Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Sulla liberalizzazione degli scambi

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 161-178

 

 

 

L’argomento a cui si riferisce la presente nota è quello della liberalizzazione degli scambi. Si suppone che con questa nuova ed equivoca parola si sia voluto indicare abbreviatamente l’insieme delle norme legislative ed amministrative intese ad abolire i vincoli che al commercio internazionale derivano dall’esistenza di contingenti, quote, limiti, permessi, licenze ed altre, comunque indicate, norme restrittive, sia per quantità che per qualità, dell’importazione e dell’esportazione di cose (merci e derrate). Si suppone cioè che il commercio fra due o più paesi rimanga, ove la liberalizzazione fosse portata al 100%, subordinata all’unico vincolo della tariffa doganale, convenzionata od autonoma. I dazi potrebbero essere altissimi, 100, 200, 300% del valore delle merci; e il commercio internazionale sarebbe tuttavia liberalizzato. La liberalizzazione non sarebbe dunque sinonimo di libertà degli scambi internazionali, ma significherebbe soltanto liberazione dai vincoli di carattere amministrativo, del caso per caso, del variabile a seconda delle circostanze apprezzate dal potere esecutivo. La merce A, entrando in uno stato, dovrebbe assolvere sempre un dazio, ad ipotesi di X lire per quintale; ma, se gli importatori ne avessero la convenienza potrebbe di tal merce essere importato un numero illimitato di quintali; non più come oggi, con la non liberalizzazione, solo dieci o cinquanta o centomila quintali.

 

 

Naturalmente, ove la parola, già per sé complicata, non dovesse nascondere una troppo evidente beffa, gli importatori (od esportatori) non dovrebbero essere sottoposti a vincoli quantitativi per quanto riguarda il procacciamento delle divise estere necessarie a pagare le merci acquistate. Sarebbe inutile abolire il contingente di importazione, ad esempio delle stoffe di lana, se poi si aggiungesse: noi non ti daremo le sterline necessarie a comprare più di X balle di lana. La libidine del contingentare è oggi portata a tal segno che tutti contingentano per conto proprio: contingenta il ministero dell’industria, contingenta quello dell’agricoltura, contingenta l’altro del commercio estero, contingenta l’ufficio cambi; di concerto o senza concerto. Si è perso di vista il concetto che basta operare su un punto: non occorre, dopo aver limitato la quantità, limitare la divisa. Basta una delle due limitazioni. Se sono più di una, le limitazioni non soltanto si sommano, ma, contraddicendosi e sovrapponendosi, si elevano alla potenza ennesima.

 

 

La liberalizzazione che non sia una beffa deve essere completa. Non pare sia impossibile escogitare un sistema per cui gli importatori trovino un ostacolo imparziale, uguale per tutti, non soggetto a nessuna autorizzazione, che sarebbe arbitrio e privilegio, di nessun ministero od ente. I limiti dovrebbero essere due soli: l’ammontare del dazio e la non convenienza comparativa (tra merce e merce e tra paese e paese) di comprare la divisa occorrente per pagare quella certa merce che si desidera importare.

 

 

Anche definita così, la liberalizzazione sarebbe ben lontana dall’essere sinonimo di libertà degli scambi. A parte l’ostacolo, salutare, della non convenienza di comprare le divise necessarie per acquistare le merci estere, rimarrebbe l’ostacolo della tariffa doganale.

 

 

È fuor di luogo indicare le ragioni per le quali il compilatore delle presenti note ritiene che la tariffa doganale – quale risultò, per una parte, dalle trattative di Annecy e per l’altra parte dall’elaborazione, non corredata di alcuna indagine preliminare degna di considerazione e non suffragata da alcuna direttiva diversa dalle più correnti, quasi preistoriche, argomentazioni di un protezionismo generalizzato e perciò stesso incapace di qualsiasi risultato positivo – sia una sciagura.

 

 

Pur essendo tale e quindi pur essendo causa necessaria di miseria e di disoccupazione per il popolo italiano, essa è una sciagura nota, pubblica, a tutti legalmente comunicata, non modificabile da alcun provvedimento amministrativo; è un ostacolo del quale tutti, produttori e consumatori, possono calcolare il peso; è un ostacolo duraturo nel tempo. È doloroso essere costretti a fare il panegirico del dazio protettivo; ma è evidente che se il produttore, se il commerciante (consumatore) sa che deve superare l’ostacolo cento, deciderà a ragion veduta se gli convenga superar l’ostacolo ovvero no; se gli convenga investir capitali ed assoldare operai, ovvero astenersene. Ci sarà meno investimento, si assolderanno meno operai che se non ci fosse l’ostacolo; ma un certo investimento, una certa occupazione ci saranno.

