Sul piano Schuman

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Sul piano Schuman

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 47-55

 

 

 

Il piano Schuman è un avvicinamento di importanza storica così grande d’aver potuto far sorgere in molti la speranza che si potesse passare rapidamente alla sua attuazione. Dall’attuazione dipende, infatti, la soluzione del dissidio secolare fra la Francia e la Germania.

 

 

Spettava alla Francia fare il gesto che dovrebbe consentire alla Germania di rientrare nella comunità delle nazioni europee. Non solo la Francia, ma anche altri paesi possono avere ottime ragioni per non aver fiducia nella Germania. Dopo tre grandi guerre, a cominciare da quella del 1870-71, bisogna essere straordinariamente ottimisti per immaginare che la Germania, lasciata a se stessa, non tenda e non riesca a stabilire una sua egemonia sull’Europa; egemonia che, date le forze politiche ed economiche sulle quali la Germania dovrebbe fondarsi per riuscire all’uopo, vorrebbe fatalmente dire tirannia.

 

 

Se c’è un piano, se c’è un metodo grazie al quale la Germania possa essere indotta a rientrare, eguale fra eguali, nella società europea, rinunciando all’uso della forza per sopraffare le altre nazioni, qualunque sacrificio dovrebbe esser fatto per far sì che il piano, che il metodo riesca nel suo fine.

 

 

Perché esso riesca è necessario che l’alta «Autorità» la quale dovrà presiedere al piano sia costruita fin dall’origine in modo adatto.

 

 

È da escludere che sia adatto un piano nel quale viga il principio della unanimità, ossia del veto anche di uno solo dei componenti. Unanimità vuol dire Società delle nazioni, vuol dire Nazioni Unite, vuol dire Consiglio europeo, ossia organizzazioni prive di vera autorità.

 

 

Se l’«Autorità» deve funzionare, occorre sia adottato il principio della maggioranza. Si potrà discutere se basti la maggioranza assoluta od occorra una maggioranza speciale; si potrà discutere se tutti i paesi rappresentati nell’«Autorità» abbiano il medesimo peso, ovvero se si debba tenere conto, sebbene non completamente, dell’apporto alla cosa comune, ma trattasi di punti non essenziali.

 

 

Sembra difficile far ingoiare alla Germania ed alla Francia l’idea di avere solo tanti voti quanti ne avrebbe l’Italia con una produzione di carbone e di minerali di ferro tanto minore, ma non è neppur questo il punto veramente fondamentale. Fondamentale è l’idea della maggioranza la quale lega la minoranza; idea su cui, del resto, funzionano tutti i governi liberi.

 

 

Altro punto fondamentale relativo alla costituzione dell’«Autorità» del piano è quello della sua fonte. Governi o parlamenti? Poiché i governi sono l’organo esecutivo dei parlamenti, poiché i governi durano in media meno dei parlamenti, sembra che la fonte dell’«Autorità» debba essere quella dei parlamenti.

 

 

In ogni caso è essenziale che i componenti l’«Autorità» siano nominati per un tempo definito e non revocabili a volontà dei governi e dei parlamenti che li hanno nominati. Nel momento in cui i delegati sono nominati, essi debbono cessare di rappresentare il proprio paese; debbono sentirsi investiti di autorità propria diversa e separata da quella dei paesi delegati; ma per ciò è indispensabile che essi siano sicuri di rimanere in carica per un certo tempo definito.

 

 

In qualche progetto è stata messa innanzi l’idea che l’«Autorità» composta di poche persone – e dovrebbe essere di pochissime e non più sette o nove – fosse responsabile dinnanzi ad un corpo più vasto il quale dovrebbe discutere i provvedimenti, i bilanci, dare eventualmente voti di sfiducia. Se il voto di sfiducia significasse soltanto invito alla «Autorità» di modificare qualche provvedimento, si potrebbe accettare. Si capisce poco, invece, in organismi economici il voto di sfiducia che obblighi l’«Autorità» a dimettersi, come un gabinetto in un paese parlamentare. Una «Autorità», la quale si occupi di carbone e di acciaio, non può non avere dinnanzi a sé un tempo definito per attuare i suoi piani.

