Sulla buona via

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/11/1922

Sulla buona via

«Corriere della Sera», 18 novembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 960-964

 

 

 

La lettura del comunicato del sottosegretario alla presidenza del consiglio sui propositi del governo intorno ai vari rami della pubblica amministrazione, e quella dell’esposizione finanziaria del ministro Tangorra, non mi hanno lasciato scettico. Spero finalmente che si sia sulla buona via. Sovratutto perché alle parole hanno cominciato ad accompagnarsi i fatti. Pochi finora – né si poteva sperare di più – ma altamente significativi.

 

 

L’ecatombe degli enti dei porti mi ha in particolar modo allargato il cuore. Era questa veramente una delle più perverse invenzioni del politicantismo elettorale e della burocrazia parassitaria che mai si siano immaginate nel nostro paese a disdoro del buon senso e a rovina dei contribuenti. Tutti i paesi del mondo, dove si costruiscono e si ampliano porti ad incremento dei traffici marittimi, concentrano i loro sforzi in uno o in pochi grandi porti. Le navi moderne richiedono acque profonde, chilometri di banchine per attraccare, impianti perfezionati di elevatori e di magazzini generali: tutto ciò deve essere concentrato in pochi grandi punti, dove convergono le ferrovie e le linee di navigazione. Il resto serve per il piccolo cabotaggio. In Italia si è fatto il rovescio. A Genova, al nostro massimo porto, lo stato dà un milione, dico uno, all’anno. Ma crea miriadi di enti autonomi per porticcioli di nessun conto, dove non possono approdare, quando il mare è calmo, se non caravelle; e decreta spese le quali ammontano ad un miliardo per i porti piccoli, ed a due per i porti chiamati principali, escluso s’intende quello di Genova. Attorno agli enti autonomi è un’orgia di presidenze, direzioni, uffici, ispezioni: la burocrazia crescendo per scissiparità, con la sopravvivenza di tutta la vecchia e con l’aggiunta della nuova. Per viltà morale, per compiacenza politica, se qualche procacciante si metteva a vociferare per la creazione di un ente per il porto, per le acque, per i laghi, per i fiumi, nessuno osava fiatare. Comuni, province, casse di risparmio, camere di commercio venivano messe a contribuzione e l’ente, una volta sorto, alimentava se stesso con sempre nuove iniziative rivolte a magnificare la propria importanza ed i proprii organici.

 

 

Il governo ha cominciato a lavorare di scure in questa foresta parassitaria, decretando la morte di un buon numero di queste invenzioni diaboliche. Il ministro delle poste ha annunciato non di «voler ridurre», ma di «star riducendo» da 56 a 36 gli uffici del suo ministero. Se si proseguirà su questa via, se le direzioni generali sdoppiate saranno di nuovo unite, se gli uffici sorti «per la ricostruzione del paese», ossia per la sua dannazione, saranno fatti ritornare nel nulla da cui sorsero e di cui sempre vissero, il paese non potrà non plaudire. Qui è davvero un problema di azione, e non di programmi e di principii. Quanto ai principii, per poterne discutere a fondo, sarà bene attenderne l’applicazione nei singoli particolari. Ora che i principii liberali sono ritornati al potere, giova sperare che la promessa dell’on. Mussolini di infondere in essi un nuovo spirito di realizzazione sia mantenuta. Ecco i principii che il ministero del tesoro ha enunciato:

 

 

  • restituire all’esercizio privato tutte le funzioni economiche assunte dallo stato, per ragioni di urgenza durante la guerra, o di ubbidienza all’imperativo demagogico del dopoguerra;
  • affidare i telefoni a compagnie private e sfrondare le ferrovie di tutti i servizi accessori, in attesa di vedere se e in qual misura possano essere anch’esse trapassate all’esercizio delegato privato;
  • ridurre al minimo i servizi marittimi sovvenzionati;
  • rinunciare al monopolio delle assicurazioni sulla vita, dando agli assicurati le migliori garanzie di sorveglianza;
  • semplificare ed unificare le imposte, cosicché esse ubbidiscano ai classici principii della chiarezza e della certezza; ridurre le aliquote delle imposte in modo da assicurare il contribuente contro il pericolo della confisca e indurlo a dare più largo contributo allo stato;
  • rinunciare alla follia perniciosa di far servire le imposte allo scopo di trapassare la ricchezza privata nelle casse dello stato, inaridendo così le sorgenti del risparmio;
  • cominciare all’uopo con la riduzione delle pazzesche aliquote dell’imposta successoria;
  • preferire alle grandi innovazioni la quotidiana opera di perequazione dei pesi fiscali fra le varie categorie dei contribuenti e di miglior accertamento delle basi imponibili; abolire le esenzioni tributarie, le quali non siano assolutamente imposte dalla necessità di non ostacolare i primi sforzi delle iniziative economiche;
  • riconoscere che le imposte devono essere congegnate per modo da non cagionare ai contribuenti onere maggiore del vantaggio recato all’erario; riformando perciò l’assurdo groviglio delle imposte sugli scambi.

