neppure il livello assoluto della popolazione rurale al limite attuale. Nei discorsi conviviali sentiremo predicare per un pezzo il ritorno alla terra!, ma sono chiacchiere. La terra conserverà quei tanti uomini che potranno vivere su di essa con un tenor di vita comparabile a quello degli altri ceti della popolazione. Volerne trattenere di più è impossibile. Gli uomini non vengono al mondo per popolar la montagna o per coltivar la terra; ma è vera la proposizione contraria: montagna e terra sono fatte per far vivere decentemente gli uomini; con la decenza media che nel paese è propria dei cittadini o dei contadini viventi in condizioni di agricoltura moderna.

 

 

L’urbanesimo non è per se stesso il male; ché invece la civiltà è venuta dalle città; ed i progressi agricoli medesimi non sono sorti autoctoni nelle campagne e sono invece sempre stati recati alla terra dai mercanti cittadini arricchiti. Carlo Cattaneo ha scritto pagine stupende sulla fioritura della terra lombarda e toscana per merito dei facinorosi cittadini di Milano e di Firenze. L’urbanesimo è il male quando si lasciano costruire le città brutte, gli immondi alveari dove non esiste vita familiare e collettiva, dove nessun abitante conosce il vicino; quando, consentendone la erezione, si invitano le turbe rustiche ad invadere baracche di legno e di latta, ad addensarsi nelle grotte e nelle rovine. L’amministratore cittadino, scoraggiato, incrocia le braccia dinnanzi al sovraffollamento di case condannate come inabitabili dal suo ufficio d’igiene ed esclama: «Dove metto costoro se li caccio via dalle loro tane?» Ma costoro non sarebbero stati attratti dalle città se non avessero saputo che nelle città esistono tane, nelle quali ci si può ammucchiare senza pagar fitto o pagando fitti irrisori. La città non si difende dall’inurbamento con le leggi proibitive; ma facendo pagare a chi ci vuol venir a stare canoni di fitti adeguati a compensare il costo della casa sana ed il comodo, anch’esso costoso, della vita cittadina.

 

 

Purtroppo, le frasi fatte sono spesso più potenti dell’esperienza universale e della evidenza storica. Il regime fascistico ha preteso di fermare il sole e di scongiurare lo spopolamento della campagna e l’inurbamento nelle città tentacolari con due leggi: quella del 9 aprile 1931 n. 358 per la disciplina e lo sviluppo delle migrazioni interne e l’altra del 6 luglio 1939 n. 1092 contro l’urbanesimo.

 

 

Lasciamo stare da parte le intenzioni: disciplinare, regolare, fare il bene altrui, promuovere il benessere collettivo, adeguare la offerta di lavoro alle richieste, armonizzare le esigenze dell’industria e dell’agricoltura. Anche le grida contro le streghe, gli untori, gli accaparratori, i bravi erano motivate e, si pensava allora, bene motivate. Quel che importa non sono le intenzioni, ma le norme coattive scritte nelle leggi. Leggiamone alcune:

 

 

Articolo 7 della legge 9 aprile 1931:

 

 

Lo spostamento di gruppi di lavoratori e di famiglie coloniche da una provincia per l’impiego in altra provincia dovrà essere sempre disposto o autorizzato dal commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna.

 

 

E un articolo unico di un decreto esplicativo del capo del governo 22 luglio 1933 integra:

 

 

«Nel caso di trasferimenti di gruppi di operai o di una o più famiglie coloniche senza l’autorizzazione prescritta [dal sovracitato articolo 7], i lavoratori e le famiglie coloniche potranno essere restituiti di autorità ai luoghi di provenienza ed i datori di lavoro saranno passibili delle ammende [contemplate in un primo capoverso dell’articolo 14 di una legge 29 marzo 1928 n. 1003] da applicarsi sempre nella misura massima ove si tratti di spostamento di famiglie coloniche» e da versarsi a profitto del commissariato il quale ha negato l’autorizzazione a migrare.

 

 

La legge 6 luglio 1939 spiega ancor più chiaramente:

 

 

Articolo 1. Nessuno può trasferire la propria residenza in comuni del regno capoluoghi di provincia o in altri comuni con popolazione superiore a venticinquemila abitanti, o in comuni di notevole importanza industriale, anche con popolazione inferiore, se non dimostri di esservi obbligato dalla carica, dall’impiego, dalla professione o di essersi assicurata una proficua occupazione stabile nel comune di immigrazione o di essere stato indotto da altri giustificati motivi, sempre che siano assicurati preventivamente adeguati mezzi di sussistenza.