 

 

Il sistema dei contingenti, licenze, concessioni di divise ecc. ecc. produce invece l’incertezza. Chi può far calcoli? Chi può sapere se domani i suoi calcoli non saranno frustrati da una diversa politica degli organi amministrativi? Chi può essere sicuro di partecipare lui, proprio lui e in che proporzioni, al contingente decretato in una certa misura da chi ha il potere di decretarlo e variato, con o senza preavviso, da chi amministrativamente ha il potere di variare? In regime di autorizzazioni, di licenze non fiorisce l’industria, non l’iniziativa inventrice, non il coraggio nel tentare nuove vie. Il regime delle restrizioni amministrative favorisce quelli che già in qualche periodo passato erano i possidentes; coloro che sono su qualche lista; che fanno parte di consorzi riconosciuti. Anche se si deve escludere, come si deve in Italia, almeno per ciò che riguarda i dirigenti delle pubbliche amministrazioni, il favoritismo determinato dal denaro; bisogna riconoscere che il favoritismo, che il monopolio, è in re ipsa; è l’anima stessa del sistema che la liberalizzazione vorrebbe abolire. Il sistema dei vincoli al commercio estero – ad eccezione della tariffa doganale – è il vero «cancro» dell’economia contemporanea. Ogni sforzo per distruggerlo è meritorio. Ed è meritorio esclusivamente nell’interesse nazionale.

 

 

Fa d’uopo confessare che la lettura di talun documento relativo alla liberalizzazione produce, alla luce delle considerazioni ora fatte, un’impressione dolorosa. Si prova una vera stretta al cuore leggendo pagine nelle quali gli scriventi spontaneamente, inconsapevolmente partono da premesse dalle quali si deduce che per essi la liberalizzazione è qualcosa che offende e mette in pericolo gravi interessi nazionali; è qualcosa che bisogna concedere, se non si vogliono provocare chissà che sciagure al proprio paese, nella minima dose possibile, il più lentamente possibile e il più di mala grazia che si potrà.

 

 

A scopo di imparzialità, si esamina qui un documento straniero, un memorandum del ministero degli affari esteri francese, il quale porta la data del 14 novembre 1949 e la indicazione di «segreto». Esso si riferisce al problema della liberalizzazione degli scambi internazionali intrapreso dai rappresentanti della Francia, del Belgio, del Lussemburgo, dei Paesi Bassi e dell’Italia, ossia da quei paesi che abbreviatamente sono indicati da qualche giorno col ridicolo nome di Fritalux.

 

 

Non è il caso di riassumere le dichiarazioni di ossequio al principio della liberalizzazione degli scambi contenute nel documento. Trattasi delle solite reverenze ossequiose alle quali non è necessario segua alcuna conclusione concreta. Ciò che vi è di importante nel documento sono esclusivamente le riserve contenute negli aggettivi ed avverbi appiccicati alle proposizioni di carattere generico. Ecco un elenco di queste appiccicature:

 

 

  • Gli scambi delle merci, dei capitali, dei servizi dovrebbero essere resi progressivamente liberi il più che sia possibile.

 

 

Il che vuol dire che la libertà degli scambi è rinviata alle calende greche ed applicata con lentezza tale che nessuno se ne accorga.

 

 

  • Certi fini dovrebbero essere conseguiti in modo che il più presto possibile i paesi associati possano equilibrare le loro economie al più alto livello possibile senza aiuti esterni eccezionali.

 

 

Le parole adoperate sono di significato talmente incerto che ad esse si potrà dare qualsiasi interpretazione sia ritenuta conveniente dal paese interessato. Che cosa vuol dire una economia equilibrata? In qualunque momento si osservi una economia, è da scommettere che essa dalla maggior parte degli osservatori sarà ritenuta attraversare un periodo di crisi o di transizione a cui si spera che, dopo un tempo non definito per la sua durata, possa eventualmente succedere un momento di equilibrio che nessuno vedrà arrivare mai, tanto sono contrastanti le idee che gli uomini si fanno intorno alle caratteristiche di ciò che nella immaginazione di ognuno di essi è reputato «equilibrio».

 

 

Nella situazione psicologica attuale dell’Europa, ritenere inoltre che i paesi associati reputino di vedere equilibrata la loro economia senza aiuti esterni, è utopistico. Né pare sia possibile trovare una linea di distinzione tra gli aiuti esterni eccezionali e quelli che, per non essere eccezionali, dovrebbero essere detti normali. Gli aiuti possibili essendo soltanto quelli americani questi, anche se rinnovati di tempo in tempo, saranno sempre temporanei e quindi eccezionali.

