Sui residui passivi

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Sui residui passivi

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 197-206

 

 

 

A proposito di una maniera di calcolare il disavanzo nel bilancio dello stato, fu inviata ad un amico una lettera riguardante non un problema di sostanza, ma di mera contabilità.

 

 

Supponiamo di trovarci al principio di un esercizio qualunque e che il bilancio di previsione per le entrate e le spese relative all’anno indicato si riassuma, semplificato, nelle seguenti cifre:

 

 

Entrate

1200

Spese

1500

Disavanzo previsto

300

 

 

Questo schema di bilancio può valere se è espresso in miliardi per lo stato come in migliaia o in centinaia di lire per dei semplici privati. Stato e privati al principio dell’anno prevedono di avere una entrata di 1200 e una spesa di 1500 con un disavanzo previsto di 300. Lo stato penserà di provvedere facendo dei debiti; il privato, se è ragionevole, tenterà di ridurre le sue spese.

 

 

Giunti alla fine dell’anno, stato e privati tirano i conti e arrivano alle seguenti constatazioni:

 

 

Entrate Incassi effettuati

1200

Incassi da effettuare

200

Totale

1400

Spese Spese erogate

1000

Spese da erogare

700

1700

Avanzo di cassa  

200

 

Residui passivi netti dai residui attivi    

500

Disavanzo effettivo dell’anno    

300

 

 

Le entrate sono andate meglio del previsto; non solo si sono incassati tutti i 1200 previsti, ma si prevede fondatamente di poter incassare altri 200, cosicché le entrate effettive incassate o da incassare ammontano a 1400.

 

 

Le spese hanno purtroppo mangiato tutto l’aumento delle entrate. Invece dei 1500 previsti, si accerta che si dovranno spendere 1700, di cui però effettivamente erogati 1000; 700 sono spese certe da erogare, ma per la lentezza delle pratiche delle liquidazioni occorrenti sono ancora da erogare.

 

 

Il disavanzo effettivo dell’anno risulta, com’era previsto, di 300. Quanto poi a denaro in cassa, è accertato che si sono incassati 1.200, si sono erogati 1.000 e quindi c’è un avanzo di cassa di 200: magra consolazione perché c’è una differenza di 500 fra le 700 spese da erogare ed i 200 di incassi da effettuare, la quale dà luogo ad un residuo passivo netto di 500.

 

 

Nel nostro linguaggio contabile si chiamano residui attivi i 200 di incassi da effettuare e residui passivi i 700 di spese ancora da erogare, con un residuo passivo netto dai residui attivi di 500.

 

 

È evidente che non si può, per calcolare il disavanzo dell’anno, aggiungere, ai 300 di disavanzo come nella tabella (ultima colonna), i 500 di residui passivi. Per lo meno bisognerebbe dedurre i 200 dell’avanzo di cassa; ma la realtà è che né gli uni, residui passivi, né l’altro, avanzo di cassa, sono deducibili o addizionabili con un disavanzo, per la semplice ragione che fanno doppio con il disavanzo medesimo. Tanto l’avanzo di cassa come i residui passivi sono gli addendi di un totale, il quale soltanto dà una rappresentazione completa del fenomeno.

 

 

Siano da effettuare o siano effettuati gli incassi, essi sono effettivi e costituiscono l’insieme delle entrate in 1.400; così pure le spese, siano erogate come da erogare, sono le sole che si devono fare e nel loro complesso raggiungono 1.700. In nessuna maniera è possibile di affermare che il disavanzo non sia eguale alla differenza dei due totali 1.700 e 1.400 e non sia quindi di 300. Le due cifre di 200 per l’avanzo di cassa e di 500 per i residui passivi sono già contenute nei due totali delle entrate e delle spese e non possono quindi essere fatte entrare in scena una seconda volta. Il che è comprovato anche da uno schema, che si può immaginare, del

 

 

Conto dei residui

Ammontare dei residui passivi degli anni precedenti, al netto dei

residui attivi all’inizio dell’anno indicato

2.000

Si deducono:

 

i residui passivi degli anni precedenti saldati coll’avanzo

di cassa dell’anno indicato

200

1800

Si aggiungono:

i residui passivi netti dell’anno indicato

500

Totale dei residui passivi, netti dai residui attivi, alla fine

dell’anno indicato

2.300

 

 

L’aumento dei residui passivi durante l’anno in 300 è uguale al disavanzo effettivo dell’anno.

 

 

Il conto dei residui si muove collateralmente al conto di esercizio dell’anno. Si può supporre che i residui passivi al netto dei residui attivi ereditati dagli esercizi precedenti ammontassero all’inizio dell’anno alla somma di 2.000 (miliardi, milioni, lire ecc.). Lo stato od i privati che avevano sulle spalle questo grosso peso hanno temporaneamente approfittato della circostanza che durante l’anno, per ritardi dei pagamenti nelle spese, avevano avuto un avanzo di cassa di 200 e hanno saldato i più urgenti e queruli tra i residui passivi precedenti riducendone l’ammontare a 1.800. Frattanto però durante l’anno hanno dovuto registrare l’esistenza di residui passivi, sempre al netto dai residui attivi, di 500, cosicché alla fine dell’anno la somma dei residui passivi netti è cresciuta a 2.300.

 

 

Erano 2.000 al principio dell’anno; sono diventati 2.300 alla fine dell’anno, ossia sono cresciuti di 300 e 300 è una cifra precisamente eguale a quella del disavanzo dell’anno considerato. Ben può darsi che il disavanzo invece di essere di 300 sia maggiore, ma ciò non può accadere per il meccanismo dei residui.

 

 

L’addizione dei residui al disavanzo, almeno dei residui come sono considerati dalla legge di contabilità, è inammissibile.

 

 

Messo questo punto in chiaro, rimane meglio aperta la via ad indagini se per avventura per altre circostanze il disavanzo sia diverso da quello che è indicato nei preventivi e nei consuntivi. Qui la indagine si fa più complicata perché in tutti i paesi del mondo i bilanci pubblici sono compilati secondo certe regole le quali obbligano a tener conto di certi fatti e non di certi altri. Nel bilancio inglese, che ai più sembra un modello di semplicità, i punti controversi sono vari e tutti importanti e ci sono per lo meno due specie di disavanzi, uno detto sopra e un altro sotto la linea, e le incertezze del significato di quelle due cifre sono tante che, fra gli altri scritti in proposito, me n’è capitato sotto gli occhi uno dovuto ad uno dei migliori finanzieri inglesi il quale propone di far casa nuova e di applicare criteri di contabilità diversi dagli antichi se si vuole dare al pubblico un’idea soddisfacente della situazione finanziaria dello stato.

 

 

Nel punto specifico in discorso, quello dei residui attivi e passivi, sembra però che la impostazione data del bilancio italiano sia ineccepibile al punto di vista della logica contabile.

 

 

4 giugno 1951.

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