 

 

Articolo 2. I lavoratori di qualunque categoria aventi residenza in altri comuni, e per i quali l’ammissione al lavoro è subordinata a richiesta numerica a norma del R.D.L. 21 dicembre 1938, n. 1934, non possono essere ammessi a lavoro in alcuno dei comuni indicati all’articolo 1 se non autorizzati, su domanda dei datori di lavoro, dagli organi provinciali preposti al servizio del collocamento, qualora i lavoratori risiedano nella stessa provincia; dagli organi interprovinciali o nazionali preposti al servizio di collocamento o dal commissariato per le migrazioni e la colonizzazione, qualora essi risiedano in provincia diversa da quella in cui si svolge il lavoro. Per i lavoratori per i quali è consentita, a norma dello stesso decreto legge, la richiesta nominativa, l’ammissione al lavoro è ugualmente subordinata all’autorizzazione rispettivamente degli organi provinciali o interprovinciali o nazionali preposti al servizio del collocamento o del commissariato per le migrazioni e la colonizzazione.

 

 

Articolo 4. Nessuno può essere iscritto nel registro di popolazione di alcuno dei comuni di cui all’articolo 1 se non comprovi di trovarsi nelle condizioni indicate nell’articolo stesso. Gli immigrati temporanei non possono ottenere la iscrizione nel registro di popolazione di uno dei comuni anzidetti se non comprovino la stabilità della condizione per la quale ottennero l’autorizzazione alla immigrazione.

 

 

Articolo 5. Nei comuni di cui all’articolo 1 è vietato di affittare o subaffittare, comunque, case di abitazione, camere mobiliate e non mobiliate o qualsiasi altro locale, a persone o famiglie provenienti da altri comuni per gli scopi di cui agli articoli 1, 2 e 3, ove esse non esibiscano il certificato dell’ufficio anagrafico o degli organi competenti ad autorizzare le immigrazioni, che attesti trovarsi le persone medesime nelle condizioni previste negli articoli stessi.

 

 

Articolo 6. Gli operai immigrati per lavoro temporaneo in qualunque comune del regno devono, a seguito della denuncia di cessazione del lavoro, prescritta dall’articolo 7 del R.D.L. 21 dicembre 1938, n. 1934, essere cancellati, per ogni effetto di legge, dall’ufficio di collocamento ed eventualmente dall’anagrafe, e rientrare nel loro comune di residenza e, occorrendo, essere rimpatriati con provvedimento di polizia, qualora entro trenta giorni successivi alla cessazione del lavoro non siano stati adibiti, nel comune di temporanea dimora, ad altro lavoro di carattere continuativo, fermo il diritto alla indennità di disoccupazione a norma delle leggi vigenti.

 

 

Articolo 7. Non possono essere iscritti ad uffici di collocamento per lavori di categoria diversa, anche nello stesso comune di residenza, lavoratori agricoli che, senza giustificato motivo, abbandonino la terra alla quale sono adibiti.

 

 

Articolo 9. Coloro che abbiano acquistato una nuova residenza o che prolunghino la loro permanenza nel comune d’immigrazione in contravvenzione alle disposizioni della presente legge sono puniti con l’arresto sino a un mese o con l’ammenda sino a lire mille. Essi, inoltre, sono cancellati, per ogni effetto, dall’anagrafe e dagli uffici di collocamento del comune stesso, e debbono rientrare e, occorrendo, essere rimpatriati, con provvedimento di polizia, nei comuni di origine.

 

 

Articolo 10. Il dirigente o il dipendente dell’ufficio di collocamento che richiede o autorizza l’assunzione al lavoro di prestatori di opera in violazione delle disposizioni della presente legge è punito con l’ammenda da lire cinquanta a lire mille. Ad eguale pena soggiace il dirigente o il dipendente dell’ufficio anagrafico che iscriva e non cancelli dai registri anagrafici prestatori di opera in violazione delle norme della presente legge. Il datore di lavoro che assuma prestatori di opera senza osservare le norme stabilite dalla presente legge è punito con l’ammenda da lire mille a lire cinquemila.

 

 

Chiunque, infine, in violazione del disposto dell’articolo 5, dia in locazione o sublocazione case di abitazione, camere mobiliate o non mobiliate ovvero qualsiasi altro locale, è punibile con l’ammenda da lire cinquanta a lire trecento.

 

 

Le precedenti disposizioni si applicano senza pregiudizio delle maggiori pene comminate dal codice penale e da altre leggi penali.

