Tratto da:

Rivista di storia economica

Sul paradosso della persistenza delle classi indipendenti

«Rivista di storia economica», IV, n. 2, giugno 1939, pp. 238-240

 

 

 

Vittorio Ciarrocca: “Tipi d’impresa agraria del Piemonte e loro risultati economici nel quadriennio 1933 – 1936“. Pubblicazione dell’”Istituto nazionale di economia agraria. Osservatorio di economia agraria per il Piemonte”. Torino, 1939. Un vol. in ottavo di pp. 109 s. i. p.

 

 

Il volumetto è frutto di quel lavoro di osservazione diretta che gli americani chiamano “field – work” e dà risultati tanto più apprezzabili quanto più sia ristretto il campo di osservazione. Nel caso presente, l’a. ha opportunatamente limitato il suo studio ad otto poderi, quattro di pianura (cascina vercellese di ettari 97, tenuta dell’alessandrino di ettari 66, cascina della pianura torinese di ettari 59, podere del cuneese di ettari 27,57), due di collina (podere dell’astigiano di ettari 9,26, podere delle colline d’Alba di ettari 15) e due di montagna (podere della Val d’Aosta di ettari 8,65, alpe della Val d’Aosta di ettari 351). Il prof. Giuseppe Medici nella prefazione osserva che la scelta dei tipi d’azienda è frutto di una semplificazione logica, la quale non trova rispondenza nella realtà; ma che essa vuole aver riguardo non a tutti, ma a quei tipi d’impresa che si rivelano di maggior importanza.

 

 

È difficile – e per un credente, come è chi scrive, nelle monografie individuali, sarebbe anche illogico – trarre risultati complessivi da uno studio, il cui valore sta sovratutto nella accuratezza delle osservazioni su imprese singole. Scelgo, a dare esempio del metodo seguito, il podere delle colline d’Alba. Superficie 15 ettari, ripartiti in 30 appezzamenti, sparpagliati un po’ dappertutto, dal fondo valle (del fiume Tanaro) dove, a 190 m. sul livello del mare, si trovano ettari 4,19 irrigui, sino a 320 m. in collina. La casa è nell’interno del borgo rustico. La formazione dell’impresa è tipica per una categoria di imprese sorte per virtù di risparmio e per successivi acquisti fatti a mano a mano che si presentavano le occasioni; non tipica per quanto riguarda la deviazione dalla tendenza dei contadini – proprietari di quella zona a porre l’abitazione sul luogo medesimo dove è il nucleo principale dei terreni; non tipica del pari, se, ivi, come pare, tutti gli appezzamenti siano separati gli uni dagli altri, per l’insolito gran numero di essi necessario a comporre il podere. I dati essenziali paiono potersi riassumere così:

 

 

Nella quota spettante alla famiglia proprietaria coltivatrice è compreso l’interesse su quello che il Ciarrocca, seguendo la terminologia in uso fra gli economisti agrari, chiama “valore fondiario” e che suppongo sia il prezzo corrente di mercato del podere, assunto, così come è di fatto, istrutto di caseggiati e migliorie stabilmente incorporati nel suolo; e sui capitali di scorta. Egli li valuta per ettaro così:

 

 

Ho, nelle tabelle sopra costruite, manipolati i dati offerti dal Ciarrocca secondo criteri formali lievemente diversi da quelli che vedo in uso nelle ammirabili indagini perseguite in Italia sopratutto per l’iniziativa dotta e benemerita del Serpieri e del Tassinari. Quale è, dunque, dopo assegnata la minima remunerazione detta dianzi al capitale, la residua quota spettante al lavoro intellettuale e manuale? Se facciamo la media per i 4 anni (linea 3) noi vediamo che la famiglia proprietaria coltivatrice ha ottenuto dal proprio lavoro un reddito di lire 341,75 per ettaro. Poiché gli ettari componenti il podere sono 15, la remunerazione media annua spettante alla famiglia per il lavoro intellettuale di organizzazione dell’impresa agricola e manuale di coltivazione della terra, cura della stalla, elaborazione e conservazione dei prodotti risulta di lire 5.126,25.

 

 

Poiché la famiglia è composta di tre uomini e tre donne, sia pure addette quest’ultime “quasi” esclusivamente ai lavori domestici, viene ovvia la domanda: come vivono costoro con un reddito complessivo appena uguale a quello di un solo ordinario operaio specializzato di città? Probabilmente la “produzione lorda vendibile” non comprende taluni elementi, i quali sono reddito della famiglia: ad esempio e sovratutto il godimento della casa (fitto figurativo). Non so se i “diversi” calcolati a circa 10 per cento della produzione lorda vendibile comprendono interamente i prodotti del cortile (uova, pollame), gli ortaggi, la legna da bruciare consumati dalla famiglia. Pur aggiungendo ed integrando, rispunta la domanda: perché costoro non realizzano il capitale terre e scorte che, tutto sommato, pare giunga a 225.000 lire, non lo impiegano in buoni del tesoro e altri titoli di stato ad un frutto non inferiore ad un 12 – 13 mila lire l’anno e non si fanno salariati di campagna o di città? Triplicherebbero, a dir poco, i loro redditi. Perché? Perché i nove decimi dei professionisti, dei medi e piccoli industriali e negozianti non fanno, per le stesse ragioni, altrettanto, convertendosi in impiegati statali o corporativi o mettendosi al soldo di imprese private? Probabilmente qui è il problema psicologico più curioso dell’Italia contemporanea: il persistere della aspirazione anzi del bisogno di vita indipendente, di fatica non soggetta al comando altrui, nonostante i così persuasivi inviti economici che da tante parti vengono alla comoda protetta assicurata vita del salariato e dello stipendiato.

 

 

Accanto al problema v’è la risposta paradossale. Il ceto dei dipendenti (salariati e stipendiati) si tiene ancora od afferma di tenersi da meno, economicamente, del ceto degli indipendenti (proprietari, fittaioli, mezzadri, negozianti, artigiani, piccoli e medi industriali, professionisti); e l’opinione è fatta propria, per tradizione ricevuta dal passato, dagli indipendenti medesimi. Ma l’equilibrio fra i due ceti è già ora pericolosamente instabile, per l’onere crescente, accollato agli indipendenti, di contributi, imposte e quote assicurative, vincoli obbligatori nei rapporti contrattuali di lavoro, a favore del ceto dei dipendenti. Quando si diffonda negli indipendenti il convincimento che la loro superiorità economica è un mero ricordo del passato e che di fatto essi sono, economicamente e socialmente, caduti al disotto dei dipendenti, chi potrà impedire la fuga dall’uno all’altro ceto? Per ora, la tradizione del passato è vivacissima ed oppone una valida barriera alla trasformazione del paese in una nazione di salariati e di impiegati. Ma quelle 5.126,25 lire all’anno per una famiglia di tre uomini e di tre donne, ansiosi di risparmiare e di elevarsi, ammoniscono. Compito urgente del legislatore è di eliminare le cause di degradazione degli indipendenti a vantaggio, del resto provvisorio, dei dipendenti. I primi e non i secondi sono i grandi fornitori di soldati, di padri di famiglia, di creatori di valori materiali e morali!

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