 

 

L’«Autorità» dovrebbe avere una giurisdizione sua propria. È questo un altro punto essenziale, la cui violazione renderebbe praticamente difficile il funzionamento del piano. L’«Autorità», cioè, deve poter dare ordini direttamente ai singoli stabilimenti, alle singole miniere in qualsiasi territorio nazionale siano situati. Una «Autorità» la quale dovesse considerare i singoli stati come territori economici separati e dovesse attendere dai singoli stati l’applicazione dei suoi provvedimenti, sarebbe di nuovo una specie di Società delle nazioni o di Nazioni unite, dotate della impotenza caratteristica di questi due enti. Con questa differenza: che la Società delle nazioni e le Nazioni unite godevano e godono di una certa aureola attinente alla loro funzione di esortazione alla pace ed alla concordia; ma una «Autorità» relativa al carbone ed all’acciaio, ridotta all’ufficio di una Società delle nazioni per il carbone e l’acciaio, sarebbe veramente istituto troppo vuoto perché valga la spesa di associarvisi.

 

 

Se si passa dalla forma al contenuto dell’«Autorità» i problemi diventano complicati, perché ogni argomentazione contraria ha sostanzialmente lo scopo, sia voluto, sia involontariamente designato, di silurare il piano.

 

 

Non è necessario accennare alle opposizioni inglesi. Il piano può benissimo funzionare anche senza l’Inghilterra. E poiché il problema essenziale è quello franco tedesco, non è davvero necessario di complicarlo con il fattore della non partecipazione dell’Inghilterra. Se questa partecipazione fosse indispensabile alla riuscita, sarebbero fondate le preoccupazioni al riguardo ma la partecipazione non è necessaria. Carbone ed acciaio, se l’Europa occidentale si mette d’accordo, potranno forse essere venduti a costi e a prezzi minori dei prezzi inglesi. Ché se l’Inghilterra vuole, principalmente per il carbone, continuare a produrre e a vendere a prezzi e a costi maggiori, ciò è affare e danno suo: non per ciò l’Europa continentale ha interesse a non fare ciò che è destinato a procurarle beneficio. Se qualche continentale sbandiera perciò l’argomento dell’assenza inglese, bisogna concluderne soltanto che costui è un sepolcro imbiancato. Egli allega l’Inghilterra perché vuole seguitare a far la stessa cosa che gli inglesi fanno a danno dei propri connazionali.

 

 

Estromessa l’Inghilterra dalla discussione, che cosa si spera dal piano?

 

 

La costituzione in Europa di un grande unico mercato nel quale carbone, ferro ed acciaio in tutte le loro diverse qualità circolerebbero liberamente senza pagamento di dazio alcuno nel passaggio da uno stato ad un altro, senza contingenti, senza assegnazioni di mercato all’uno e all’altro produttore, senza discriminazioni di prezzo a danno dell’uno o dell’altro consumatore, senza che l’accesso al carbone, al ferro ed all’acciaio sia negato a qualsiasi consumatore, a qualsiasi nazione egli appartenga.

 

 

Il piano dovrebbe garantire l’aumento della produzione grazie alla massima razionalizzazione degli impianti. Si dovrebbero chiudere le miniere passive, si dovrebbero smantellare gli stabilimenti i quali lavorino a costi troppo alti in confronto al prezzo unico determinato dal mercato. Riducendo i costi e diminuendo perciò i prezzi, si darebbe il massimo impulso al consumo e imitando in tal modo gli Stati Uniti, si riuscirebbe ad ottenere il massimo di occupazione nel complesso delle miniere di carbone e di ferro, negli stabilimenti siderurgici ed in quelli, ben più numerosi, i quali utilizzano nelle più svariate branche dell’attività economica i prodotti delle miniere e della siderurgia.