 

 

Sarebbe stato opportuno che il legislatore fascistico avesse intitolato le due leggi con la più esatta terminologia: «Estensione dell’istituto del domicilio coatto» e «Ristabilimento della servitù della gleba». Questi e non altri sono invero gli istituti regolati dalle leggi del 1931 e del 1939. Che cosa è il domicilio coatto se non l’obbligo di non allontanarsi da un determinato territorio? Che cosa è la servitù della gleba se non il divieto di abbandonare la terra dove si è nati ed alla cui coltivazione si è addetti, con la comminatoria della restituzione forzosa in caso di fuga? Adorniamo, quanto si vuole, i due istituti con le parole moderne di disciplina, regolamento, armonica distribuzione e simili vanità; diamo ai padroni dei servi, ai negrieri il nome di commissari, ministeri, funzionari; ma resta il fatto crudo e nefando di uomini divenuti cosa trasferibile ad libitum di altri da un lavoro ad un altro, da un luogo ad un altro o condannati a rimanere, finché la vita duri, nel luogo dove esiste la gleba alla quale primamente l’uomo fu asservito.

 

 

Non manca nella legislazione del 1931 e 1939 la nota feroce. Ho vivo il ricordo di un libro sulla schiavitù dei negri, nel quale una incisione riproduce il negriero il quale palpa le carni e colla lingua assaggia le labbra ai prigionieri africani destinati all’imbarco come schiavi per assicurarsi se siano sani ed a quale mestiere atti e li fa correre per accertarsi che, sudando, non siano affetti da lebbra latente. Incisione orrenda, degna di quelle che adornavano i libri (giuridici) sulla tortura. Ma all’articolo 8 della legge 1931 si legge:

 

 

«Il commissariato [leggi negriero] per le migrazioni e la colonizzazione interna, curerà per mezzo dei suoi funzionari e dei suoi organi, che le squadre degli operai migrati siano formate di individui fisicamente idonei e pratici del mestiere, per il quale sono chiamati e darà agli operai stessi l’assistenza morale, sanitaria ed economica».

 

 

Anche il negriero curava che le cose sue giungessero vive al mercato e fino a quel momento aveva interesse a nutrirle bene. Quel che v’ha di inumano in ambi i casi è che un padrone di schiavi od un commissario di merce viva migrante abbia il potere di negare all’uomo la possibilità di migliorare le sue condizioni di vita perché lui negriero o lui commissario ha diritto di condannarlo alla geenna come «individuo fisicamente non idoneo».

 

 

Questa è legge nefanda, ma vigente; caduca perché contraria all’articolo 16 della costituzione il quale riconosce solennemente che «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e sicurezza», riconoscimento rafforzato dalle norme contenute negli articoli 2, 3 e 4; ma è legge la quale regola ancora, fino a che non sia abrogata, la materia delle migrazioni interne. Ministero, prefetti, questori, uffici provinciali e regionali del lavoro, posti di fronte alle norme tassative della legge ed al principio di libertà sancito dalla costituzione tergiversano, applicano sì ed applicano no, cercano una via di mezzo. Come al solito, gli stracci vanno all’aria; e la norma, alla quale gli interessati trovano rinnovate giustificazioni nella ripetizione dei luoghi comuni della lotta contro l’urbanesimo e contro lo spopolamento della montagna e della campagna, continua ad operare.

 

 

L’abolizione pura e semplice, dalle radici, senza residui, è urgente. Noi non possiamo continuare a presentarci nelle assisi internazionali a chiedere libertà di emigrazione nei paesi esteri dove la mano d’opera fa difetto, finché si corra il rischio di vederci rinfacciare: e voi cosa fate? permettete voi forse ai vostri contadini del mezzogiorno, del Veneto, degli Appennini magri e dilavati, delle alte montagne di spostarsi a loro volontà verso le città e le campagne del settentrione? non si legge nelle leggi del 9 aprile 1931, n. 358 e del 6 luglio 1939, n. 1092 che l’italiano fuggiasco in cerca di sorte più prospera in altre località del vostro stesso territorio nazionale può essere ricondotto, debitamente ammanettato fra due guardie di pubblica sicurezza o due carabinieri, nel comune d’origine? che cosa stabilisce la norma che sia diverso dalla espulsione dai nostri territori dell’emigrante italiano arrivato tra noi senza passaporto e senza visto?