 

 

  • La soppressione immediata dei contingenti e dei controlli degli scambi appare possibile in un certo numero di casi, ma in altri rischia di provocare perturbazioni gravi e una disoccupazione diffusa in alcuni settori dell’economia dei paesi partecipanti.

 

 

Come si potrebbe più chiaramente dire che non si ritiene assolutamente possibile di procedere nella maggior parte dei casi alla soppressione dei contingenti e dei controlli degli scambi?

 

 

  • La sua generalizzazione automatica sembra però impossibile sotto il regime democratico comune a tutti gli stati partecipanti al gruppo.

 

 

Il che vuol dire che la liberalizzazione degli scambi è un ideale che potrà essere conseguito quando nei paesi partecipanti ai regimi attuali democratici si saranno sostituiti regimi totalitari: ciò che non è per fermo un augurio elegante.

 

 

  • Il governo francese ritiene che la liberalizzazione degli scambi non possa essere rapidamente ed utilmente realizzata se le politiche economiche e finanziarie dei paesi partecipanti siano contraddittorie.

 

 

Perché questa proposizione possa essere considerata ragionevole, dovrebbe essere dimostrato che le politiche economiche e finanziarie del tempo in cui quel che ora è chiamata la libertà degli scambi era un fatto acquisito e universale, le politiche economiche e finanziarie dei diversi paesi che componevano il mondo allora commercialmente unificato, non erano contraddittorie. Il che non fu mai conforme alla realtà storica. La libertà degli scambi regolata esclusivamente da tariffe doganali pubbliche e durature è perfettamente compatibile con politiche economiche e finanziarie profondamente diverse le une dalle altre. Dire che la libertà degli scambi potrà essere attuata soltanto quando sia soddisfatta questa condizione grottesca, è dire fin dal principio che non se ne vuole fare assolutamente nulla.

 

 

  • Noi non riusciremo a unificare le economie dei paesi partecipanti senza rischiare di provocare gravi disordini sociali se certi elementi di base siano tra di loro troppo divergenti.

 

  • Fra le altre condizioni che non dovrebbero essere troppo divergenti vi è «l’armonia delle politiche di bilancio e di credito. Queste politiche devono essere tali che da un lato esse scartino l’inflazione e dall’altro contribuiscano a mantenere o a promuovere in ogni paese un impiego ottimo della mano d’opera nazionale».

 

 

Le condizioni indicate sono da un lato contraddittorie e dall’altro non definibili. Se in un paese si scarta sul serio l’inflazione, è ben difficile che si abbia l’impiego totale della mano d’opera nazionale: a meno che la mano d’opera nazionale sia di dimensioni tali da richiedere normalmente l’impiego di mano d’opera straniera, ed allora la condizione vuol dire che il paese partecipante di cui si parla intende continuare a fare una politica di divieto di entrata alla mano d’opera straniera.

 

 

Nessuno sa che cosa voglia dire impiego ottimo della mano d’opera. Ottimo è sinonimo di totale oppure è compatibile con una certa percentuale di disoccupati? Se, come non pochi opinano, una certa moderata percentuale di disoccupazione è condizione per l’utilizzazione più economica dei fattori di produzione, qual è la probabilità che in uno di quei paesi a cui melanconicamente il memorandum attribuisce la caratteristica di democratici si possa giungere alla liberalizzazione degli scambi?

 

 

  • Riconosciuto che la politica di liberalizzazione degli scambi potrà ristabilire fra i paesi partecipanti la concorrenza, si riconosce altresì che essa in conseguenza dovrà condurre alla coordinazione degli investimenti.

 

 

La concorrenza conduce bensì ad una coordinazione degli investimenti, ma si tratta di una coordinazione spontanea che non ha nulla a che fare con una coordinazione pianificata.

 

 

Da tutto l’insieme del memorandum e dal noto atteggiamento psicologico dei cosidetti esperti i quali fanno parte dei consessi che dovrebbero deliberare la liberalizzazione degli scambi, quando si parla di coordinazione degli investimenti ci si intende riferire a qualcosa che sia il frutto di una ragionata deliberazione dei medesimi od altri consessi. È perciò evidente che i compilatori del memorandum francese vogliono una coordinazione degli investimenti (tu, italiano, produrrai questi tipi di acciai; io, francese, produrrò questi altri; il belga altri ancora ecc.) che è proprio il contrario della concorrenza. O si vuole la coordinazione o si vuole la concorrenza; non si possono volere tutte due le cose insieme. La concorrenza che sarebbe ristabilita da una vera politica di liberalizzazione degli scambi non conduce affatto a quel tipo di coordinazione degli investimenti che è implicito nella tesi dei compilatori del memorandum. È perciò evidente che la liberalizzazione voluta dai compilatori del memorandum è una falsa liberalizzazione. Chi vuole coordinare vuole i contingenti. Sotto altra forma forse degli attuali; ma li vuole.

