Sulla ricostituzione della Accademia d’Italia

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1948

Sulla ricostituzione della Accademia d’Italia

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 599-605

 

 

 

Discutendosi della opportunità di ricostituire l’Accademia d’Italia.

 

 

L’esempio cui ci si riferisce sempre quando si ritorna sull’argomento è quello dell’Accademia di Francia.

 

 

È noto come questa sia formalmente una delle accademie le quali compongono l’Istituto di Francia, il quale comprende, oltre ad essa, l’Accademia delle iscrizioni e belle lettere, l’Accademia di scienze politiche e sociali, l’Accademia di scienze matematiche e fisiche e l’Accademia di medicina. Formalmente l’Accademia di Francia è una delle cinque ed è eguale alle altre od insieme ad esse costituisce il corpo maggiore dell’Istituto. Ma è anche noto che i quaranta soci dell’Accademia di Francia ritengono, e sono considerati dal pubblico, di essere posti in un grado più elevato dei soci delle altre accademie, sicché l’aggiunta alla firma delle parole «de l’Institut» è considerata alquanto al di sotto dell’aggiunta «de l’Academie Française».

 

 

La tradizione, oramai tricentenaria, ha consacrato in Francia la distinzione, la quale si è sovrapposta di fatto alla situazione formale giuridica. Non sembra tuttavia possibile creare in un altro paese una tradizione che non abbia in esso radici, ed il tentativo di crearla può essere fonte di inconvenienti non piccoli.

 

 

Intanto si noti come l’esempio e la tradizione francesi siano un unicum nella storia delle accademie. In nessun paese del mondo l’esempio è stato imitato; dappertutto le accademie si costituirono come corpi esclusivamente scientifici. Tutte le più antiche e celebri accademie, quella dei Lincei di Roma, la Società reale di Napoli, l’Accademia delle scienze di Torino, l’Istituto lombardo e veneto, le Accademie delle scienze di Berlino e di Vienna, quella di Pietroburgo, la Società reale di Londra e le due bicentenarie associazioni americane, la Società di arti e scienze di Boston e la Società filosofica di Filadelfia ebbero fin dal principio e continuarono sempre ad avere carattere esclusivamente scientifico; talune, ristrette dapprima alle scienze fisiche matematiche naturali, soltanto in seguito si estesero alle scienze storiche filosofiche e morali. In Inghilterra si preferì alla antica «Royal Society» limitata alle scienze matematiche fisiche e naturali accompagnare la nuova «British Academy» per le scienze morali storiche e filosofiche. In Francia l’Istituto medesimo nelle altre quattro accademie che lo compongono abbraccia tutti i rami dello scibile.

 

 

In che cosa l’Accademia di Francia si distingue dalle accademie consorelle? Nel comprendere, insieme con i poeti ed i romanzieri, gli artisti ed i musici, uomini illustri nelle armi e nella politica che non avrebbero potuto trovar posto nelle accademie ordinarie per non aver dato alcun contributo all’avanzamento delle scienze. Si aggiungano talvolta a questi uomini illustri alcuni estratti dalle altre accademie perché considerati scienziati di qualità più insigni di quelli compresi nelle accademie scientifiche ordinarie.

 

 

In sostanza si è creato così un corpo che è considerato nell’opinione dei suoi componenti come una superaccademia di persone dotate di qualità particolarmente eccelse cui gli appartenenti alle accademie scientifiche non possono aspirare.

 

 

L’affermazione di una superaccademia di questa fatta sembra assai pericolosa. La boria accademica è una qualità talmente diffusa nel mondo intellettuale da far deprecare l’ipotesi che anche in Italia si possa creare una categoria di uomini sublimi di qualità superiore a quella dei comuni mortali degni soltanto di esser chiamati a far parte degli ordinari corpi scientifici. La stima dei colleghi e dei contemporanei dev’essere bastevole per dare ad ogni studioso la soddisfazione che egli merita; ma la eminenza eventuale di qualche studioso non deve cancellare quella che è la caratteristica fondamentale di tutti i corpi universitari ed accademici, caratteristica che consiste nell’eguaglianza assoluta di coloro che fanno parte, per cooptazione, di una aristocrazia ristretta.