 

 

A chi ci rinfacci le leggi del 1931 e del 1939 noi non possiamo rammostrare nulla salvo l’articolo 16 della costituzione, che il migrante interno non può invocare senza farsi ridere in faccia dai negrieri, soprannominati, senza loro colpa, prefetti, questori, ufficiali del lavoro e simili. L’addetto sociale delle ambasciate dei paesi stranieri ai quali noi chiediamo l’ammissione libera o più larga dei nostri emigranti può con tutta facilità appurare che oggi in Italia chiunque aspiri ad essere avviato al lavoro alle dipendenze altrui deve iscriversi nelle liste di collocamento;

 

 

ma l’iscrizione nelle liste di collocamento può ottenersi soltanto presso l’ufficio del lavoro, nella cui circoscrizione il lavoratore abbia la propria residenza;

 

 

ma se tale residenza il lavoratore non abbia, non può acquistarla, se non dimostri di essersi già ivi assicurata una proficua occupazione;

 

 

ma questa assicurazione non può essere fornita che dai «potenti», dai gruppi sociali interessati, cioè, a far venire e più spesso ad allontanare uomini nuovi;

 

 

sicché la possibilità di emigrare all’interno è rimessa soltanto al beneplacito di tali potenti.

 

 

L’addetto sociale di una qualsiasi ambasciata straniera, dopo avere studiato la legislazione e la pratica amministrativa vigente, facilmente si avvedrà essersi a poco a poco formata e rinsaldata in Italia una attitudine psicologica la quale è probabilmente vigorosa anche in altri paesi, ma qui trova fondamento nella legge: la psicologia della illiceità giuridica e della indegnità morale delle migrazioni interne da regione a regione, da provincia a provincia, da comune a comune. Si resta senza parole, fatti incapaci ad opporre principi di ragione e di giustizia a sentimenti profondamente radicati, quando si odono uomini in buona fede, persuasi di difendere una giusta causa, protestare contro la concorrenza sleale mossa da lavoratori «forestieri» (e cioè da italiani nati in un comune diverso) ai lavoratori i quali soli hanno il diritto a lavorare perché nati e residenti nel luogo del lavoro.

 

 

Manca la parola dinnanzi a queste manifestazioni di egoismo di gruppi sociali privilegiati in confronto a quelli accusati di concorrenza sleale. E ci si chiede: quale peso l’addetto sociale straniero potrà dare alle nostre, pur sacrosante, proteste per i divieti opposti all’estero all’entrata dei nostri emigranti? Che cosa potremmo opporre noi alla domanda beffarda dell’addetto sociale il quale ci osservi:

 

 

«Prima di lamentarvi tanto dei vostri due milioni di disoccupati e invocare aiuto da noi, che saremmo in colpa per i nostri rifiuti di accogliere il vostro sovrappiù di popolazione, perché non cominciate ad aiutarvi da voi stessi? Non è forse vero che i vostri disoccupati, se è vero siano due milioni, sono tanti perché voi avete frazionato il vostro territorio nazionale in novantacinque mercati chiusi del lavoro, tanti quante sono le vostre province; anzi in un numero maggiore di mercati legalmente chiusi, quante sono le vostre città capoluoghi di provincia, più le città non capoluogo ma provviste di venticinquemila abitanti, più quelle meno dotate di abitanti, ma rilevanti per notevole importanza industriale; in totale forse qualche centinaio di mercati chiusi? Non è forse vero che se, invece di duecento od anche solo di cento mercati chiusi del lavoro, l’Italia fosse un mercato unico, i disoccupati sarebbero una quantità minore di due milioni? Almeno questo è quello che voi dite e ripetete parlando della Francia e della sua politica anti immigratoria, quando osservate, assai correttamente, che, se i disoccupati italiani sono due milioni e quelli francesi centomila, essi sono tanti perché i due mercati non sono comunicanti. Se lo fossero, dite voi, i disoccupati italo francesi non sarebbero ; ma una quantità minore. Nulla di più esatto. Teoricamente la disoccupazione è un assurdo. C’è sempre, per il lavoro come per i beni in genere, un prezzo che rende uguale la quantità offerta alla quantità domandata. Se il salario è troppo alto, su un milione di lavoratori pronti a lavorare, i datori di lavoro possono avere interesse ad assorbirne solo novecentomila; quelli il ricavo del cui lavoro compensa il salario pagato. Restano disoccupati i centomila, il cui salario sarebbe superiore al prezzo della merce prodotta in più col loro lavoro, prezzo evidentemente inferiore al prezzo della quantità minore di merce ottenibile coll’opera di soli novecentomila operai. Ma le cause di non coincidenza fra offerta e domanda di attrito sono moltissime. Quanto più il mercato è ristretto, tanto più è probabile si moltiplichino gli attriti, le non coincidenze. Se il mercato è quello di un piccolo villaggio di cinquecento anime, sarebbe un miracolo se proprio in tutti i giorni lavorativi dell’anno il calzolaio ciabattino riuscisse a collocare il proprio lavoro. Quanto più il mercato si allarga, tanto più scema l’impero del caso, dell’attrito; agisce la legge dei grandi numeri e chi offre, trova contropartita in chi chiede lavoro. Se in un paese vi sono venti milioni di lavoratori distribuiti, per comodo di calcolo, ugualmente in gruppi di duecentomila su ognuno di cento mercati chiusi, le probabilità di attrito possono essere del 10%: con ventimila disoccupati per ogni provincia o città mercato e due milioni di disoccupati in tutto. Se il mercato è unico, le probabilità di attrito, di non coincidenza, l’impero del caso scemano al 6%; e la disoccupazione si riduce ad un milione e duecentomila unità. La differenza di seicentomila è dovuta agli attriti propri dei piccoli mercati. La differenza, invece di seicentomila, potrà essere di un milione ovvero di trecentomila o di altro numero; ma è certo una quantità positiva; e sulla sua evidenza poggia il fondamento di ragione delle giuste richieste dell’Italia di vedere aperti i mercati esteri alla eccedenza della sua popolazione».

