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La Stampa

Sul trattato di commercio colla Francia

«La Stampa», 23 novembre 1898

 

 

 

Il telegrafo ha annunziato ieri un avvenimento il quale avrà una profonda e lunga influenza sulla vita economica del nostro paese: la conclusione del trattato di commercio colla Francia.

 

 

Questo fatto segna l’inizio della fine di un periodo nella storia d’Italia il quale è durato dall’1 marzo 1888 fino al novembre 1898, ossia per più di 10 anni e mezzo.

 

 

Come è noto, nel 1887 veniva denunciato il trattato colla Francia, e cominciava la lotta a colpi di aumenti tariffari e di tariffe di combattimento.

 

 

La lotta doganale cominciò col decreto francese del 27 febbraio 1888 che impose dazi differenziali sulle provenienze italiane e col decreto italiano del 29 febbraio 1888 che assoggettò ad analogo regime le provenienze francesi. L’aggravio che derivò a danno della mercanzia francese dall’applicazione del decreto italiano non superò il 50 per cento, mentre il decreto francese aumentò i dazi sulla mercanzia italiana nella enorme misura dell’832 per cento.

 

 

Mentre l’Italia prolungò la lotta solo per ventidue mesi, tornando, l’1 gennaio 1890, alla tariffa generale, la Francia prolungò il regime di lotta finché non andò in vigore la sua nuova tariffa generale, ossia sino all’1 febbraio 1892.

 

 

Dopo quella data, delle due tariffe della legislazione francese, fu applicata alle provenienze d’Italia la tariffa massima, che è quella sotto il cui impero ci troviamo ancora oggi.

 

 

Il passaggio dalla tariffa di combattimento alla tariffa massima non migliorò molto le condizioni della importazione italiana; anzi la peggiorò sotto molti rispetti; perocché da confronti fatti dalla Camera italiana di commercio a Parigi risultava che per 144 voci della tariffa differenziale c’era diminuzione di dazio, per 25 voci la posizione rimaneva invariata, per 185 voci il nuovo dazio era più grave dell’antico.

 

 

Abbiamo già esposto pochi giorni fa su queste colonne quali fossero stati gli effetti della mutazione avvenuta dopo il 1887 nella politica doganale; esaminiamo ora con maggiori particolari quale efficacia abbia esercitato il severo regime protezionista sulle relazioni commerciali tra la Francia e l’Italia.

 

 

Il valore in milioni di lire del commercio speciale tra l’Italia e la Francia (esclusi i metalli preziosi) fu:

 

 

Nell’anno

Esportazione dall’Italia in Francia

Importazione in Italia dalla Francia

1887

401,5

836,0

1889

364,8

167,4

1891

139,8

144,3

1893

148,0

138,7

1895

136,3

161,9

1897

118,1

160,3

 

 

Queste le cifre ufficiali italiane; le statistiche francesi ci presentano cifre diverse per la diversità dei criteri che presiedono all’accertamento dei valori doganali; che però in fondo dicono la stessa cosa, ossia che i danni subiti dall’Italia nelle sue esportazioni in Francia furono più forti dei danni subiti dalla Francia nelle sue esportazioni in Italia. Ma le cifre dei valori non lasciano scorgere in quali voci la diminuzione sia stata più forte. Importa confrontare le quantità esportate od importate; ed a ciò giova per la esportazione dall’Italia in Francia il quadro seguente limitato alle voci principali:

 

 

MERCI

1886

1897

Vini in botti ettol.

1,819,580

23,159

Vino in bottiglie cento

7,881

2,272

Olio d’oliva quint.

197,279

126,271

Tartaro e feccia di vino “

16,817

3,592

Fiammiferi “

1,590

853

Canape, lino, juta, ecc., pett. “

17,671

9,067

Filati di canapa, lino, ecc. “

14,888

5,496

Lane naturali o sudicie “

9,658

1,790

Seta greggia (tratta o torta) “

28,178

5,378

Cascami di seta greggi “

15,313

14,398

Tessuti di seta chilogr.

47,504

11,613

Carbone di legna tonn.

20,082

1,985

Legname da costruzione “

18,267

3,190

Trecce di pagl. ecc. p. capp. quint.

3,133

1,567

Cappelli di paglia cento

5,831

704

Guanti di pelle cento paia

8,583

845

Marmo lavorato quint.

45,168

5,013

Vetri, cristalli, smalti in conter. “

22,994

10,495

Castagne tonn.

5,566

1,673

Riso “

21,826

1,519

Agrumi quint.

26,485

10,026

Frutta fresche “

23,688

10,756

Animali bovini num.

42,026

1,644

Bestiame ovino e caprino “

100,154

6,908

Animali suini “

18,208

441

Pollame quint.

47,117

17,690

Pesci freschi “

5,864

2,246

Burro “

21,602

13,152

Uova di pollame “

97,101

23,071

Concime “

6,021

1,195

 

 

Un rapido sguardo a questo quadro prova quanto grande sia stato il danno della guerra tariffaria per l’Italia economica, e sovratutto per l’agricoltura, per le industrie artistiche e della seta.

 

 

I produttori di vino saranno beneficati dalla parità concessa dal nuovo trattato colla Spagna, sia perché i vini del Mezzogiorno potranno essere esportati in Francia, sia perché i vini del Nord non subiranno più una concorrenza così forte nei prezzi, come la attuale, da parte dei vini meridionali.

 

 

Solo è mestieri osservare che le notizie telegrafiche dicono essere stato il dazio sul vino fissato a L. 12 per ettolitro.