 

 

Pochi ma eguali è la caratteristica essenziale delle accademie; consentire che esistano dei superaccademici è annullare dalle fondamenta l’istituto medesimo. Ricreare in seno alle accademie il procacciantismo, il servilismo verso coloro che sono più degli altri è aggravare l’istinto delle congreghe, delle chiesuole, delle scuole, istinto che, se è di tutti, può essere fonte di emulazione, ma che se è sfruttato da pochi conduce alla decadenza.

 

 

Posto il principio fondamentale dell’eguaglianza, quali sono le persone le quali, nell’ordinamento vigente della massima nostra accademia, quella dei Lincei, sono escluse dal farne parte? Non gli storici della letteratura, non i critici letterari, non coloro i quali, oltre a libri narrativi e poetici, hanno detto qualche cosa nel campo del pensiero. Tutti coloro che hanno illustrato l’arte nelle sue varie espressioni della musica, della pittura, della scultura e dell’architettura possono aspirare a far parte dei Lincei, e di fatto attualmente fra i soci dei Lincei si annoverano Toesca, Venturi, Della Corte, Flora, Pancrazi, Valgimigli, Fiocco e Bacchelli come soci nazionali; Hermanin, Marangoni, Fubini, Trompeo, Ronga, Longhi, Cecchi, Salmi, Zottoli fra i corrispondenti, Berenson, Elliot, Mann come soci stranieri.

 

 

Non si vede la necessità di modificare la struttura dell’Accademia soltanto per introdurre in essa poeti o romanzieri. Gli artisti, nelle loro varie espressioni, posseggono già la loro gloriosa Accademia di San Luca ed i musici quella di Santa Cecilia e le tre accademie hanno già avuto modo, in adunanze comuni, di rendere manifesta l’unità del pensiero umano, e nulla si oppone a che i legami fra le tre accademie diventino anche più stretti, sia pure preservando ognuno la propria storica individualità.

 

 

Quale contributo particolare potrebbero dare i poeti ed i romanzieri alla vita accademica? Non certamente quello della lettura dei loro componenti che sarebbe cosa fastidiosa e ridicola, talché a Roma l’antica Arcadia ha ritenuto opportuno trasformarsi, mettendo da un canto le vecchie esercitazioni che avevano dato non buona fama a parecchi suoi raduni del secolo XVIII.

 

 

Il contributo specifico dell’Accademia di Francia era ed è ancora quello della formazione del vocabolario della lingua francese, contributo notevole a cui in altra guisa in Italia dava opera l’Accademia della Crusca.

 

 

Lo scrivente ignora se l’ufficio della compilazione del vocabolario, malauguratamente tolto alla Crusca durante il regime fascistico, sia stato ristabilito, e si augura che, ove non lo fosse, siano sollecitamente ridati alla Crusca i mezzi per proseguire l’opera dell’ultima edizione troncata a mezzo; né trova argomento di critica nel constatare la lentezza con cui il vocabolario andava innanzi, sia perché a questa lentezza si potrà porre rimedio con la concessione di opportuni mezzi, sia perché una impresa come quella di un vocabolario storico della lingua italiana non può essere se non lentamente o, meglio, lentissimamente condotta.