 

 

In questo modo il piano non avrebbe per risultato la costituzione di un colossale cartello minerario siderurgico, ma vorrebbe invece conseguire il risultato di un massimo di produzione economica, di un minimo di prezzi e di una massima spinta a tutte le produzioni secondarie basate sul carbone e sull’acciaio.

 

 

Giova subito riconoscere che nella mente della massima parte degli interessati, intendendosi per interessati i proprietari di miniere, industriali siderurgici, i loro dirigenti ed i loro operai, sia che appartengano a imprese private che a imprese pubbliche, vive nascostamente la speranza che il piano serva per l’appunto a costituire un bel cartello, destinato a determinare la produzione ed i prezzi in Europa. Il piano Schuman è un caso caratteristico del contrasto esistente fra alcuni pochi uomini politici di genio e qualche industriale illuminato da un lato, e la grande massa degli industriali e degli operai sorretti dai loro rappresentanti politici dall’altro lato.

 

 

Fa d’uopo battere con insistenza sul punto che il contrasto fra le due schiere di persone non poteva e non potrà essere risolto in pro dell’interesse collettivo senza fare il gran salto. In qualche occasione anche il ministro belga Spaak espose un concetto simigliante parlando della necessità del tuffo.

 

 

Non si nega che con la pazienza e con la persistenza si possa riuscire ad ottenere qualche risultato buono. L’accordo per i pagamenti europei testé conchiuso a Parigi con l’adesione finale dell’Inghilterra dimostrerebbe che si può riuscire a combinare qualche cosa che, molto grossolanamente ed a costi alti, riesca ad ottenere per una parte del mondo i risultati che, prima del 1914, si ottenevano a costi minimi con perfezione estrema in tutto il mondo conosciuto. Bisogna rassegnarsi ad approssimazioni grossolanissime, costruendo piani complicati quando non si vuole che da sé gli uomini in un batter d’occhio si aggiustino per ottenere risultati di gran lunga maggiori a costi di gran lunga minori.

 

 

La rassegnazione è certo una virtù; ma è lecito dire che si potrebbe fare molto meglio facendo il gran salto. In che cosa consisterebbe il gran salto, il quale dovrebbe consentire di attuare tutto il bel programma sopra riassunto del piano?

 

 

Tutto sta nel definire chiaramente che cosa si intende dire quando si afferma che tutti i consumatori europei dovrebbero avere l’eguale diritto ad accedere alle materie prime dette carbone, ferro ed acciaio. Si comincia ad escludere in modo tassativo che ciò voglia dire che i consumatori della Germania, della Francia, dell’Italia, del Benelux ecc. ecc. abbiano diritto ad avere una assegnazione di carbone, di ferro e di acciaio in rapporto alle proprie esigenze ed i singoli paesi produttori di carbone, di ferro e di acciaio abbiano diritto di partecipare alla vendita in determinate proporzioni sul mercato europeo.

 

 

Se questo è il significato dell’eguale diritto dei partecipanti, tanto vale non fare niente del piano.

 

 

Quando intorno ad un tavolo verde discutono rappresentanti di stati per dire «Io ho diritto a produrre quindici, venti o quattro milioni di tonnellate di Acciaio», e quando costoro aggiungono: «Io ho diritto di comprare sul mercato unificato venti, tredici, sei milioni di tonnellate», non si ha più un mercato, ma si ha un vero e proprio cartello in cui quelli che avranno la prevalenza non saranno certo i migliori, coloro che lavoreranno a costi più bassi, ma saranno i più influenti politicamente, quelli che riusciranno a manovrare meglio le masse operaie minacciate di disoccupazione, quelli i quali vorranno mungere i consumatori con i prezzi più elevati, obbligandoli a rifornirsi presso di loro.

