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Lo scrittoio del Presidente

Sulla riforma dello statuto dell’istituto per la ricostruzione industriale (I.R.I.)

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 343-349

 

 

 

Forse una sola conclusione certa si può ricavare dalla lettura delle relazioni di maggioranza e di minoranza per la riforma dello statuto dell’I.R.I.: il problema non è abbastanza istruito per quanto riguarda l’opinione del parlamento e quella del pubblico in generale. Un provvedimento presentato oggi su quella base non potrebbe essere discusso ex informata conscentia. Chi legga le relazioni e non abbia per conto suo prima avuto qualche informazione in materia, non può dire di conoscere il problema.

 

 

Perciò condizione prima per procedere innanzi è la pubblicazione di ambedue i rapporti di maggioranza e di minoranza, con l’aggiunta:

 

 

1)    di tutti i documenti interni della commissione Giacchi e fra gli altri degli appunti che dalle relazioni si desume essere stati forniti da Baffi, Urcioli, Venditti, De Marchi ecc. ecc. Meglio ancora se ai documenti interni propriamente detti fossero allegati i verbali delle sedute con le opinioni manifestate dai singoli membri. In Italia non abbiamo troppi esempi di rapporti corredati da opinioni individuali, verbali, testimonianze; e le relazioni di Luzzatti sulla tariffa doganale, di Jacini sulla inchiesta agraria, di Tremelloni sulla disoccupazione, di Vigorelli sulla miseria ed alcune poche altre sono perciò le sole che valga la pena di consultare;

 

2)    della relazione La Malfa sulle partecipazioni statali presentate al consiglio dei ministri e della quale non consta sia stata data pubblica notizia;

 

3)    della relazione De Maria, che è parte del volume secondo sulla industria, dei rapporti preparati da una commissione per l’assemblea costituente.

 

 

Ai quali rapporti converrebbe aggiungere un quadro storico preparato a bella posta sulle origini storiche e le vicende e la costituzione attuale dell’I.R.I.

 

 

Non occorre affatto nominare una commissione per compilare il volume. Un segretario può in pochissimi giorni mettere insieme ciò che già è stato compilato. La sola parte nuova è il quadro storico. Fino al 1940 circa esiste un rapporto di Menichella, breve e benissimo fatto. Per il periodo successivo il lavoro dovrebbe essere affidato ad un competente capace (ad esempio il professor Saraceno) il quale non sarebbe incaricato di sostenere alcuna tesi o di giungere ad alcuna conclusione, ma unicamente di riepilogare in un numero limitato di pagine, quel che è accaduto in passato e quel che accade oggi nell’I.R.I.

 

 

È inutile illudersi che senza questa informazione preventiva l’opinione pubblica e quella parlamentare possano apprezzare un qualunque disegno di legge, il quale fosse approntato, non dico per risolvere, ma per fare qualche cosa di vantaggioso intorno al problema dell’I.R.I. Se anche la stampa della raccolta richiederà un mese o due, niente di male.

 

 

L’opera preventiva di informazione indicata sopra è tanto più necessaria in quanto la opinione pubblica e parlamentare molto difficilmente riuscirebbe a fare una scelta ragionata tra le conclusioni contrastanti dei due rapporti di maggioranza e di minoranza.

 

 

Il giudizio di chi scrive intorno al rapporto di maggioranza si avvicina a quello che, molto benignamente, è stato formulato in qualche luogo del rapporto di minoranza, dove si dice che esso risponde a quello che poteva essere considerato circa un quarto di secolo addietro lo stato della opinione scientifica e della politica pratica in materia di intervento dello stato nella economia. In verità quel rapporto è, involontariamente, un riassunto dei luoghi comuni accumulati lungo un secolo a formare il fondo della cultura economica e sociale della maggioranza dei pubblicisti e dei politici del nostro e di molti altri paesi.

 

 

Al mio, forse grossolano, ma appropriato, giudizio negativo sulla relazione di maggioranza si contrappone il giudizio positivo su quella di minoranza. Per la prima volta si allarga il cuore leggendo che il succo delle politiche economiche, celebrate come modernissime e dette della rivoluzione laburistica in Inghilterra e della rivoluzione rooseveltiana negli Stati Uniti, non sta nella socializzazione o nazionalizzazione od assunzione dei pubblici servizi da parte dello stato, ma sta invece in tutt’altra cosa. Gli interventi, che si possono qualificare moderni, dello stato nell’economia, sono tutt’altra cosa dai volgari luoghi comuni che trovano ancora così largo credito, nel nostro paese. Da noi ancora l’opinione pubblica si balocca fra pretesi contrasti fra reazione e progresso, individualismo e socialismo, socializzazione e riprivatizzazione; che sono, in fatto di politica sociale, parole generiche e prive di contenuto preciso ed in fatto di idee, frustissime ed antiquatissime. Il tipo di intervento dello stato, il quale negli ultimi decenni ha dato risultati veramente brillanti è concepito su linee ben diverse; grossissimo modo ed in parte e con larga approssimazione, tipo T.V.A. (Tennessee Valley Authority) e Cassa del mezzogiorno. La relazione di minoranza ed alcuni dei pareri individuali cominciano a dare una idea di cosa sia questa politica moderna e la pubblicazione integrale invocata sopra, potrà fornire il primo spunto per illuminare l’opinione pubblica.