 

 

Gli altri argomenti che possono essere addotti a favore della ricostituzione dell’Accademia d’Italia non hanno fondamento. Il lavoro vero di una accademia consiste nelle sedute in cui i soci fanno comunicazioni, offrono libri e li commentano, curano la pubblicazione di contributi di estranei, incoraggiano i ricercatori con premi morali o pecuniari, partecipano a missioni scientifiche ed a congressi nazionali e internazionali. A tutto ciò nessun incremento dà la variazione del nome dell’accademia e nessuno può seriamente sostenere che la mutazione del nome possa dare maggiore impulso alla ricerca scientifica o dare maggior dignità agli uomini che attendono al promovimento delle scienze. Se a questo riguardo qualcosa si può affermare, è che gran lustro viene all’Italia dal fatto che essa continua a riannodarsi alle antiche tradizioni dei nostri istituti accademici, di cui i Lincei sono soltanto il primo fra pari, e di tutti i quali le pubblicazioni periodiche sono conosciute ed apprezzate per via di scambi nei paesi che hanno dato opera alle arti ed alle scienze.

 

 

Se qualcosa bisogna evitare, si è appunto il pericolo che il mutamento del nome dia incremento alle qualità rettoriche e parolaie al luogo di quelle modeste ma sostanziose proprie dello studioso.

 

 

Non sarebbe augurabile che qualcuno in avvenire potesse ad un socio di una ipotetica Accademia d’Italia, che già fosse socio di una accademia scientifica, ripetere il complimento indirizzato a denti stretti il 9 agosto del 1842 da Giovanni Stuart Mill ad Alessio di Tocqueville, già socio dell’Accademia di scienze morali e politiche nel momento in cui fu chiamato a far parte dell’Accademia di Francia: «il vostro discorso di presentazione all’Accademia di Francia è bastevole a giustificare la vostra elezione al corpo che rappresenta o dovrebbe rappresentare i grandi scrittori del vostro paese, così come voi eravate già stato chiamato a far parte del corpo ancor più illustre che rappresenta i suoi grandi pensatori».

 

 

Bisogna evitare che accanto alle accademie composte di scienziati, siano formate accademie i cui membri riterrebbero di essere da più degli altri, ma di cui il pubblico farebbe poco conto come di vani fabbricanti di parole senza contenuto, sempre pronti a rappresentare il paese in congressi e raduni in cui la vanità trionfa sulla sapienza.

 

 

10 febbraio 1951.

 

 

Accanto alle querele per la ricostruzione dell’Accademia d’Italia fiorirono le proposte di riammissione, per virtù di legge, di antichi soci nella Accademia dei Lincei.

 

 

Soppressa l’Accademia d’Italia fu ricostituita l’antica Accademia nazionale dei Lincei e fu provveduto con norme legislative particolari a scegliere coloro i quali dovevano far parte della Accademia stessa.

 

 

In questo momento fu necessario che il governo intervenisse per la prima nomina dei soci della ricostituita Accademia. Allo scopo di ridurre al minimo l’arbitrio della autorità politica, il decreto che ricostituiva l’Accademia, delegò un gruppo di antichi soci a proporre il nome di coloro che ne avrebbero dovuto far parte, con l’aggiunta di taluni che non avevano questa qualità; e così l’Accademia riprese a funzionare. In seguito, in regolari elezioni tenute conformemente allo statuto, nuovi soci nazionali, stranieri e corrispondenti furono chiamati a far parte della Accademia e tra questi si annoverarono anche uomini che avevano già ad essa appartenuto prima della sua soppressione.

 

 

Il quesito a cui si deve rispondere è il seguente: è conforme all’indole della Accademia, ed anzi di qualunque accademia, che i soci siano nominati con altro metodo che non sia quello normale della cooptazione?

 

 

È necessario ricorrere a fonte diversa di nomina in un solo momento, quello della fondazione. Se una accademia non esiste ancora, fa d’uopo invero che qualcheduno costituisca il primo nucleo degli accademici. Ma è necessità siffattamente contraria all’indole di un corpo accademico che gli iniziatori, ogni qual volta lo poterono, cercarono di sottrarvisi.

