Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Sul diritto di riscatto dei mezzadri

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 497-503

 

 

 

Nel numero del 29 luglio 1951 «La Stampa» pubblicò un articolo di Giuseppe Medici di cui si dà qui il brano rilevante al fine della nota che segue.

 

 

I mezzadri continuano ad essere comunisti, non soltanto perché hanno paura delle loro agguerrite organizzazioni dominate da nuovi baroni, spregiudicati e decisi, ma anche perché il mito la terra a chi la lavora, che da decenni le più varie correnti politiche vanno predicando tra le masse contadine, sta dando i suoi frutti; e sono proprio i partiti rivoluzionari che raccolgono i suffragi dei mezzadri perché questi pensano che tale atto possa essere compiuto soltanto da coloro che rappresentano la rivolta contro la tradizione, la ribellione contro la legge, nella mente dei più semplici impersonificata dalla proprietà.

 

 

I mezzadri delle zone appoderate non credono che i governi dell’ordine siano capaci di espropriare una proprietà legittima per darla ai contadini che la coltivano. I braccianti possono credere che nelle zone ad economia latifondista anche un governo non rivoluzionario compia l’esproprio del grande proprietario assenteista per creare una nuova civiltà agricola con più intensi processi produttivi; ma il mezzadro no. Anche perché egli sente che nell’esproprio dei terreni a coltura intensiva c’è qualche cosa di illegittimo, direi di contrario alla natura, dalla quale sa che gli uomini della legge e del diritto rifuggono con comprensibile orrore. Sente che la terra sempre stata conquistata pagandola con il risparmio sudato. E teme anche il cattivo dono.

 

 

Nonostante tutte queste dubbiezze ed incertezze egli continua tenacemente a rimanere ligio al comunismo anche perché, al fondo della sua diffidenza, si pone una domanda che nasce da una antica speranza: e se fosse vero che la proprietà della terra mi può venir data dai comunisti?

 

 

Queste le ragioni del recente comunismo mezzadrile italiano; il quale si può combattere con una sola arma decisiva: e cioè affrontando coraggiosamente – con strumenti analoghi al diritto di riscatto da favorire con un largo esercizio del credito agrario – la graduale trasformazione dei mezzadri in piccoli proprietari; e cioè facendo sì che anche l’Emilia e l’Italia centrale diventino, come sono, ad esempio, le province di Cuneo e di Asti, contrade dove, accanto a due terzi di piccola proprietà contadina, vivono ed operano altri tipi di impresa familiare che a quella assicurano un efficace ricambio.

 

 

Ed il Piemonte, non lo si dimentichi, dal punto di vista sociale, è forse la regione più progredita.

 

 

L’articolo diede occasione all’invio di una lettera al sen. Medici.

 

 

Nell’articolo sul «comunismo nelle campagne» sono rivolti meritati elogi alle province di Cuneo e di Asti, dove, accanto a due terzi di proprietà contadina, vivono ed operano altri tipi di proprietà familiare che a quella assicurano un efficace ricambio. Ma, prima dell’elogio, Giuseppe Medici aveva implicitamente fatto una proposta che sarebbe la distruzione completa di quel medesimo sistema di ricambio.

 

 

Dicendosi invero che c’è una sola maniera di combattere in modo decisivo il comunismo mezzadrile italiano; e questa maniera consiste nell’affrontare coraggiosamente con strumenti adatti il diritto di riscatto da favorire con un largo esercizio del credito agrario; si dice, in modo che non può lasciare adito a nessun equivoco di interpretazione, che si vuol dare il diritto a tutti i mezzadri di riscattare la terra che lavorano anche contro la volontà dei proprietari.

 

 

Proposte di questo genere implicano una responsabilità verso l’avvenire sociale e politico italiano, una responsabilità che non può non essere ritenuta gravissima. Abbiamo già sulle braccia il problema del trapasso dei terreni posseduti oggi da proprietari di terreni oltre una certa estensione ed un certo reddito. È un’impresa di grande portata; e anche se sarà limitata ai terreni che possono essere considerati sostanzialmente latifondistici; ed anche se gli enti incaricati del trapasso interpreteranno con una certa larghezza l’articolo 10 della legge di scorporo, occorreranno certamente parecchie centinaia di miliardi se si vorrà che le terre assegnate ai contadini diano luogo, fra una, o meglio più generazioni, al costituirsi di una salda proprietà agricola coltivatrice.