 

 

  • In certi casi misure di precauzione dovranno essere prese se si vogliono evitare gli inconvenienti gravi che la soppressione dei contingenti potrà avere localmente sul livello della occupazione.

 

 

Non si capisce il sugo di sostituire la parola contingente con altre parole: misure di precauzione. Se non è zuppa, è pan bagnato.

 

 

  • Tra le misure di precauzione che il memorandum indica sono menzionate in particolar modo «le misure necessarie per provocare accordi fra le industrie dei paesi partecipanti».

 

 

È, come detto già dianzi, la solita storia di coloro i quali vogliono aprire le porte del commercio estero con abolizioni di contingenti ed unioni doganali, ma vogliono però innanzi tutto che gli industriali dei paesi partecipanti si accordino fra di loro per dividersi i mercati e non farsi concorrenza.

 

 

Che sugo c’è ad affermare a fior di labbro che si vogliono rendere i commerci più liberi quando poi non si vogliono gli effetti di questa libertà? E si vuol essere prima sicuri che i consumatori dei singoli paesi non potranno sottrarsi all’impero esclusivo degli industriali nazionali?

 

 

  • Un po’ preoccupato della enormità detta sopra, il memorandum cerca di limitarne la portata distinguendo gli accordi – da quel che sembra – in pubblici e privati.

 

 

Gli accordi internazionali fra le industrie pubbliche o nazionalizzate dovrebbero essere lasciati liberi secondo il giudizio dei politici che le governano nei due paesi. Invece «quando si tratti di accordi privati, essi saranno conclusi sotto il controllo dei governi e non dovranno in alcun modo avere il carattere di cartelli tendenti a riservare il mercato interno ai produttori nazionali, a mantenere artificialmente un livello elevato dei prezzi o a limitare le produzioni».

 

 

Sembra che un capitolo 5° della Carta dell’Avana elenchi le caratteristiche di questi miracolosi accordi, accordi che non si osa dire che avrebbero ma che si afferma che «potrebbero avere la conseguenza di lasciar sussistere le intraprese più atte a produrre nelle migliori condizioni una merce data per il consumo di un mercato europeo allargato».

 

 

Sarebbe necessario che i periti incaricati di definire le caratteristiche di accordi, i quali non debbono avere l’effetto ordinario che hanno tutti gli accordi di questo genere, non si contentassero di esporre speranze che in avvenire possa accadere ciò che non è mai accaduto, ma si preoccupassero di studiare se, per avventura, in qualche paese del mondo sia accaduto che industriali stipulassero accordi allo scopo filantropico di produrre a costi minimi in mercati più ampi. Ciò è accaduto sotto il pungolo della concorrenza; ma sono ignoti i casi nei quali ciò sia accaduto in conseguenza di accordi.

 

 

  • Per quel che si riferisce agli agricoltori, i paesi partecipanti sono invitati a studiare «i provvedimenti consigliabili allo scopo di coordinare le economie agricole in modo da rendere possibile senza gravi inconvenienti per i paesi partecipanti una soppressione progressiva dei contingenti».

 

 

Nel gruppo dei paesi di cui si parla, i produttori agricoli, di cui si tratta di coordinare le azioni, ammontano forse a un paio di decine di milioni.

 

 

È dubbio se questi milioni di produttori agricoli, posti innanzi all’alternativa dei fastidi che loro procacciano i contingenti e di quelli che loro sarebbero inflitti dalla coordinazione, non ritengano di gran lunga preferibile il mantenimento dei contingenti; i quali per lo meno, sebbene pessimi in confronto della tariffa doganale, hanno una certa natura generica di ostacolo a cui essi si debbono assoggettare, laddove la coordinazione li affliggerebbe quotidianamente grazie alla petulanza boriosa dei periti incaricati di insegnar loro che cosa debbon fare per coordinare la propria azione con quella delle altre decine di milioni di produttori operanti nel territorio del gruppo.

 

 

Non sembra che gli agricoltori possano essere facilmente persuasi che non essi, ma qualcheduno ad essi superiore sia capace come dice il memorandum di orientare razionalmente la loro produzione.

 

 

Non occorre continuare a commentare le considerazioni esposte dal memorandum. La conclusione sembra essere quella a cui si arriva di solito in queste faccende: la creazione di parecchi comitati composti di ministri e di esperti.

 

 

Sembra che la moltiplicazione di questi comitati sia diventata così grande da portarli al limite della loro produttività; ed anzi la curva della produttività sembra gia avviata allo zero, sì da cadere presto nella zona negativa.