 

 

Se un ritardo di qualche mese, necessario per provvedere alla stampa materiale dei documenti indicati sopra ed alla compilazione del riassunto storico sull’I.R.I., giovasse ad illuminare un po’, sotto questo aspetto, l’opinione pubblica, il ritardo sarebbe davvero il benvenuto.

 

 

Seguono alcune osservazioni particolari sul progetto di statuto ricevuto il 14 di questo mese, progetto che si ritiene apprestato dal ministero dell’industria.

 

 

Le parole «secondo criteri economici e sociali» dovrebbero essere eliminate. Esse esprimono due concetti tra di loro contraddittori. Il primo aggettivo economici stabilisce l’ordine di chiudere il bilancio almeno in pareggio; il secondo aggettivo sociali impone di non preoccuparsi del pareggio, ma di attendere ad altri fini che si suppongono volti a beneficio degli addetti alle aziende dell’I.R.I.

 

 

Qualchedun altro, o ministro o comitato, dovrebbe, di volta in volta, assumersi la responsabilità di formulare le regole opportune per infliggere perdite, dette sociali, alle aziende dell’I.R.I. Il ministro od il comitato potranno, se lo credono, anche far ciò; ma non dovrebbero potere giustificare il loro operato, buono o cattivo che sia, facendo appello a frasi nebulose scritte nello statuto.

 

 

Una azione rivolta a conservare un numero esuberante di impiegati e di operai è adottata comunemente allo scopo di rimediare o tamponare la disoccupazione. Anche ove si faccia astrazione dalla verità sicura che il risultato ottenuto è invece quello di crescere la disoccupazione, è bene che la responsabilità della decisione sia di qualche persona in carne ed ossa e non di uno statuto redatto per ingenerare equivoci.

 

 

Per le stesse ragioni sembra inutile aggiungere la parola efficiente a quella di gestione. È intuitivo che nessuno si può proporre di scegliere persone incaricate di condurre una gestione inefficiente. La ipotesi medesima costituisce una contraddizione in termini.

 

 

Forse la sola idea buona del rapporto di maggioranza era la limitazione a cinque del numero dei consiglieri di amministrazione. Dico l’idea della limitazione del numero e non quella della ripartizione delle competenze fra i cinque. Il numero di cinque è il massimo a cui si possa arrivare per raggiungere il risultato di quella efficienza nella gestione a cui si fa un superfluo appello nello statuto. Se si pensa che alle sedute del consiglio deve assistere, con voto consultivo, il direttore generale e probabilmente assisteranno anche, per riferire, i vice direttori, arriviamo ad un numero più che bastevole per assicurare la bontà e la rapidità delle deliberazioni.

 

 

Se il numero cinque era la cosa buona nelle proposte della relazione di maggioranza, la ripartizione tra i quattro vice direttori era invece veramente grottesca e pareva ideata a bella posta per creare la rissa permanente tra i membri del consiglio di amministrazione e quindi il disastro finanziario dell’istituto.

 

 

Sebbene oramai radicata nell’uso, è però dannosa, e quindi da escludere, la designazione, proposta nel disegno ministeriale, dei consiglieri da parte dei diversi ministeri che si dicono interessati. E qui è opportuno fare un’osservazione di carattere fondamentale. L’uso invalso di far nominare il presidente e i membri del consiglio di amministrazione degli enti pubblici o parastatali dal consiglio dei ministri, con o senza decreto presidenziale o del presidente del consiglio dei ministri, su proposta dei singoli ministri, ha per risultato necessario di creare quella tale inefficienza che è tanto deprecata da tutti e di rendere impossibile la ricerca delle responsabilità di tutto ciò che finisce male. La verità è che tutte queste sono forme e che chi provvede alla nomina è sempre qualcheduno che più si interessa di un certo problema o di un certo ente e che riesce a far prevalere le sue vedute. Frattanto però, quando i bilanci si chiudono male, nessuno sa chi sia il responsabile. Non è responsabile il ministro proponente perché la responsabilità formale palese è quella dell’intiero consiglio dei ministri; ma neppure il consiglio dei ministri ha una vera responsabilità perché la sua, collettiva ed anonima, è coperta dalla responsabilità del presidente del consiglio; il quale però non risponde, nella realtà, di nulla perché non avrebbe potuto fare a meno di osservare la deliberazione del consiglio dei ministri. Nei casi più importati ambedue, presidente del consiglio e consiglio dei ministri sono coperti dal decreto del presidente della Repubblica; il quale, a sua volta, a norma della costituzione, non è responsabile e moralmente avrebbe dovuto motivare in maniera riservata un suo eventuale dissenso praticamente inverosimile. Questo è il sistema che un illustre scrittore francese, il Faguet, ha riassunto nel titolo di un suo assai noto libro: «…et l’horreur des responsabilités». La responsabilità, essendo di tutti, non è di nessuno, e quando le cose non vanno bene, tutti i responsabili hanno diritto di fare lo gnorri e di non capire perché le cose siano andate così come sono finite.

