Sulla nomina dei ministri su proposta del presidente del consiglio dei ministri

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Sulla nomina dei ministri su proposta del presidente del consiglio dei ministri

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 31-38

 

 

 

Durante la crisi ministriale, la quale condusse alle dimissioni presentate dall’on. Pella, al reincarico a lui offerto, alla sua rinuncia ed all’incarico all’on. Fanfani, fu reso, in data del 12 gennaio, di pubblica ragione il seguente comunicato:

 

 

Il presidente della Repubblica ha ricevuto alle ore 9,30 al palazzo del Quirinale gli on.li Aldo Moro e Stanislao Ceschi, presidenti dei gruppi parlamentari della democrazia cristiana rispettivamente della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e li ha intrattenuti a colloquio sino alle ore 9,45.

 

 

Il presidente aveva convocato i due parlamentari allo scopo di dare ad essi lettura della seguente nota verbale, nota che, fu avvertito avvertito, non richiedeva risposta:

 

 

I comitati direttivi dei gruppi parlamentari della democrazia cristiana del Senato e della Camera hanno presentato nella giornata del 5 corrente gennaio all’on. Pella, presidente del consiglio, un ordine del giorno secondo cui «i ritocchi alla compagine governativa, per quanto riguarda l’eventuale sostituzione del titolare del dicastero dell’agricoltura, debbono essere tali, conformemente ai voti già espressi dai direttivi dei gruppi e comunicati al presidente del consiglio, da assicurare la continuità della politica agraria della democrazia cristiana». Alla richiesta dell’on. Pella che gli fosse precisato se siffatto ordine del giorno «suonasse veto alla assunzione del ministero dell’agricoltura da parte dell’on. Aldisio» gli on.li Ceschi e Moro «hanno confermato tale interpretazione».

 

 

In relazione all’ordine del giorno ora ricordato, l’on. Pella, convocato il consiglio dei ministri, presentò al presidente della Repubblica le dimissioni sue e del gabinetto.

 

 

Quali siano le ragioni che, in seguito alla comunicazione dell’ordine del giorno, persuasero l’on. Pella alle dimissioni, appartiene, se lo vorrà, al presidente del consiglio opportunamente chiarire. Qui si vuole analizzare soltanto siffatto ordine del giorno in relazione al compito proprio del presidente della Repubblica; e l’analisi deve essere condotta facendo compiutamente astrazione dai connotati pertinenti alla particolare politica agraria ed alla persona di cui nell’ordine del giorno e nel relativo chiarimento.

 

 

L’art. 92 della costituzione dice: «il presidente della Repubblica nomina il presidente del consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».

 

 

É ovvio che il presidente della Repubblica, debba, nello scegliere la persona incaricata di costituire il gabinetto, aver riguardo alla possibilità che il designato sia atto a procacciare a sé ed al suo gabinetto il consenso delle due camere del parlamento. A ciò sono, fra l’altro, intese le consultazioni che il presidente della Repubblica intrattiene con i più autorevoli parlamentari. Ed è consuetudine assai lodata che sulle consultazioni medesime sia serbato doveroso riserbo.

 

 

È ovvio altresì che la persona ufficiata od incaricata della formazione del consiglio dei ministri senta tutti quei parlamentari che a lui parrà più opportuno; ne ascolti i consigli, i consensi, i rifiuti, apprezzi le considerazioni che in merito gli sono esposte e ne tenga il conto migliore nell’adempimento dell’incarico ricevuto. Nessun limite può essere posto ai pareri, ai consensi, alle esclusive, ai rifiuti che, nelle more della formazione del gabinetto, potranno venir fuori. Tutto sarà oggetto di meditazione da parte della persona incaricata; ed ogni voce, passando attraverso a lui, confluirà a determinare le proposte che egli presenterà al presidente della Repubblica; le quali proposte, passate attraverso quel crogiuolo, saranno, come vuole la costituzione, diventate le sue proposte.

 

 

Nella giornata del 5 gennaio, peraltro, si è verificato un fatto nuovo, certamente non mai osservato da quando esiste lo stato repubblicano; e forse non mai accaduto dopo la proclamazione dello statuto albertino.

 

 

In un documento, che non fu ufficialmente portato alla conoscenza del presidente della Repubblica, ma che il presidente medesimo non può ignorare, perché reso di pubblica ragione, nell’interezza sua di ordine del giorno e relativo chiarimento, fu affermato:

 

 

1)    che la persona incaricata di presentare proposte al presidente della Repubblica (ed in quell’occasione un primo ministro in carica) aveva dovuto prendere atto di una esclusiva;

 

2)    che per conseguenza, la proposta che il primo ministro stesso avrebbe poi presentato al presidente della Repubblica non era più la “sua” proposta, ma una proposta condizionata da una esclusiva pronunciata da chi la costituzione non delega a siffatto ufficio.