 

 

Dove fu possibile, gli scienziati ripugnarono a riconoscere la fonte della propria ragion d’essere da un atto del potere sovrano. Il potere politico può consacrare, può riconoscere, mettere per così dire il bollo finale a una scelta che sia stata fatta dagli scienziati medesimi, ma non può esso medesimo dichiarare che un uomo ha la dignità di scienziato. C’è in questa dichiarazione da parte del potere politico qualcosa che profondamente ripugna alla dignità e alla libertà della scienza. E perciò si possono facilmente ricordare accademie le quali trassero la loro prima origine non da un atto del potere sovrano, ma dal riconoscimento che il potere medesimo fece di una scelta già avvenuta ad opera di un gruppo preesistente di studiosi.

 

 

All’origine la nostra gloriosa Accademia dei Lincei era una società di studiosi che si radunava nelle stanze di un mecenate, il principe Cesi. L’Accademia delle scienze di Torino, prima di essere riconosciuta dal sovrano, era stata una società privata costituitasi ad opera di valentuomini che si radunavano insieme per discutere di problemi scientifici. Nei paesi anglosassoni tutte le maggiori accademie hanno avuto questa origine spontanea e solo in seguito hanno chiesto ed ottenuto le cosidette carte di incorporazione.

 

 

Trascorso il primo momento dalla fondazione, l’accademia – e non solo l’Accademia dei Lincei, ma qualunque accademia degna di questo nome – diventa indipendente nella scelta dei propri soci. Il corpo accademico diventa un corpo necessariamente chiuso che si perpetua con il sistema della cooptazione. I soci in carica, facendosi un posto vacante, chiamano a sè nuovi soci. Il metodo della cooptazione è l’unico il quale sia adatto alla natura di un corpo, in cui tutti i componenti sono eguali gli uni agli altri e nel quale la scelta è fatta e deve essere fatta sulla base di considerazioni di natura scientifica ed insieme morale. Uomini i quali debbono collaborare, debbono essere legati da vincoli di reciproca stima, oltreché scientifica, morale e di buona convivenza.

 

 

Perciò, se è ovvio che nella scelta dei nuovi soci le proposte siano fatte in base ai meriti scientifici e che di questi meriti si dia conto nelle relazioni presentate all’assemblea generale dei soci a cui, in definitiva, è devoluta la nomina, è ovvio altresì che le votazioni siano segrete e che del voto segreto non si debba dare nessuna motivazione. Può accadere così che una persona eccellente per meriti scientifici universalmente riconosciuti, si veda precluso l’accesso all’accademia, senza che del rifiuto si conoscano le ragioni. È essenziale che ciò sia perché se si dovesse render conto dei motivi della non ammissione, la collaborazione nei corpi accademici sarebbe non di rado difficile. Colui che col suo voto riconosce eguale a se stesso un nuovo socio, non lo riconosce tale soltanto per virtù di scienza, ma anche per dignità morale ed attitudine ad urbana convivenza.

 

 

Possono, è vero, essere così esclusi, per spirito di faziosità non ignoto fra gli studiosi, uomini degnissimi sotto tutti i rispetti; ma possono seguitare ad essere esclusi anche per il voto contrario segreto di una piccola minoranza uomini che per ragioni estranee a quelle scientifiche avrebbero gettato una macchia sulla reputazione dell’accademia. In virtù del sistema di cooptazione a voti segreti le accademie possono altresì mantenersi, nei limiti dell’umanamente possibile, sottratte alle imposizioni del potere politico.

 

 

La legge può far tutto ed anche imporre ad una accademia recalcitrante l’accoglimento di nuovi soci. Oggi si adduce il pretesto che taluni uomini sotto certi rispetti degni facevano un tempo parte dell’accademia innanzi che essa fosse soppressa; domani il pretesto potrà essere diverso. Principiis obstat. A coloro i quali ambiscono di essere chiamati a far parte della ricostituita Accademia dei Lincei è aperta la via delle normali elezioni e parecchi antichi soci furono in tal maniera nuovamente cooptati. Non giova a coloro i quali sinora non furono cooptati di entrare nel corpo accademico a viva forza per opera altrui. Essi rimarrebbero sempre soci di seconda qualità.

 

 

9 febbraio 1951.

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