 

 

Al sistema della irresponsabilità di tutti e di nessuno occorre sostituire il sistema della responsabilità di una persona sola ben determinata. Nel caso dell’I.R.I. la nomina dovrebbe spettare esclusivamente al presidente del consiglio dei ministri, ovvero al ministro del bilancio. Sia questi il quale in persona prima assuma la responsabilità di dire che, a parer suo, il migliore uomo esistente sul mercato, degno di essere nominato presidente dell’I.R.I., è Tizio e che i tali dei tali sono degni di essere nominati consiglieri dell’istituto. Se li avrà scelti bene, il merito sarà suo; se le cose andranno male, per la scarsa attitudine dei prescelti, si saprà chi è stato il responsabile della scelta.

 

 

La scelta, come è l’uso in qualcheduno degli enti che hanno funzionato bene in qualche paese del mondo ed anche in Italia, dovrebbe essere fatta per il periodo determinato di tempo; ed il periodo non potrebbe essere quello di tre anni, assolutamente disadatto per dare opera efficace all’organizzazione o riorganizzazione di una azienda importante. Gli anni dovrebbero essere almeno sette. La divisione del lavoro fra i cinque membri del consiglio di amministrazione è cosa che si dovrebbe risolvere ad opera dello stesso consiglio e soprattutto in virtù della decisione ultima del presidente.

 

 

La decisione potrà essere buona, soltanto quando si parta dalla premessa che almeno tre sui cinque membri del consiglio dedichino tutta l’opera loro all’istituto che sono chiamati ad amministrare.

 

 

Fa d’uopo escludere sin dal principio l’idea che si tratti di membri i quali hanno soddisfatto al loro dovere quando intervengano alle sedute del consiglio. Essi invece devono essere considerati come i capi dell’istituto, i quali compiono il lavoro, continuativo ed esclusivo, che normalmente è proprio di tutti coloro i quali hanno le responsabilità della gestione di una grande impresa economica.

 

 

Si è riservato a tre su cinque il principio dell’intiera dedizione all’istituto perché si è voluto tener conto della convenienza eventuale, non della obbligatorietà, di chiamare a far parte del consiglio dell’istituto anche uomini competenti in alcuni rami professionali o tecnici, ai quali non possa chiedersi il sacrificio della rinuncia ad altre loro attività. Per questi uomini, il sistema del mezzo tempo (half time), è largamente usato negli enti pubblici di tipo anglosassone. Mezzo tempo non vuol dire metà di ogni giornata, ma metà del tempo complessivo; quella parte cioè del tempo che si consideri sufficiente ad adempiere al compito di cui uno o due dei consiglieri possono essere incaricati.

 

 

Alla buona amministrazione di un istituto pubblico non conferisce l’andazzo di chiamare a far parte del consiglio di amministrazione uomini o funzionari designati dai diversi misteri od amministrazione.

 

 

È questo un pessimo uso, non soltanto per le ragioni, ampiamente da altri illustrate, dei controllati controllori, ma altresì per la illogicità di far partecipare ad un consiglio di amministrazione, il cui compito è decidere, uomini i quali, per abito mentale, sono abituati a non decidere e a riservarsi di riferire al superiore od al ministro da cui dipendono. In realtà in quasi tutti i casi, il ministro non ha tempo di formarsi una opinione e di dare istruzioni precise; sicché le deliberazioni sono il risultato di tendenze o di interessi contraddittori ed in non pochi casi appaiono prese da funzionari diversi, i quali si contentano di ascoltare ed approvare quel poco che il presidente od il direttore generale ritiene opportuno di comunicare. Tutto ciò produce disordine, lungaggini e perdite finanziarie. Finché non si faccia macchina indietro e non si stabilisca il principio della piena dedizione e della piena responsabilità di alcuni pochi membri scelti, a suo rischio di lode o biasimo, da un ministro responsabile, è inutile sperare di poter miracolo mostrare in terra; ed il miracolo è l’aspirazione, vanamente scritta nelle relazioni a tanti disegni di legge, alla gestione «veramente efficiente a tipo industriale» delle imprese pubbliche.

 

 

La regione Val d’Aosta, la quale si lamenta sempre di ciò che fa o non fa la Cogne, meriterebbe che lo stato le sbolognasse, pur di liberarsene, questa azienda, tale e quale, gratuitamente, anzi col regalo per soprammercato di un centinaio di milioni. Ma poiché la Valle d’Aosta rifiuterebbe certamente il regalo, così, essendo giocoforza lo stato si rassegni a tenersela, è ovvio che la Cogne passi a far parte del gruppo I.R.I.

 

 

19 dicembre 1954.

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