 

 

Ma se ciò è vero, come tolleriamo la permanenza nei nostri codici di norme le quali elevano barriere fra città e città, fra lavoratori pagati ad un certo salario e lavoratori pagati ad un salario ridotto alla metà, al terzo, al quarto di quello altrove vigente, fra occupati e disoccupati, fra nord e sud, fra montagna povera e pianura ubertosa?

 

 

La legge feroce, relitto mentale di tempi barbari, non fu mai osservata pienamente in passato ed è osservata malamente oggi. Per fortuna. Ché, altrimenti i disoccupati invece di essere, non si sa come, calcolati in due milioni, sarebbero, dai fabbricanti di cifre arbitrarie, calcolati forse in tre milioni. Ma è fortuna materiata di arbitrio e di illegalità. Nelle città si moltiplicano gli ex lege, sprovvisti di certificati di residenza e di libretti di lavoro, a cui la pietà umana consente di vivere in grotte scavate nel tufo, in baracche immonde di legno e latta, ammucchiati, famiglie numerose, in un’unica stanza in condizioni di vita peggiori persino di quelle del borgo natio, dove almeno i bambini potevano correre al sole od all’aria per le strade di campagna. L’immigrante, privo del permesso di soggiorno e quindi del libretto di lavoro, deve adattarsi a compensi inferiori a quelli stabiliti dai contratti collettivi e pagati da datori di lavoro i quali solo così possono correre il rischio di assumere mano d’opera illegale. Né questo è il danno maggiore. Le leggi limitatrici della mobilità del lavoro crescono nelle popolazioni l’avversione ed il disprezzo verso lo stato. In un paese nel quale il rispetto alla legge scritta è debole e l’esperienza del tempo di guerra e dell’immediato dopo guerra ha persuaso gli uomini che, osservando la legge, si sarebbe morti di fame e solo il mercato nero ha consentito ai cittadini di sopravvivere, è naturale che gli immigranti illegali cerchino di sormontare le difficoltà e di ottenere i permessi di soggiorno e i libretti di lavoro con le raccomandazioni, con le mance, con la corruzione. Il contadino meridionale ed insieme con lui tanti contadini del nord, sono rafforzati nel convincimento antico che il diritto – ed in questo caso il diritto sancito dalla costituzione a muoversi liberamente nel territorio dello stato – a nulla giova se non è suffragato dall’appoggio di chi può. Per tutelare gli operai già forniti del permesso di residenza nelle città, noi assoggettiamo il debole, il rustico ignaro ad una taglia pagata privatamente al potente, al funzionario, al mezzano il quale promette far ottenere l’agognato pezzo di carta necessario a muoversi dal paese natale.