 

 

Il memorandum francese ha un solo merito, che è quello di aver dichiarato apertamente che non si ha nessunissima intenzione di liberalizzare gli scambi, così come sarebbe desiderato dagli americani. Purtroppo, se non così apertamente dichiarato, il medesimo proposito è altresì quello di tutti i paesi i quali sono chiamati a partecipare alle discussioni sulla liberalizzazione degli scambi.

 

 

Lo spirito nel quale il problema è discusso nei convegni italiani non è purtroppo diverso da quello che informa il memorandum francese. Le preoccupazioni di ridurre i contingenti sono anche tra noi vivissime. Dovendo procedere «sempre d’accordo, – come si legge in qualche verbale, – con le amministrazioni e le categorie interessate» (i soliti beati possidentes, ma non certo gli homines novi; i non ancora arrivati, che in tutti i tempi e in tutti i paesi sono il vero lievito del progresso, lo strumento della cresciuta occupazione) si guarda con terrore alla eventualità di arrivare per i prodotti finiti al 50% di liberalizzazione; quando invece si dovrebbe essere ansiosi di arrivare, il giorno dopo l’entrata in vigore di una qualunque nuova tariffa doganale, al 100 per cento. Si assume da noi, come se fosse una condizione sfavorevole per l’Italia, il fatto che altri, avendo un forte commercio statale, si sottragga perciò alla liberalizzazione. Il qual fatto, caso mai, è dannoso esclusivamente per il paese straniero, il quale si giova della statalizzazione del commercio per non liberalizzare, ossia per non conseguire un beneficio. L’Italia è, dal fatto spiacevole, danneggiata solo in quanto si commercia male con un paese il quale deliberatamente arreca a se stesso un danno, causa di rincaro dei suoi costi. Si insiste anche da noi perché «venga lasciato un periodo adeguato» al processo di liberalizzazione; nella speranza sottaciuta che, cammin facendo, non se ne faccia nulla. Si manifesta gran paura che la Germania venga ammessa a far parte dell’unione, «dato che una sua inclusione ritarderebbe le liberazioni italiane»; riserva che si comprende solo se si speri che la abolizione dei contingenti in rapporto agli altri paesi dell’unione sia innocua per i produttori italiani che ora sono padroni del nostro mercato, laddove l’apertura del nostro mercato ai prodotti germanici, sempre entro i limiti dei dazi doganali, potrebbe sul serio costringere i nazionali a ridurre costi e prezzi.

 

 

La conclusione è nettamente pessimistica. Il pessimismo nasce da ciò che la volontà politica, la quale deve essere, e nei propositi dei ministri, va rivolta al bene del paese, si lascia sopraffare dalla volontà tecnica dei funzionari e dei periti.

 

 

Funzionari e periti sono degnissime persone. Anche essi vogliono il bene del paese. Ma vedono sovratutto le difficoltà temporanee. Ed esitano. L’esitazione dei funzionari e dei periti merita rispetto. Ma i politici devono passare oltre al rispetto dovuto alle esitazioni di chi teme il salto. I politici debbono distinguere fra le smorfie e la realtà. Le smorfie plaudono alla iniziativa di liberalizzazione presa dagli americani. La realtà degli esitanti dice di no. Si moltiplicano i «se», i «ma», i «vedremo », gli «in quanto possibile», gli «il più presto possibile», i «non appena saranno soddisfatte certe condizioni», i «non appena si sarà raggiunto un certo equilibrio nell’economia nazionale», ecc. ecc. In perfetta buona fede i periti, chiamati dal governo a consiglio, ognuno dei quali guarda il proprio campo specifico e si preoccupa dei salti, degli inconvenienti innegabili i quali susseguono ad ogni novità, mettono avanti tante riserve che la vanità delle smorfie generiche di approvazione del programma di liberalizzazione degli scambi vien fuori chiarissima. Perciò le sedute di Parigi saranno un vano torneo di chiacchiere ed uno spreco di quattrini se i governi interessati non sono decisi a mettere da un canto i periti e i loro consigli di prudenza.

 

 

Iniziative di questo genere hanno una qualche probabilità di riuscita solo quando i governi responsabili hanno il coraggio di fare un tuffo nelle acque profonde avvenga quel che deve. Altrimenti è meglio non prender parte alla commedia.