 

 

Non esiste un diritto ad avere tanto carbone, tanto ferro, tanto acciaio né per gli stati nel loro complesso, né per i singoli loro componenti. Il diritto alle materie prime è un parto della fantasia bellica degli ultimi trent’anni; è un diritto sconosciuto a quelli che hanno avuto la ventura di vivere nella età felice del primo anteguerra. Il concetto del diritto alle materie prime è fra i maggiori responsabili del mondo di idee che ha condotto alle ultime guerre. Se si vuole che non ci siano più guerre in avvenire, occorre bandire dal vocabolario la idea del diritto alle materie prime. Perché se gli italiani avessero diritto alla gomma elastica della Malesia, al rame del Congo, al carbone della Vestfalia, i malesi, i congolesi, i tedeschi non dovrebbero aver diritto a venire a prendersi i meravigliosi quadri delle nostre pinacoteche, le pietre dei nostri monumenti storici, il sole e il clima di Capri o di Amalfi ecc. ecc.?

 

 

La teoria del diritto ad avere quello che gli altri hanno e che agli altri, dopo tutto, costò fatica, ingegno, lavoro, risparmio a possedere ed a sfruttare, è davvero una delle idee più malvage, più distruttive della società umana fra quelle che sono riuscite ad ottenere popolarità. All’idea malvagia del diritto alle materie prime occorre opporre l’idea del buon senso. Tutti, a qualunque nazione, nel caso nostro a qualunque degli stati facenti parte del piano Schuman, appartengano, debbono essere posti dal legislatore, e qui dall’«Autorità», in condizione di poter acquistare carbone, ferro e acciaio pagando per l’acquisto il prezzo che i teologi medioevali chiamavano giusto.

 

 

Qual è il prezzo giusto? Se ne conosce uno solo, ed è il prezzo di mercato: il prezzo di mercato per beni della medesima qualità. Naturalmente, il prezzo del carbone con ottomila calorie, pur essendo diverso dal prezzo del carbone con quattromila calorie ecc. ecc., è quello che rende la quantità offerta eguale alla quantità domandata. Al prezzo di seimila lire per tonnellata hanno il carbone tutti coloro, nessuno eccettuato, che sono disposti a pagarlo seimila se questo è il prezzo della giornata. Resteranno senza carbone quei consumatori e quelle ditte consumatrici le quali non vogliono pagare il carbone seimila lire la tonnellata. L’inclusione dei primi, l’esclusione dei secondi è perfettamente conforme all’interesse collettivo, essendo interesse collettivo che il carbone sia messo a disposizione di coloro che, pagando un prezzo più alto, dimostrano col fatto di essere in grado di utilizzarlo più convenientemente.

 

 

Fare delle leggi, prendere dei provvedimenti in virtù di cui un industriale riesce ad acquistare il carbone a cinquemila cinquecento lire la tonnellata, portandolo via a un suo collega il quale sarebbe in grado di pagarlo seimila o più, significa proteggere i lazzaroni, gli intriganti, gli incapaci, coloro che sommuovono i poveri illusi promettendo occupazione, anche se questa occupazione è, come deve, in tal caso, necessariamente essere, fornita a salari bassi.

 

 

Il piano Schuman aderirà alla regola del prezzo di mercato? Lascerà morire tutti coloro che non sono in grado di pagarlo seimila lire la tonnellata? Lascerà morire le miniere che non sono in grado di produrre il carbone al prezzo di seimila o inferiore a seimila?

 

 

In tal caso il piano Schuman avrà esercitato opera conforme all’interesse collettivo e i risultati di quest’opera potranno essere anche più meravigliosi di quelli di cui fruiscono gli Stati Uniti, non, come volgarmente si ritiene, in virtù dell’abbondanza delle loro ricchezze naturali, ma del criterio economicamente sano con cui le hanno sapute utilizzare; criterio non perfetto, sicuramente soggetto a tutti gli errori propri della natura umana; criterio però meno grossolanamente errato di quelli con cui si è divertita l’Europa negli ultimi quarant’anni.