 

 

Gli istituti del domicilio coatto e della servitù della gleba hanno creato una burocrazia specializzata nel «disciplinare» le migrazioni interne; ed a poco a poco questa, tratta dall’abito professionale, ha finito per persuadersi di adempiere ad una vera e propria missione sociale, di contribuire a salvare la nazione dal disordine, laddove essa ad altro non attende se non alla violazione quotidiana di un sacrosanto diritto dell’uomo, diritto solennemente riconosciuto dalla costituzione italiana, il diritto di muoversi liberamente da luogo a luogo, di attendere al lavoro da ognuno preferito senz’obbligo di chiedere il permesso di chicchessia e tanto meno di sporcare cartacce e sacrificare sudati risparmi per poter far ciò che è connaturato all’uomo libero.

 

 

I funzionari addetti alla disciplina dei movimenti umani sono persuasi oramai che essi attendono ad un compito anticostituzionale; ma poiché l’organo crea lafunzione, essi stanno cercando la via di mezzo per abolire i due immondi istituti fascistici e nel tempo stesso salvare se stessi ed all’uopo si sono attaccati ad una legge 29 aprile 1949 n. 264 intesa ad avviare al lavoro ed assistere i lavoratori involontariamente disoccupati.

 

 

Poiché sembra che, in virtù di questa legge, in taluni casi l’ammissione al lavoro sia subordinata alla richiesta numerica da parte dei datori di lavoro agli uffici di collocamento, in talun schema elaborato in uffici ministeriali si consentirebbe all’uomo insoddisfatto delle sue condizioni di vita nel comune di residenza di trasferirsi altrove. Non però per cercare ed ottenere lavoro, ma semplicemente per iscriversi in una lista degli uffici di collocamento, prendendo però anzianità dopo gli iscritti già residenti. Solo in casi particolarmente gravi ed intensi (forse il pericolo di morte per inanizione di famiglie numerose) il bisognoso potrà – se agli ufficiali di collocamento la violazione del principio della preferenza ai locali non parrà troppo esorbitante e dopo sentite svariate commissioni comunali e provinciali – trovare lavoro in concorrenza con gli indigeni.

 

 

Se i richiedenti siano però riuniti in un gruppo superiore alle venti unità, le commissioni comunali e provinciali ed i relativi uffici di collocamento non potranno prendere su di sé la responsabilità di liberare dal domicilio coatto i «forestieri». (Esiste nella nostra nomenclatura amministrativa questa brutta qualifica, applicata non a stranieri, ma a taluni disgraziati cittadini italiani). L’ordine di scarcerazione potrà venire solo da Roma. Val la pena di riaffermare che tutto ciò, oltre ad essere incostituzionale, scava sempre più l’abisso fra le due Italie?

 

 

Non si può tacere della spinta ulteriore data dai deplorati istituti fascistici alla degenerazione di quello che fu vanto del tempo corso fra il 1880 ed il 1910: il movimento delle leghe operaie e contadine per la elevazione dei lavoratori. In tutti i paesi del mondo le leghe – dette in lingua francese sindacati – tendono a trasformarsi da una delle massime forze di progresso economico e sociale in potenti forze reazionarie. Quale è il nemico più tenace dell’emigrante italiano il quale tenta di penetrare in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti? Le leghe, forti della loro situazione monopolistica sul mercato del lavoro. Anche in Italia, le leggi limitatrici della libertà di movimento del lavoro hanno dato alimento alle tendenze monopolistiche delle leghe. Invero i salari degli operai settentrionali sono stati recati, dagli ostacoli posti alle migrazioni interne, ad un livello più alto di quel che sarebbe il livello naturale. Ma a quale costo i pochi si sono innalzati al disopra dei loro fratelli? Di dare, una volta di più, il crisma della legalità a quella che è l’aspirazione dei nemici, consapevoli o non, della stabilità sociale: l’aspirazione alla produzione scarsa e cara. Tutti i monopolisti sanno che le loro fortune, se industriali, dipendono dal produr poco e dal vendere a caro prezzo, sanno, se operai, che i loro alti (alti in confronto di quelli bassi di milioni di loro connazionali) salari dipendono dall’essere relativamente pochi di numero e decisi a non consentire l’entrata nel mestiere a nuovi aspiranti operai. Così si creano profitti di monopolio, tanto diversi dai profitti di intrapresa e così si creano salari privilegiati, ma si creano altresì alti costi, consumi depressi e disoccupazione. Così abbiamo creato disoccupazione nel nord e sottooccupazione nel sud. Gridiamo contro i monopolisti della terra, contro i latifondisti e poi, impedendo ai contadini meridionali di muoversi liberamente, ove non si assoggettino ad immonde taglie private, spesso al disopra della loro capacità economica, consacriamo legalmente il diritto di chi può dar lavoro ad opprimere colui al quale vietiamo la fuga. Perciò si registrano nel mezzogiorno salari di trecento quattrocento lire al giorno a capi di famiglie numerose di sei, sette, otto figli, a mariti di donne che a trent’anni fanno figura di vecchie rugose di settant’anni; e quei salari sono conseguiti, sì e no, per duecento giorni all’anno.

