Sulla scala mobile

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Sulla scala mobile

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 405-407

 

 

 

La scala mobile dei salari e stipendi è basata sul principio che l’ammontare di essi debba essere proporzionato al costo della vita. Aumentano i prezzi al minuto, aumentano i prezzi cioè dei beni (pane, vestiti, scarpe, carne, luce, riscaldamento ecc.) e dei servizi (casa, medicinali ecc.) acquistati dalla famiglia tipica dell’operaio e dell’impiegato, e più precisamente aumentano i prezzi di quei beni e servizi di cui tengono conto gli uffici di statistica; e proporzionatamente debbono aumentare i salari e stipendi occorrenti ad acquistare quella certa quantità di beni e di servizi che si suppose, durante le trattative, costituire il consumo medio della famiglia tipica considerata.

 

 

È osservazione comune che non esiste di fatto la cosidetta famiglia tipica; che i consumi medi ad essa attribuiti sono arbitrari; che quindi la base del calcolo non corrisponde ad alcuna realtà concreta.

 

 

Ma l’osservazione non è decisiva. Necessariamente in questa materia corriamo il rischio di errori, piccoli o grossi. Si tratta di commetterne il numero minimo possibile. Non è probabile che nello stiracchiamento fra tecnici periti dei rappresentanti dei datori di lavoro, dei lavoratori e degli uffici ministeriali di statistica si cada proprio nella soluzione ottima; ma forse non si cadrà nemmeno nella pessima. Ammesso il principio, bisogna rassegnarsi alla fortuna.

 

 

Il guaio è che l’errore, ed errore irreparabile, sta nel principio

medesimo: non è vero che salari e stipendi siano commisurati alla entità,

tanto poco ben definibile, detta costo della vita.

 

 

Il costo della vita è uno solo dei tanti fattori i quali concorrono a determinare l’ammontare dei salari e stipendi. Non si sa nemmeno se esso sia un fattore od una conseguenza di quell’ammontare.

 

 

È il solito circolo vizioso, di mettere in capo, come causa o fattore, una circostanza che è nel tempo stesso determinante di e determinata da quell’insieme che si usa chiamare equilibrio economico.

 

 

Tanti altri fattori concorrono a far sì che in ogni determinato momento i salari, gli stipendi, il saggio dell’interesse, l’ammontare e le specie della produzione, i risparmi, gli investimenti, i profitti, il gettito delle imposte, a parità di aliquote, ecc. ecc. siano quelli che sono: numero della popolazione produttiva e di quella passiva, ammontare e locazione dei fattori produttivi (terre colte e malcoltivate, impianti industriali, tipo degli imprenditori e degli organizzatori operai, attitudine dei tecnici, proporzione degli operai comuni), mezzi di trasporto, possibilità di importazione e di esportazione ed infiniti altri.

 

 

La pretesa di far muovere salari e stipendi in funzione di uno solo di questi fattori e precisamente di un fattore che è esso stesso la conseguenza di una data situazione economica è assurda. Essa altro non è se non la manifestazione della tendenza, che si può riconoscere umana anche se è sbagliata, a rimediare ai mali sociali ad uno ad uno, ad irrigidire e regolare uno dei fattori che paiono a prima vista troppo arbitrari, nella vana infantile speranza che tutti gli altri fattori dell’equilibrio abbiano a rimanere invariati.

 

 

Siccome noi non viviamo ancora in una caserma o in un reclusorio dove il regolamento dev’essere ubbidito ed esistono mezzi per costringere i ricalcitranti all’ubbidienza; siccome il meccanismo economico sociale gode di una certa elasticità, di una certa mobilità – elasticità e mobilità ogni giorno battute in breccia, ma ancora resistenti – così la fissazione dei salari e stipendi secondo un criterio univoco e parzialissimo provoca reazioni.

 

 

Quali? Impossibile prevederlo; ma reazioni certamente vi saranno. Minor produzione? Maggior disoccupazione? Accresciuto numero di giovani che non riescono a trovare una via? Minor formazione del risparmio?

 

 

Un po’ di tutto questo e di qualcos’altro ancora. Quel che è certo è che il concetto del costo della vita come determinante del livello dei salari e stipendi è un concetto sbagliato. Non vale il dire che si tratta di uno sbaglio teorico. Glisbagli teorici hanno la brutta abitudine di scompigliare i calcoli dei pratici. Tappato erroneamente un malanno; ecco che in qualche altra parte impreveduta del corpo economico scoppia un altro malanno; ed i pratici corrono a tappare la nuova falla; e così all’infinito con un lavoro che, se fosse soltanto di Sisifo, sarebbe lieve. Ogni sproposito teorico significa irrigidimento del meccanismo; significa accrescimento di attriti. E cioè miseria.

 

 

20 giugno 1951.

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