 

 

Tutto ciò è liberalismo classico, della marca più autentica e pura. Le stesse cose, con linguaggio più scialbo, giova ricordarlo, le dissero anche parecchi predecessori degli attuali ministri finanziari; ma nessuno credeva alla possibilità della attuazione. E i contribuenti paventavano ogni annunzio di riforma, di semplificazione, di perequazione, perché si era sicuri che riforma voleva dire nuova imposta più sperequata e vessatoria delle antiche; semplificazione voleva dire arrotondamento all’insù; perequazione era sinonimo di parificazione nel male. Oggi, il linguaggio è più risoluto, mancano gli omaggi alla giustizia «sociale» e si ritorna alla giustizia pura e semplice; non si dice più di voler tassare il capitale fino al 100% e insieme di voler incoraggiare il risparmio. L’impressione è di gente volonterosa di fare il bene, che non ha vergogna di dire che per far rendere le imposte bisogna lasciar vivere in primo luogo i produttori e i risparmiatori. Paiono cose semplici, di buon senso, elementari; ma diventano grandi verità quando si pensa agli anni grigi e disperanti in cui demagoghi spregevoli e dottrinari fantastici predicavano la leva sul capitale allo scopo di rimborsare i debiti pubblici, dare incremento alla produzione e lavoro ai disoccupati.

 

 

Qualche dubbio lasciano taluni accenni, un po’ generici, a problemi concreti. Che cosa s’intende di fare per la marina mercantile libera e per le costruzioni navali? Parrebbe che si voglia distinguere fra i cantieri buoni e quelli cattivi e speculativi. Ma la distinzione è difficile a farsi; e sarebbe meglio che nemmeno un governo forte dovesse trovarsi nella necessità di rispondere «no» alle minacce di chiusura che si annunciano dai cantieri triestini. Lo stato deve ai cantieri la libertà d’importare in franchigia i materiali da costruzione; e nulla più. Se alle altre industrie si dà con enormi dazi doganali una protezione positiva, ciò è male; e paiono fuor di luogo gli elogi resi da taluno ai negoziatori per avere, nell’accordo commerciale con la Francia «sacrificato» poco delle tariffe doganali vigenti, poiché la piccolezza del sacrificio si riferisce agli interessi degli industriali protetti; e quanto più è piccolo quel sacrificio, tanto è maggiore il danno delle industrie non protette e delle masse consumatrici, composte in prevalenza di gente non capace di protezione.

 

 

Lo stesso ministro del tesoro ha riconosciuto che il principio del consolidamento delle spese doveva essere applicato con molte cautele, essendovi vasti campi di spesa per i quali esso è privo di significato. L’on. Presutti ha a questo proposito da tempo messo avanti un concetto meritevole di essere esaminato a fondo. Poiché i bilanci della spesa sono discussi in modo inadeguato e tardo; poiché essi sono pregiudicati irresponsabilmente dalle leggi e dai decreti legge deliberati alla spicciolata e senza una visione di insieme sulle conseguenze che le piccole spese, a una a una, necessarie e urgenti, possono avere sul bilancio, si sancisca il principio che le leggi di spesa non abbiano effetto, anche se regolarmente votate, sanzionate ed emanate. Rimangano tutte in sospeso sino al giugno, ultimo mese dell’esercizio finanziario, quando il ministro del tesoro potrà tirare le somme, graduare le spese votate per ordine di urgenza; e proporre una legge unica finale la quale dia esecutorietà al tutto, ai due terzi, alla metà delle leggi a seconda delle disponibilità del bilancio. Può essere, questa del Presutti, se approfondita, una idea feconda; migliore del consolidamento, che in passato fu sempre illusorio, perché fa dipendere l’effettuazione delle singole spese votate alla spicciolata da una visione sintetica d’insieme. Finora il disavanzo è durato ed è cresciuto per la pioggia delle spese votate leggermente e separatamente. Se al proposito del governo responsabile di voler stringere i freni, si aggiungesse l’obbligo di porre una volta all’anno il parlamento dinanzi alla responsabilità di votare il blocco delle spese nuove, quando faccia a faccia si erige lo spettro di un disavanzo non colmato, un ulteriore freno morale potente si opporrebbe al malcostume finanziario.

 

 

Merita lode la modestia del governo nel prendere atto dei miglioramenti nei corsi dei cambi e del consolidato. L’avvertimento che le torbide vicende del momento presente internazionale e della crisi economica mondiale possono riservarci non liete sorprese, non riduce il valore dello sforzo che si deve compiere per il risanamento del bilancio. È bene che le cause del male si riducano a quelle che non dipendono da noi, e che a queste inevitabili non si aggiunga la rilassatezza nostra. Sono convinto che delle due cause di male, la seconda sia di gran lunga superiore alla prima. Sicché diffido alquanto dell’annuncio di voler procedere ad accordi con le tesorerie estere, inglese ed americana, in materia di cambi e di prestiti. In passato quegli accordi, pur necessari, ci fecero del gran male, persuadendoci della facilità di trovare risorse senza sforzo nostro. È sempre vivo il pericolo che il soccorso estero sia addormentatore e corruttore. Ad esso si può ricorrere solo quando noi, da soli e con le nostre forze, si sia percorsa quasi fino in fondo la via del sacrificio e della redenzione.

 

 

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