 

 

Rispettare la regola del prezzo di mercato, ossia del diritto del consumatore di offrire un prezzo maggiore per una data quantità di carbone, di ferro e di acciaio allo scopo di portar via quella quantità al suo concorrente, osservare questa regola fondamentale vuol dire:

 

 

  • che l’«Autorità» non dovrà fissare i prezzi;

 

  • che l’«Autorità» non dovrà ordinare alle singole miniere ed ai singoli stabilimenti di produrre questa o quella quantità o qualità;

 

  • che l’«Autorità» non dovrà fissare contingenti d’importazione e di esportazione da e per i singoli stati facenti parte del piano;

 

  • che l’«Autorità» non dovrà assegnare mercati ai singoli produttori di ogni paese;

 

  • che l’«Autorità» non dovrà dare dei premi di produzione ai produttori i cui costi siano alti in confronto ai prezzi di mercato.

 

 

Se si osserveranno queste regole le quali si riducono sostanzialmente a quelle dell’osservanza del prezzo di mercato in tutto il territorio del piano, si raggiungerà un risultato politicamente atto a salvare l’Europa, economicamente tale da dare una spinta grandiosa alla produzione dei consumi nelle nazioni europee continentali. Altrimenti ci troveremo di fronte ad uno dei soliti cartelli internazionali ben noti prima delle due ultime guerre, e per ottenere il quale non vale la pena si disturbino uomini politici seri. È una bisogna la quale può esser lasciata agli interessati, salvo ad ogni paese di cercare di salvaguardarsi per il meglio dalle conseguenze dell’azione di costoro.

 

 

Resta la questione italiana della siderurgia.

 

 

Da più di un quarto di secolo si scrive e ho udito difendere la tesi della capacità dell’Italia a produrre acciaio a prezzi di concorrenza internazionale, da uomini per i quali ho sempre nutrito la massima stima.

 

 

La tesi di questi uomini è che l’Italia si trova nelle due località di Bagnoli presso Napoli e di Cornigliano presso Genova in condizioni ideali per ottenere acciaio a prezzi di concorrenza.

 

 

Gli stabilimenti situati in riva al mare hanno la possibilità di acquistare il miglior carbone utile per le lavorazioni siderurgiche dovunque lo si trovi, senza l’impaccio di doverlo acquistare in paese, di qualità cattive e disadatte al fine; possibilità di acquistare minerali di ferro delle migliori qualità e delle più adatte per le trasformazioni dirette da minerale ad acciaio; e dispongono di mano d’opera abbondante, capace, ed a salari inferiori a quelli degli altri stati europei.

 

 

La tesi è sempre sembrata plausibile, data l’autorità dei tecnici valorosissimi che se ne facevano i campioni. Ma qualunque tesi, per essere accolta, abbisogna di essere messa alla prova. Sinora questa prova non c’è stata per svariate ragioni; oggi sembra che l’attuazione sia possibile, ma, laddove qualche tempo addietro si sentiva discorrere di un lasso di tempo di due anni per mettere gli stabilimenti italiani in grado di concorrere sui mercati internazionali, oggi si sente parlare di cinque o sei anni.

 

 

Non si vuole discutere sulle cifre; ma sembra necessario che queste cifre siano fissate una volta per sempre e che si indichi quale sia la difesa che in questo periodo intermedio debba essere consentita all’industria nazionale. Questa difesa non potrà essere né di contingenti assegnati alla produzione nazionale, né di mercato in qualche modo ad essa garantito né di prezzi speciali da attribuirsi ai prodotti italiani.

 

 

Tutti questi espedienti presentano il gravissimo inconveniente di perpetuare posizioni acquisite ed impedire che progressivamente l’Italia diventi pienamente partecipe del mercato europeo, con tutti i suoi piccoli e transitori inconvenienti e con i suoi vantaggi altrettanto ed incommensurabilmente più grandi.

 

 

La difesa transitoria atta a consentire entro x anni all’industria italiana di mettersi alla pari con le altre consiste in una decrescente temporanea protezione doganale.

 

 

La convenzione relativa al piano Schuman dovrebbe stabilire che per x anni i prodotti siderurgici dei paesi del piano potranno essere introdotti in Italia con un dazio che partendo, ad esempio, da cento si riduca magari, per abbondare, in dieci anni a zero, con diminuzioni progressive stabilite fin dall’inizio di dieci ogni anno.

 

 

27 giugno 1950.

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