 

 

Le osservazioni intorno all’urgenza di cancellare dalla raccolta delle leggi sul lavoro le norme limitatrici della libertà umana hanno un qualche rapporto con quelle sulla necessità di conservare quel che rimane della terra italiana e di ricostituirla dove essa è sulla via del disfacimento?

 

 

Che un rapporto strettissimo vi sia è stato messo in luce ad occasione delle inondazioni recenti. Sì, fu osservato da non pochi, alla radice dei disastri sta il diboscamento. Ma il diboscamento non fu e non è dovuto al capriccio, all’ingordigia di tradurre in denaro contante l’albero che proteggeva la montagna. Tutto ciò ha contribuito; ma non è il fattore essenziale del male. Il quale è imposto dalla necessità di dar terra da coltivare ai contadini delle Prealpi e delle alte colline settentrionali, a quelli della lunga dorsale degli Appennini posti sopra la valle padana sino agli ultimi contrafforti calabri ed alle zone montagnose ed alte della Sicilia e della Sardegna. Per ricreare il bosco, bisogna espellere il coltivatore dalle magrissime terre montagnose da cui trae i mezzi di una misera esistenza. È un delitto abbattere l’albero; ma come impedirlo se il contadino ha bisogno di seminare, in suo luogo, il frumento e di fare pascolare pecore e capre? Vogliamo crescere ancora il numero dei disoccupati?

 

 

L’obiezione è dettata dal buon cuore; da un cuore che non ragiona e che prepara alla lunga dolori più acuti di quelli che oggi vuol lenire. Il cuore ragionerebbe bene se la terra conquistata sull’albero e sul pascolo sodo fosse conquistata per sempre. Ma l’esperienza dimostra che nelle zone dove domina la roccia e la pietra, la scarsa terra accumulata da secoli in pochi anni è trasportata a valle e lascia la roccia nuda, su cui pochi pastori restano a guardia di magrissimi greggi di pecore; e nelle zone dove dominano le formazioni argillose, la terra si disfa ed i calanchi ed i pascoli magri prendono il posto dei seminati. Si volevano alimentare cento famiglie di contadini in luogo di forse dieci famiglie di pastori e di boscaioli ed alla lunga rimangono vivi pochissimi pastori vaganti dal monte al piano. Nessuno chiede il rimboschimento per il rimboschimento, come opera d’arte, per fini estetici. Si deve rimboschire, si deve imbrigliare il monte dove è necessario; dove le opere servono per la difesa del monte e del piano; sicché alla lunga non si distrugga, anzi cresca la terra coltivabile e produttiva; non diminuisca ma aumenti il numero degli occupati.

 

 

Alla lunga; e frattanto? Dove collocheremo i pastori ed i contadini espulsi dalle terre che si devono difendere e ricreare? Frattanto – ed è questo il nesso logico inscindibile fra la necessaria opera di rimboschimento e la non meno urgente abolizione della relegazione dei miserabili nelle zone depresse ad arbitrio degli uomini sapienti dei ministeri romani e degli ufficiali sapientissimi del collocamento comunale e provinciale – non costringiamo i contadini ed in genere le genti misere a rimanere nei luoghi dove sono nati. Apriamo le porte di tutta l’Italia a tutti gli italiani, senza esami, senza licenze, senza pagamento di diritti legali e di mance illegittime. Non è certamente questo il solo ostacolo posto dalle leggi ai movimenti interni della popolazione ed al ritorno delle terre isterilite alla foresta salvatrice. Dovremmo, per fermo, altresì non dare premi di prezzi privilegiati al frumento coltivato in zone disadatte a compenso di alti costi, alti perché lo sforzo umano si frange contro l’inclemenza della natura. Dovremmo non rincarare, con una protezione disordinata e sovratutto con i vincoli alla importazione, il costo degli strumenti, delle macchine, dei mezzi di trasporto e di tutto ciò che è necessario ai coltivatori per meglio trarre partito dalla miglior terra rimasta a loro disposizione dopo il rimboschimento. Dovremmo fare tante cose che solo lo stato può fare e sovratutto non fargli fare molte più cose dannose. Ma poiché cominciare bisogna; diamo inizio alla salvazione della terra e quindi degli uomini che su di essa vivono, abolendo i vincoli, da noi medesimi creati, i quali legano l’uomo alla terra che, per il bene comune e suo, egli non dovrebbe più coltivare.