 

 

Sarà d’altro canto fatale, che, postisi su questa strada, lo scorporo sia esteso ai territori non compresi nella legge così detta stralcio. Poiché le terre latifondistiche sono più o meno lente ad essere veramente appoderate; ed i non favoriti dalla concessione seguiteranno ad agitarsi e ad essere agitati dai professionisti in agitazioni, sarà fatale si estenda lo scorporo ad altre zone e dappertutto alle terre non latifondistiche, più facili ad essere lottizzate.

 

 

Ma, se anche fosse limitata alle terre latifondistiche delle zone di stralcio, l’impresa è già per se stessa colossale, e, per essere condotta a buon fine richiederà sforzi e spese notevolissimi.

 

 

Purtroppo quest’opera nasce con un peccato originale inutile, ossia sotto l’egida della violazione del comandamento (settimo) che dice agli uomini di non rubare. È vero che i proprietari confiscati possono ritenersi contenti se il furto a loro carico non è, in principio, così grave come avrebbe potuto essere. Il criterio dell’esproprio sulla base del valore patrimoniale calcolato con i valori catastali è invero un meno peggio in confronto ad altri criteri che avrebbero potuto essere adottati ma è pur sempre criterio scorretto. Le valutazioni catastali hanno e devono avere soltanto scopi comparativi e non assoluti. Trascinare le valutazioni catastali fuor del loro campo proprio tributario, in cui sono l’ottimo, è renderle oggetto di meritato scherno e disprezzo. Purtroppo, come detto dianzi, i proprietari espropriati dovranno benedire il cielo che non sia stato scelto un criterio peggiore di questo pessimo.

 

 

La confisca è aggravata dal fatto che l’indennità invece di essere pagata in contanti è o sarà versata in titoli di cui è ignota la commerciabilità ed è incerto il prezzo di vendita. Naturalmente, quando si comincia con la confisca, l’appetito negli espropriatori viene crescendo; e già si vedono sui giornali querele contro i proprietari che, non contenti di vedere trasformati i propri terreni in pezzi di carta di valore ignoto e che molti di essi temono abbia a diventare in avvenire nullo, cercano in tempo di mettersi in salvo con le attività non immobiliari e non comprese nell’esproprio, vendendo scorte vive e morte che essi, rimasti senza terra, non saprebbero come utilizzare. Confisca chiama confisca e la fine del processo non si sa quale possa essere.

 

 

Trattasi, per giunta, di un latrocinio inutile; perché il risparmio fatto sul prezzo dovuto al proprietario espropriato è cosa piccola, almeno per la grande maggioranza dei terreni latifondistici, in confronto alle spese che lo stato dovrà sostenere per consegnare al contadino un terreno che egli non debba abbandonare subito. Strade, case coloniche, centri rurali, edifici, civili ed ecclesiastici, di vita collettiva, bonifiche, acquedotti, pozzi, cisterne, dissodamenti, inizio di piantagioni; son tutte cose le quali costano di gran lunga più di quello che non possa essere il pieno prezzo che si pagasse all’espropriato. Val la pena di cominciare con un atto riprovato dalla morale comune e dagli insegnamenti di tutte le religioni per un risparmio così trascurabile?

 

 

Vorremmo oggi applicare il medesimo sistema a tutto il territorio italiano per trasformare i mezzadri in proprietari? E vorremmo far questo per la bella ragione che dalla predicazione comunistica i mezzadri hanno tratto la speranza di poter diventare proprietari della terra altrui senza pagare il prezzo? Il rimedio vero contro questa antica speranza pare sia proprio l’opposto, ossia di toglier di testa alla gente l’idea che in una società civile si possa, violando il settimo comandamento, diventare facilmente proprietari delle terre altrui.