 

 

Questo dazio è minore della tariffa massima finora applicata a noi (franchi 1.20 per grado alcoolico e per ettolitro di liquido fino a 11 gradi e pel vino con più di 10 gradi lo stesso diritto per i primi 10 gradi più una tassa per ogni grado in più corrispondente all’importo del diritto di consumo dell’alcool), ma è maggiore della tariffa minima applicata alla Spagna (fr. 0.70 per grado fino a 10 gradi e per i vini superiori a 10 gradi fr. 0 70 per i primi 10 gradi più come sopra).

 

 

I produttori francesi di vino, pure consentendo parità di trattamento all’Italia ed alla Spagna, hanno colto l’occasione per accrescere alquanto la protezione che era già loro concessa. Malgrado ciò, l’Italia vinicola sarà indubbiamente avvantaggiata dal nuovo trattato; e forse metà dei 3 milioni di ettolitri che la Spagna esporta attualmente in Francia potrà essere provveduta da noi.

 

 

Mancano notizie abbastanza particolareggiate per esaminare i vantaggi certamente notevoli che ritrarranno dal trattato i produttori di bestiame, di riso (che sarà richiesto in notevole copia, specie dalle classi ricche che riluttano all’uso dei risi indiani), di olio, di lane, di cappelli di paglia, di agrumi, di frutta fresche, di pollame, di uova, ecc. Solo è da lamentare che dal trattato siano rimaste escluse le seterie, fonte importantissima di ricchezza per l’Italia.

 

 

Da un bellissimo diagramma dell’avvocato Edoardo Giretti si ricava che nel periodo 1886-96 le esportazioni dall’Italia di sete, seterie e bozzoli costituiscono più del 50 per cento (milioni di lire 3565) delle esportazioni di tutte le altre merci prese insieme (milioni di lire 7123). Da qui si vede quanto importante sarebbe stato l’ottenere una riduzione di dazi da L. 3 a L. 1 per chilogrammo sulle sete torte o filatoiate. Ciò che non si è potuto fare subito è da sperarsi possa compiersi in seguito, quando i benefici del nuovo regime avranno persuaso gli Stati contraenti ad estenderlo anche ad altre voci.

 

 

Le notizie telegrafiche ufficiali a proposito delle concessioni fatte in compenso dall’Italia alla Francia dicono, con frase di colore oscuro, che «esse furono fatte senza turbare la base fondamentale della grande industria italiana e che favoriscono circa ottanta articoli che concernono i medicamenti, le profumerie, gli abiti confezionati, le maglierie, le mercerie fine, i busti, gli articoli di Parigi, alcune conserve di legumi, i pesci e le sardine sott’olio, esclusi i tonni.»

 

 

Riservandoci di ritornare sull’argomento quando si avrà il testo delle mutazioni tariffarie accordate, crediamo opportuno riferire anche per le quantità importate dalla Francia in Italia un quadro dal quale si può rilevare quale effetto abbia esercitato sulle varie voci la tariffa protezionista del 1888 e quale efficacia possa avere il nuovo trattato di commercio:

 

 

MERCI

1886

1897

Olii fissi (escluso olio d’oliva) quint.

41,217

3,784

Olii volatili ed essenze chilogr.

11,236

5,114

Acidi quint.

15,308

10,732

Carbonati “

56,939

30,314

Legni, radiche, ecc., per tinte e concie “

57,197

19,140

Colori ed estratti coloranti “

10,629

3,789

Canapa, lino, juta, ecc., greggi “

28,830

2,706

Pizzi di cotone chilogr.

24,510

7,000

Tessuti di lana quint.

17,891

4,972

Seme di bachi la seta chilogr.

12,220

8,562

Tessuti ed altri manufatti seta “

323,080

130,446

Stracci d’ogni sorta quint.

35,278

5,864

Carta bianca “

3,612

917

Pelli conciate “

9,638

3,095

Rottami, scaglie, ecc., di ferro ed acciaio “

152,402

83,077

Ghisa in pani “

80,895

2,511

Ghisa lavorata “

83,985

8,417

Ferro greggio in mosselli ed acciaio “

23,792

1,579

Ferro ed acciaio laminato

21,029

5,468

Rotaie per ferrovia “

54,763

1,688

Utensili e strumenti di ferro ed acciaio “

27,095

2,896

Rame, ottone e bronzo lavor. “

26,110

6,343

Macchine ed accessori “

41,875

10,702

Oreficeria e gioielli d’oro ettogr.

8,136

202

Fornimenti d’orologeria quint.

891

51

Gomma elastica “

1,119

410

Cappelli di feltro ed altro cent.

372

55

 

 

Le industrie le quali devono temere di dover sottostare ad un ribasso di prezzi e ad una esacerbata concorrenza da parte delle rivali francesi sono dunque quasi tutte industrie di genere fino: industrie chimiche, tessili, della carta, delle pelli, del ferro e dell’acciaio, di oreficeria, dei vetri, delle porcellane e terracotta, della gomma elastica e dei cappelli. Gli agricoltori, ad eccezione dei produttori di formaggio, non hanno nulla a temere.

 

 

A seconda che il numero delle voci a cui si estende la riduzione del dazio sarà più o meno grande, a seconda che più o meno numerose saranno le industrie che si vedranno sminuita la protezione doganale, noi vedremo accentuarsi più chiaramente quello che sembra essere il risultato fondamentale del nuovo trattato colla Francia; la rivincita degli agricoltori italiani sugli industriali.

 

 

Forse se «la grande industria italiana» non si vedrà abbastanza assicurata dalle nuove tariffe doganali, potremo assistere ad una lotta di essa contro la «grande agricoltura» incarnata nei latifondisti produttori di grano. Allora saremo giunti all’inizio della fine del dazio sul grano di lire 7.50 al quintale, e si muteranno le sorti non solo dell’agricoltura, ma anche del consumatore d’Italia.

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