 

 

Per fare il tuffo occorre un po’ di quella fantasia che è la caratteristica degli uomini politici a lunghe vedute, ma che è impossibile sia apprezzata dai periti. L’elemento fantastico in questa materia consiste innanzitutto nel liberarsi delle grottesche incrostazioni che un po’ per volta hanno deformato il linguaggio adoperato nelle trattative doganali. Ricorrendo ad immagini belliche si parla dell’importazione di merci estere come se si trattasse dell’invasione di un esercito nemico: del mercato nazionale invaso da merci straniere a buon mercato, come se si trattasse del territorio nazionale invaso da eserciti stranieri. La combinazione delle due parole odiose «invasione» e «straniero» ci fa contemplare le nostre terre messe a sacco e a fuoco dai nemici vogliosi di sangue e di preda; laddove invece si tratta di semplici offerte di merci le quali, se sono acquistate da noi, vuol dire che in confronto alle nostrane sono migliori o a più buon mercato, o tutte e due le cose insieme; ché, altrimenti, non le acquisteremmo. Né le potremmo acquistare se non mercé la vendita all’estero di merci nazionali o di servizi di navi o di emigranti o resi a forestieri; ché, se non vendessimo nulla non potremmo neppure acquistare nulla e non si potrebbe parlare di invasione.

 

 

È invece tratto dalla contemplazione dei fenomeni naturali l’altro tropo dell’«inondazione»; quello delle merci straniere le quali inondano il territorio nazionale. Qui la mente naturalmente ricorre allo spettacolo delle acque furibonde le quali, straripando dai fiumi, devastano le opime terre della pianura, dilavano i colli ed i monti, distruggono messi, mentre il coltivatore disperato contempla, come nel quadro famoso, con le braccia incrociate e con i figli piangenti attorno, annullati i frutti di lunghi mesi di lavoro. Chi legge è tratto involontariamente a dimenticare che egli ben volentieri augurerebbe a se medesimo l’inondazione, nella sua casa, di stoffe, di scarpe, di macchine per cucire a buon mercato e, meglio, se fosse possibile, gratuite.

 

 

Tutte queste immagini, in sostanza, significano che l’ideale di un paese è quello di creare la scarsità, gli alti prezzi, i consumi ridotti: il che vuoi dire miseria e povertà.

 

 

Accanto alle immagini, le riserve: «Noi siamo pronti a liberalizzare; ma che “messieurs les anglais, les français, les suisses” comincino; noi li seguiremo». Si può pensare a liberalizzare solo quando tutti liberalizzano. – Non vogliamo da noi farci fessi – Quando vedremo gli altri rinunciare, sacrificarsi, rinunceremo, ci sacrificheremo anche noi; prima no – Quando avremo unificato o parificato il sistema tributario e ci saremo persuasi che gli altri paesi avranno adottato imposte, dure al par delle nostre ed altrettanto oppressive dell’industria e dell’agricoltura (e solo questo è il significato delle restrizioni invocate contro le merci che si affermano meno tassate delle nostre) noi potremo liberalmente lasciare introdurre le merci estere senza restrizioni quantitative – Quando gli altri paesi avranno aperto le loro porte alla nostra emigrazione, noi potremo togliere i vincoli all’introduzione delle nostre merci; ché noi dobbiamo sopportare alti costi di maestranze esuberanti e di forti sussidi ai disoccupati, a cui si sottraggono i produttori stranieri e che spingono all’insù i nostri costi.

 

 

Purtroppo questa è la forma mentis propria dei negoziatori periti di tutti i paesi e propria, senza attenuazione, dei nostri, adusati per vent’anni a pensare autarchicamente. Finché dura questa forma mentis e gli uomini sono imbevuti di principi autarcici, perché andare a Parigi?

 

 

A Parigi od altrove si può andare solo se chi ci va sia persuaso (o riceve ordini tassativi di conformarsi al pensiero di chi pensa correttamente e di dimenticare lo stravagante bagaglio mentale restrizionista in cui fu allevato) che:

 

 

  • abolire le restrizioni agli scambi internazionali, all’infuori della tariffa doganale, è in primissimo luogo un nostro interesse. Che gli stati esteri si comportino a loro grado. Certo ci farebbe piacere ed avremmo grande vantaggio se essi fossero graziosi verso le nostre merci. Ma se per avventura fossero villani con noi (e sovratutto con se stessi) ponendo vincoli alle nostre esportazioni, ciò non ci dovrebbe fare deflettere dalla via, che noi dobbiamo scegliere per nostro vantaggio, di abolire – una volta entrata in scena la nuova tariffa al posto della vecchia ed anche al posto del diritto di licenza e degli altri amminicoli che la nuova tariffa dovrebbe fornire l’occasione di sopprimere – i vincoli esistenti per volontà nostra al commercio internazionale (contingenti, licenze, autorizzazioni, forniture limitate di divise ecc. ecc.); e di abolirli al 100 per cento. Ciò, per le ragioni dette sopra, noi dobbiamo fare perché ci conviene farlo. Se gli altri stati lo faranno anche per conto loro, tanto meglio. Se non lo faranno, tanto peggio per loro. Noi ce ne dorremo; perché ci dobbiamo sempre dolere di ciò che, immiserendo altrui, dando altrove la prevalenza ai restrizionisti, creando altrove disoccupazione, in definitiva rimbalza dannosamente sul mondo intiero e quindi anche su noi. Ma non ne dobbiamo trarre la conseguenza che poiché gli altri tengono cattiva condotta verso se stessi, noi li dobbiamo imitare nel malfare e nell’autolesionare volontariamente noi stessi;