 

 

O si crede che portar via, senza pagare il prezzo o pagando un prezzo incerto, inferiore al prezzo di mercato e probabilmente evanescente sia cosa onesta; e si deve fare;

 

 

  • se ne riconosce il contrasto con la legge morale e non si deve fare solo perché altri sostiene quella politica per fini che l’esperienza forestiera ha dimostrato non essere quello di dare, se non provvisoriamente, la terra ai contadini. Basta la fatale estensione della legge di scorporo a tutte le proprietà superiori ad un certo livello per trasformare la mezzadria dove si ritiene che essa viva in un ambiente antisociale. Non occorre, a questo disordinamento costoso di assetti secolari in zone agrarie progredite, aggiungere l’altro disordine dell’abolizione di un contratto, la cui inutilità nessuno ha dimostrato.

 

 

Quello che è il vanto delle province piemontesi citate nell’articolo, ossia la possibilità del ricambio delle classi sociali, verrebbe del tutto a scomparire.

 

 

Il ricambio in che cosa consiste? In ciò che il contadino non proprietario ha la speranza di poterlo diventare, compiendo la comune carriera, attraverso le fasi di obbligato a tempo (il così detto servitore di campagna); l’assunzione di un piccolo podere a mezzadria; il passaggio a un podere più ampio; l’accumulo di risparmio sotto forma di scorte vive e morte; ulteriore accumulo di risparmio in denaro; l’acquisto frazionato di terreni su cui si comincia a impiegare l’opera di qualche figlio, fino a che si sia costituito un podere sufficiente a occupare un’intera famiglia.

 

 

Il ricambio continua in direzione discendente poiché taluno di quei proprietari coltivatori diretti che sono saliti nelle passate generazioni dallo stato mezzadrile allo stato di proprietari trova conveniente dare a mezzadria il proprio podere, sia perché non si hanno più le forze per coltivarlo, sia perché qualche altra via è aperta alle loro iniziative. Quel per cento di terreni appoderati a mezzadria in un comune non appartengono tutti alla così detta borghesia; in parte, e probabilmente non in una parte minima, appartengono a contadini, che ancora lavorano altri fondi presi a mezzadria ed aspettano il momento opportuno per trasferirsi nel proprio podere; ovvero contadini vecchi i quali non hanno più le forze per coltivare il proprio fondo. Anche costoro dovrebbero potere essere cacciati via dal proprio colono? Se vogliamo abolire per l’avvenire ogni contratto di mezzadria o di colonia parziaria, se vogliamo mettere i germi di una continua guerra civile, facciamolo pure.

 

 

L’avversione alla così detta proprietà borghese della terra è del resto irragionevole e puramente demagogica. È difficile trovare la parola appropriata per indicare quella proprietà; non solo in Piemonte, ma anche in Lombardia, nell’Emilia e in Toscana la parola non è certamente né borghesecapitalistica. È socialmente ed economicamente utile che esista una percentuale, in cui qualche così detto borghese possa impiegare i suoi risparmi ed essere di incitamento e di esempio agli altri. Si sancisca, col coraggio proprio di chi per paura di morire, comincia a suicidarsi, il diritto di riscatto dei terreni a mezzadria; ed avremo non soltanto violato uno dei dieci comandamenti, ma distrutto alle radici quello che non solo in Piemonte, ma in tanta parte d’Italia è lo strumento migliore di elevazione delle classi agricole.

 

 

Siamo appena ai primi inizi del cominciamento del trapasso ai contadini della terra latifondistica e di quella che si vuole per la sua ampiezza assimilare alla latifondistica e già ci proponiamo altri fini macchiati del medesimo peccato di origine. Perché dobbiamo assoggettarci alla nemesi di non essere mai soddisfatti di ciò che si è cominciato a fare e di volere aggiungere continuamente nuove cose da fare, le quali annullino con la confusione, con i timori, con la incertezza che creano, gli eventuali futuri vantaggi di quello che si è dapprima decretato? Il numero dei malcontenti che nascono da tutte queste premesse disordinate tende a diventare sempre maggiore del numero dei soddisfatti. Se questo si chiama porre ostacoli all’avvento del comunismo non si sa più quale sia il significato delle parole nella lingua italiana.