 

 

Le dimissioni del gabinetto Pella hanno esonerato il presidente della Repubblica dal compito di analizzare il significato dei principi che – in tema di rapporti tra i supremi organi costituzionali – altrimenti sarebbero stati posti; non lo esonerano, però, dal tener conto del fatto accaduto riguardo alla risoluzione della crisi. È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la costituzione gli attribuisce.

 

 

Egli quindi non può fingere di ignorare che le dimissioni del gabinetto hanno tratto occasione da una mutazione che, certo involontariamente, pur si sarebbe apportata nella origine delle proposte dei nomi dei ministri presentate a lui dal primo ministro.

 

 

Il quesito non si risolve col rinvio del presidente del consiglio al parlamento per un voto esplicito sulla politica governativa. Il quesito invero non si riferisce nel caso specifico alla politica governativa, la quale del resto è dalla costituzione affidata (art. 95) al governo; e questo, di fatto, in fase di rimpasto non poteva avere e non aveva una politica propria unanime sulla quale il parlamento potesse dar giudizio.

 

 

Si risolve il quesito affidando al primo ministro dimissionario l’incarico della formazione del gabinetto, cosicché, riesca egli o non nell’intento, sia chiaro che, con l’affidare l’incarico a chi si era opposto a costituire il precedente nessun precedente è stato creato?

 

 

Sarebbe possibile infatti affidare ad altra persona l’incarico, senza dare l’impressione che del precedente si sia tacitamente preso atto, invitando persona la quale oggi potrebbe ricevere l’incarico di formare il governo solo perché l’ordine del giorno del 5 gennaio e la relativa interpretazione determinarono le dimissioni dell’on. Pella e del suo gabinetto?

 

 

La esigenza di non porre il presidente rese, nella mente del presidente, necessaria la offerta del reincarico all’on. Pella.

 

 

Convocato dal segretario generale Carbone, l’on. Giuseppe Pella è stato alle ore 9,30 ricevuto al palazzo del Quirinale dal presidente della Repubblica, che gli ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo.

 

 

L’on. Pella, nel render grazie per la rinnovata prova di fiducia, ha espresso il proprio convincimento che i superiori interessi del paese e la connessa esigenza di assicurare e rafforzare l’unità del suo partito, rendono preferibile l’affidamento dell’incarico ad altra persona.

 

 

Il presidente della Repubblica, nell’apprezzarne i motivi, ha preso atto della rinuncia e ha ringraziato l’on. Pella per l’opera da lui svolta al servizio del paese.

 

 

Ai giornalisti adunati nell’anticamera, l’on. Pella, uscendo dal gabinetto del presidente, fece la seguente dichiarazione:

 

 

Dal comunicato avrete appreso che il signor presidente della Repubblica mi ha riservato l’onore di invitarmi ad accettare il reincarico per la costituzione del nuovo governo. Ho ringraziato il signor presidente della Repubblica dell’onore che mi aveva riservato ma ho dovuto permettermi di ricordare che, se le mie informazioni erano esatte, non ho avuto la designazione da parte dei direttivi dei due gruppi parlamentari democristiani, sul libero e caloroso appoggio dei quali qualsiasi governo deve poter contare.

 

 

Per questo mi è sembrato di servire il paese e di servire la causa della democrazia, evitando che potesse nascere un governo che fin dalla sua costituzione potesse comunque dare indizio di qualche posizione polemica che non sarebbe stato nell’interesse del paese e della democrazia. Per questo ho pregato di concedermi la possibilità di rinunciare all’incarico e spero vorrete apprezzare il mio atteggiamento come un desiderio di servire quella concordia che è così necessaria per l’Italia, soprattutto in questo momento.

 

 

A seguito della successiva chiamata dell’on. Fanfani, questi faceva più tardi le seguenti dichiarazioni:

 

 

Vi hanno già dato il comunicato relativo al colloquio che il presidente della Repubblica si è degnato accordarmi.

 

 

Il signor presidente mi ha invitato ad assumere l’incarico della formazione del nuovo governo. Secondo la tradizione io ho accettato con riserva. Ora mi accingerò ad esaminare i problemi prospettatimi alla luce prima di tutto delle necessità nazionali, indi alla luce altresì del programma del mio partito e della predisposizione dei vari gruppi parlamentari presenti nelle due camere, nonché tenendo presenti la qualità e la quantità delle mie forze.

 

 

Mi auguro che in una atmosfera di concordia nazionale e di serenità si possa risolvere il problema che il presidente della Repubblica ha sottoposto alla mia personale considerazione.

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