 

  • le restrizioni agli scambi internazionali non compensano l’eventuale danno che a noi deriva dalle imposte eccessive, dagli oneri sociali troppo costosi ecc. ecc. Le imposte e gli oneri sociali sono quel che sono; non diminuiscono di peso solo perché in aggiunta noi diamo a certi produttori nazionali il diritto di aumentare i loro prezzi per compensarsi di imposte ed oneri. I vincoli al commercio vogliono dire soltanto che il peso delle imposte e degli oneri sociali invece di andare a carico di certuni, va a carico di certi altri produttori che son consumatori delle merci nazionali prodotte dai primi. Ma sempre a carico di contribuenti nazionali. Tutta la ciancia si riduce a chiedere che certe imposte e certi oneri invece di farli pagare a Tizio si facciano pagare a Caio. Coll’aggravante che con tutta probabilità Caio è più povero diavolo di Tizio. Se le imposte e gli oneri sociali sono oppressivi, eccessivi ecc. si riformino, si migliorino. Ma si tratta sempre di panni sporchi da lavare in casa. Gli stranieri non c’entrano;

 

  • le limitazioni poste alla nostra emigrazione dai divieti esteri sono certo lamentevoli. Ma le restrizioni, di cui si discute, offrono forse un rimedio al malanno? ma la liberazione autonoma degli scambi da parte nostra forseché lo aggrava? Ricordiamo sempre che vincoli, contingenti, quote permessi, licenze, dinieghi di valute sono uno strumento economico il cui risultato è quello di creare monopoli, quasi monopoli, privilegi, extraprofitti a vantaggio di coloro che riescono con quello strumento a liberarsi dalla concorrenza od a far pagare cara la scarsa merce riuscita ad entrare nei contingenti. Tutto ciò vuol dire, è sinonimo (guardare il Tommaseo, Dizionario dei sinonimi; e se egli di queste brutture non aveva notizia, incaricar qualcuno di compilare un supplemento) di minor produzione; e quindi di minore occupazione, di minor lavoro, di minor consumo, di minore reddito o ricchezza e di miseria. È atroce beffa quella di voler difendere il lavoro nazionale con i contingenti. Alla disoccupazione derivante dai vincoli stranieri contro la nostra emigrazione noi aggiungiamo volontariamente un’altra massa di disoccupati creata dalla minor produzione e dalla miseria che noi stessi produciamo con le restrizioni volute da noi ed esclusivamente da noi.

 

  • Se dunque si vuole che le trattative di liberalizzazione degli scambi che si svolgono a Parigi producano qualche buon effetto, è necessario che i delegati italiani vi si rechino con la mente non preoccupata da preconcetti restrizionisti; ma con il proposito di compiere sul serio opera di liberalizzazione. Il compito non spetta ai periti, ma ai politici. Questi debbono essere persuasi che le riserve, le gradualità, le limitazioni, i dubbi di costoro hanno un peso infinitamente piccolo, quando sia messo sulla bilancia in confronto ai vantaggi di gran lunga maggiori che si otterrebbero ove la loro fantasia creatrice ci facesse fare il tuffo.

 

 

Noi italiani abbiamo fatto il tuffo nel 1860 e malgrado i profeti di sventura, tutte le regioni d’Italia, nessuna esclusa, dopo qualche piccolo scuotimento, se ne sono trovate avvantaggiate. Il mezzogiorno giorno non ha progredito quanto avrebbe potuto se il protezionismo del nord non l’avesse fatto rimanere indietro nella gara fra regione e regione; ma ha sempre progredito infinitamente di più di quel che sarebbe accaduto se l’Italia fosse rimasta frazionata in piccoli stati divisi gli uni dagli altri da alte barriere doganali.

