Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Sul prezzo del pane

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 16/12/1920

Sul prezzo del pane

«L’Unità», 16 dicembre 1920

 

 

 

O tutto o niente.

 

 

L’on. Salvemini scrive un articolo in cui dice molte cose giuste, ma di cui la conclusione è profondamente sbagliata:

 

 

«Noi non sappiamo quale è la situazione complessiva del nostro bilancio; i provvedimenti presentati in occasione del disegno di legge sul pane non sono sufficienti; l’aumento del prezzo del pane è l’ultima ratio a cui si ricorre dopo esaurito ogni altro espediente ed il Governo non dimostra che questi altri espedienti siano davvero tutti esauriti. Troppo si spende per l’amministrazione civile; gli impiegati, anziché scemare di numero, divengono una legione sempre più folta e scontenta. Si spendono 5 miliardi invece di 960 milioni e si cresce la falange dei ribelli contro lo Stato. Bisogna perciò puntare i piedi e rifiutarsi di votare l’aumento del prezzo del pane, se prima lo Stato non avrà cominciato la riforma della burocrazia».

 

 

L’on. Salvemini vorrà consentirmi di dirgli aperto che questo ragionamento non è logico od almeno soffre di quella speciale forma di logica che anche egli aborre ed è quella a cui si inspirano troppe teorie demagogiche.

 

 

Avere un piano regolatore, organicamente ideato, il quale ci dia la fiducia

che a scadenza di un dato numero di anni l’equilibrio fra entrate e spese sarà conquistato è certo un nobile desiderio; ma all’attuazione di esso non bisogna subordinare l’esecuzione di quei propositi i quali, singolarmente presi, siano opportuni e necessari. Persino in Francia, la quale, tra tutti i paesi d’Europa, è quello dove il problema finanziario è stato affrontato con maggiore risolutezza, l’attacco in pieno non è avvenuto. Si è fatta la restrizione mentale che una parte delle spese dovesse essere sostenuta dalla Germania. Ipotesi di realizzazione incertissima, ma necessaria a farsi se si voleva dar coraggio al paese per sobbarcarsi ad 8-9 miliardi di spese nuove. Dopo si vedrà che l’ipotesi era infondata; ma intanto il risultato di avvicinarsi al pareggio è stato ottenuto.

 

 

Da noi, se si volesse la garanzia, prima di fare un qualunque briciolo di bene, che tutto il bene sarà fatto; se si volesse essere sicuri che si ridurranno le spese militari all’equivalente dell’ante guerra; che si sfratteranno tutti i parassiti della burocrazia; che si liquideranno le iniziative inutili dello Stato; che si aboliranno le imposte cattive e si istituiranno quelle buone, non si farebbe mai nulla e si sarebbe sempre al punta di prima. Io non ho risparmiato le critiche e ferocissime critiche contro il disegno sul pane; ritengo pessime quasi tutte le imposte in esso congegnate, salvo quella sul vino; reputo insufficiente il rialzo proposto di prezzo. Ma non per questo dico: deve respingersi anche quel modesto avvicinamento all’onestà, alla sincerità ed alla giustizia che è la proposta di fissare il prezzo del pane. È poco; ma è meglio del nulla di prima.

 

 

Ed è sovratutto, un passo sulla via giusta. Il rialzo del prezzo del pane, sono dolente di doverlo ricordare anche all’onorevole Salvemini, non è una imposta nuova od il rialzo di una imposta preesistente. Parlare in questo caso di imposte è veramente un non senso. Si ha imposta quando il cittadino viene obbligato a pagare alcunché allo Stato per far fronte alle spese di ordine generale. Qui si tratta invece di sopprimere un sussidio, di far cessare una spesa che lo Stato sopporta, ossia che lo Stato fa sopportare ai contribuenti mercé quella vera e dannosissima imposta che è il torchio dei biglietti a stampa. Il rialzo del prezzo del pane non è un’imposta; è un’economia, è la cessazione o la diminuzione della più ignominiosa specie d’imposta esistente, quella la quale cresce il costo della vita a tutte le classi di cittadini, è cagione di incertezza nelle transazioni commerciali, di alea e di inquietudine nelle industrie, ossia l’alto od oscillante cambio.

 

 

L’on. Salvemini si è reso benemerito, obbligando il Governo a confessare il suo proposito di aumentare la circolazione a vantaggio della siderurgia. Egli non vuole che si aumenti il costo della vita col pretesto di salvare operai ed industriali siderurgici; ed ha ragione e io lo lodo per la sua onesta campagna. Ma la continuazione del sussidio ai consumatori di pane è altrettanto ingiusto e disonesto e dannoso alla collettività, ai consumatori, all’assestamento del paese. Con altrettanta logica dell’on. Salvemini, un protezionista siderurgico potrebbe dire: perché cominciare da noi? Facciamo un piano, eliminiamo la burocrazia, riduciamo l’esercito e poi si parlerà della siderurgia.

 

 

Certo, la riduzione della perdita sul pane non risolve tutto il problema finanziario italiano; ma lo risolve in parte, il che è già qualcosa. La eliminazione completa di quella perdita toglierebbe la cagione di rimprovero maggiore che gli stranieri fanno al nostro Governo: quello di debolezza dinanzi alla prepotenza bolscevica e di prova provata che l’Italia è un paese destinato alla dissoluzione. Toglierci di dosso, anche in parte, questa macchia è, per sé stesso, un enorme vantaggio. Fatto questo, la battaglia per il risanamento sarà appena cominciata. Bisognerà insistere che le spese per l’esercito, ridotte dal luglio 1919 al luglio 1920 da 617 a 357 milioni di lire, che quelle per la marina, scemate da 36.6 a 16.1 e quelle per le colonie, diminuite da 149,2 a 77,7 si riducano vieppiù.

 

 

Bisognerà dar battaglia affinché le spese dei ministeri civili non

seguitino a crescere, come han fatto per ben 204,9 milioni in quel solo mese. Saranno altre buone ed utili battaglie; e il pareggio del bilancio nascerà appunto da vittorie ottenute ad una ad una nei più diversi campi, con pazienza, coraggio civile ed assenza di preoccupazioni elettorali. Ma la vittoria completa, assoluta conseguita mercé un piano sapientemente preordinato, è una chimera. In politica è l’aspirazione perenne di coloro i quali non vogliono far nulla. L’on. Salvemini ha il dovere di non imbrancarsi tra questi ultimi.

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