 

 

15 dicembre 1951.

 

 

Sul problema sopra discusso, si riproduce il rendiconto di un colloquio con un ingegnere:

 

 

«Se vogliamo indicare abbreviatamente la situazione creata in Italia dalle leggi sulle migrazioni interne possiamo per analogia anche parlare di domicilio coatto o di servitù della gleba. Ma l’analogia è molto lata. È certamente calunnioso verso il medioevo affermare che la servitù della gleba rassomigliasse in qualche modo alla situazione dei cittadini italiani bisognosi ai quali è vietato muoversi liberamente in cerca di lavoro. La servitù della gleba vietava al rustico di allontanarsi dal fondo al quale era legato, ma obbligava in pari tempo il signore feudale a dare al servo della gleba una parte e, per quanto ci dicono le carte del tempo, la maggior parte dei frutti del fondo. Il servo della gleba aveva perciò tutta quella sicurezza di vita che era allora confacente alla limitata produttività della terra. Le leggi sulle migrazioni interne limitano, sì, la facoltà di muoversi del lavoratore; ma non gli garantiscono affatto i mezzi di vita nel luogo che non può abbandonare.

 

 

«Non meglio appropriata è la terminologia domicilio coatto; questa implica bensì l’obbligo di risiedere in un determinato comune; ma lo stato, il quale obbliga il cittadino ad una residenza sgradita, non fornisce forse a quelli di essi che sono nullatenenti un minimo di sussidio o sufficiente a mantenerli in vita?

 

 

«Quale giudizio si deve dare, in confronto a quelli medievali, dei vincoli alle migrazioni interne?

 

 

«Fa d’uopo distinguere i grossi centri dotati di varie e numerose possibilità di occupazioni economiche ed i centri minori con indirizzo economico unilaterale.

 

 

«Se a Genova l’Ansaldo licenzia seimila operai, alla lunga, dopo un intervallo più o meno apprezzabile di disoccupazione, i licenziati trovano lavoro e scompaiono nella massa occupata. Le percentuali della disoccupazione degli operai qualificati ritornano a quella che poteva essere la normalità, alta o bassa, astrazion fatta dal fatto specifico di quel licenziamento.

 

 

«Ma se la Terni licenzia millecinquecento dei suoi operai, se la Magona d’Italia a Piombino chiude i battenti, se a Carbonia lo stato decide di porre termine allo spreco di miliardi del denaro pubblico nel vano sforzo di continuare a produrre un cattivo combustibile, tollerabile, perché necessario, solo in tempo di guerra; se a Taranto, alla Spezia ecc. si delibera di porre termine allo scandalo di decine di migliaia di arsenalotti occupati a non far niente ed a rialzare il costo delle opere di coloro che potrebbero utilmente lavorare; dove trovano rifugio i licenziati? Sul posto non vi sono altre imprese le quali possano assorbirli, almeno in numero così rilevante, e le leggi sulle migrazioni interne pongono ostacolo allo spostamento da una città all’altra. Gli operai licenziati sono, a parlar propriamente, condannati al domicilio coatto, col solo diritto al sussidio di disoccupazione sinché dura ed agli aiuti della pubblica e privata carità quando il diritto al sussidio di disoccupazione sia venuto meno. Che se qualcuno dei licenziati cerca e riesce ad ottenere in loco od altrove un posto decorato con diversa qualifica, dovrà, ove la Terni, risanata e rifiorente, intenda riassumerlo, sormontare ostacoli non lievi: il ricupero, ove necessario, dell’antica residenza, e quello dell’antica qualifica. Come si può immaginare che, in una società economica così irrigidita, la disoccupazione e la sottooccupazione non incancreniscano e, imponendo sempre nuovi interventi dello stato e dei suoi strumenti cosidetti disciplinatori, non diano luogo a manifestazioni ognor più maligne?».

 

 

Non è quindi calunnioso dire che la legislazione sulle migrazioni interne è la edizione moderna degli istituti, antichi e condannati, del domicilio coatto e della servitù della gleba? Può darsi che la edizione fascistica, religiosamente conservata dopo la liberazione, dell’antico istituto sia detta moderna; ma è moderna nello stesso senso in cui tanta parte delle novità sociali modernissime sono la riproduzione peggiorata di istituti vecchi e frusti.

 

 

23 aprile 1953.

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