 

 

Il salto in un ignoto certo migliore di quel che non sia la realtà presente ci è del resto imposto dalla situazione europea. Se oggi non si riesce a comprendere, senza indugio, la Germania nel sistema, che non è solo economico ma che è largamente economico, delle nazioni occidentali, l’ultima occasione per salvare il tipo di vita nostro è perduto. È vanissimo supporre che la Germania non risorga; è vanissimo immaginare di tenerla soggetta più a lungo. Se si vuole compiere opera di pace, la creazione, sia pure graduale, sia pure iniziata con questa piccola cosa che si chiama liberalizzazione degli scambi, dell’unità europea non deve essere ritardata di un giorno. Se no, rassegnamoci alla fine dell’Europa. Gli uomini politici raccolti a Parigi devono aver coscienza di questa loro tragica responsabilità.

 

 

3 dicembre 1949.

 

 

Il problema qui di seguito sollevato tempestivamente attrasse a poco a poco, con la lentezza propria della evidenza, l’attenzione dei negoziatori sicché oggi la rilevanza ne appare, se pure notabilmente maggiore dei margini divulgati dell’1 o del 5%, assai ridotta.

 

 

Un punto molto importante relativo al problema della liberalizzazione degli scambi internazionali è quello del metodo con cui si calcolano le percentuali degli scambi liberati. Quando si dice che ad una certa data i paesi aderenti alle convenzioni internazionali debbono liberare il 50 e poi il 60 e in seguito il 75% dei loro scambi, si ha l’impressione che questo voglia dire che davvero si debbano abolire i contingenti ed i divieti di importazione per una massa di merci la quale corrisponde, alle diverse date, al 50, 60 e 75% del volume totale delle importazioni in quel paese in un dato anno assunto a base del calcolo.

 

 

Una prima correzione dev’essere fatta se si tiene conto che invece del «volume» si intende parlare del «valore» del totale delle merci importate.

 

 

Ma la correzione più grossa dev’essere fatta quando si rifletta che il «valore» della quota del commercio internazionale assorbita da ogni singola merce è esso medesimo la conseguenza delle restrizioni che si vogliono abolire.

 

 

Suppongasi che le importazioni delle automobili in conseguenza dei divieti esistenti costituiscano, nell’anno assunto a base del calcolo, soltanto lo 0,50% del valore totale delle importazioni nel paese. Se non fossero esistite le restrizioni, la proporzione del valore delle automobili importate sarebbe non dello 0,50%, ma del 5% del valore totale delle importazioni potenziali. Facciasi lo stesso calcolo per i più importanti tra i prodotti finiti importati dall’estero, e si vedrà che la proporzione del valore dei prodotti i quali sono riusciti a godere di un’alta protezione attraverso divieti, dazi alti e restrizioni di ogni genere può essere piccolissima in confronto al totale delle importazioni effettive. Vengono importati liberamente quei beni che non interessa a nessuno far proibire, od almeno che nell’anno base interessava poco far proibire.

 

 

Il ragionamento vale sia nell’ipotesi che le percentuali di liberalizzazione debbono essere calcolate sull’insieme totale delle importazioni, ovvero separatamente per categorie fondamentali delle materie prime, dei prodotti alimentari e dei manufatti. In ogni caso un paese può darsi l’aria di liberare, invece che il richiesto 50, anche il 60%, ovvero, invece del richiesto 75, anche il 90% del valore delle importazioni e tuttavia continuare a vincolare il grosso dei prodotti per cui esiste qualche gruppo influente di industriali o di lavoratori interessati a tener lontano le importazioni estere.

 

 

Il problema teorico non è nuovo, essendosi anche in passato discusso dei metodi migliori per calcolare il peso della protezione doganale. Se il calcolo viene fatto sulla base delle quantità di prodotto effettivamente importate, il risultato è evidentemente falso: quanto più è alto il dazio doganale, e quanto meglio perciò esso raggiunge lo scopo di impedire le importazioni estere, tanto meno si importa e si riscuote di dazio e tanto minore appare l’onere della protezione.

 

 

L’onere della protezione dovrebbe essere calcolato sulla base del rialzo di prezzo a cui sono stati assoggettati i consumatori nazionali in conseguenza dei dazi e delle restrizioni. Né basta guardare all’ammontare di quel bene che, di fatto, è consumato all’interno; quale invero sarebbe la quantità consumata se i divieti o i dazi non fossero esistiti?

 

 

Tutto ciò pone un groviglio di domande alle quali, per lo più, manca la possibilità di dare una risposta esauriente per il difetto e l’arbitrio dei dati. Tuttavia, pur riconoscendo la difficoltà di sostituire un metodo sicuramente soddisfacente a quello attuale, si può affermare che il metodo seguito consente di gettare facile polvere negli occhi lasciando supporre che si sia liberata una percentuale assai più alta di quella che effettivamente fu liberata.

 

 

14 luglio 1950.

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