 

 

Quale buona ragione si può addurre per affermare la incapacità del metodo tributario ad abbassare la punta della grande proprietà? Per quale motivo dovremmo essere incapaci di applicare in Italia quel che altrove riesce benissimo? È molto dubbio che sia lodevole la riduzione ad 87 (forse con l’aggiunta di qualche zero) del numero di coloro che nel 1950 in Gran Bretagna avevano un reddito (netto da imposte) superiore a seimila lire sterline all’anno, ossia a dieci milioni e mezzo di lire italiane. Bentham, il più illustre teorico della progressività, dopo averla propugnata, ne prevedeva, centocinquant’anni fa, i risultati inevitabili, che De Viti poi riprese. Il sistema, dopo aver ridotto i provveduti di redditi oltre le seimila lire sterline, tende a ridurli a zero; e poi si abbatte sulla classe cinquemila – seimila e a poco a poco la fa scomparire, sino a che, per soddisfare i bisogni dello stato, bisognerà alzare le aliquote sui mediocri e sui minimi; finché l’imposta divenuta proporzionale porterà via la maggior parte del reddito ai redditi sotto le trecento lire sterline. La biscia morde il ciarlatano. La progressiva confiscatrice – non una progressiva che con buon senso lasci un margine all’interesse a lavorare e risparmiare – creata dall’invidia dei poveri contro i ricchi, fatalmente, dopo aver distrutto i ricchi e poi gli agiati, inferocisce contro i mediocri ed i poveri, unici rimasti a sopportare i colpi del tributo.

 

 

Senza conoscere Bentham, i russi sono già arrivati al termine da lui prognosticato. Che cosa è l’imposta sulle vendite, la quale dà il gran grosso delle entrate statali russe, se non l’imposta uniforme che, non esistendo, almeno legalmente, grossi redditi tassabili, colpisce alla stessa stregua i redditi di tutti? e questi redditi sono certamente inferiori alla media italiana.

 

 

Qualunque sia il giudizio su queste imposte tendenti al suicidio; certo è invece che le imposte progressive possono essere congegnate in modo ragionevole. Si ammetta pure che per qualche anno o decennio non sia facile applicare in Italia imposte progressive ragionevoli ai redditi personali e mobiliari. Ma per i redditi terrieri, che cosa fa difetto, se non la volontà? Le terre senza catasto, che si dice essere state scoperte in Calabria, devono essere poca cosa; e a farle scomparire, completando il catasto, fa d’uopo ugualmente solo la volontà. Supposto, come si deve supporre già in atto, per la massima parte delle terre italiane, il catasto; abbiamo lo strumento. Come possa un proprietario non pagare l’imposta fondiaria e le relative sovrimposte; come possa non pagare la complementare progressiva fondata su valutazioni catastali (qui non servono le mance all’impiegato infedele, perché la valutazione è automatica); come possa non pagare le imposte successorie, le quali potrebbero, sempre se si voglia, essere basate su un coefficiente delle valutazioni catastali; in verità, per quanti sforzi di immaginazione si facciano, non si riesce a capire.

 

 

Brutto sistema, quello nostro: di non voler fare qualcosa che si può fare, anche se, come la tassazione sui terreni, dopo compiute le operazioni catastali, costa poco o pochissimo ad applicare; e poi, col pretesto di quel che non si è voluto fare, o non ci è riuscito di fare, immaginare altre cose assai più complicate e assai più costose, che non si sa perché dovrebbero riuscire. Se non si è avuto la volontà di fare quel che era relativamente facile, perché dovrebbe aversi la volontà di fare quel che è certamente di gran lunga più difficile?

 

 

Ma il difficile è popolaresco, è demagogico; distrugge alla cieca buoni e cattivi; crea disordine e malcontento; ed i demagoghi come prospererebbero se il mondo vivesse tranquillo?

 

 

Lo strumento tributario esistente in Italia per la terra non è cieco; colpisce gli inerti e gli incapaci e li costringe a vendere. I buoni coltivatori, gli intraprendenti, i coraggiosi creano il maggior reddito e si salvano. Il buon senso incoraggerebbe ad applicare il metodo tributario; ma il demagogo odia forse più il proprietario laborioso, creatore e risparmiatore di quello neghittoso, chiacchierone, cittadino ozioso e sperperatore. Dal primo i fuchi demagoghi non hanno nulla da sperare; sul secondo prosperano avvocati, mezzani, venditori di fumo, protettori politici e simigliante genia.

 

 

20 agosto 1951.

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