Sulla selletta del testimone

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 30/09/1944

Sulla selletta del testimone

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 30 settembre 1944

 

 

 

L’osservazione è stata fatta da uno scrittore di grandissimo ingegno, il quale, in mezzo a molte altre destinate a far impressione sul pubblico per il loro sfoggio di apparente novità, lascerà parecchie pagine destinate a rimanere nella storia della scienza economica. John Maynard (ora Lord) Keynes disse un giorno: «Quasi sempre i partiti e gli uomini politici espongono come nuovissimi e pregni di avvenire programmi, i quali sono la rimasticatura di vecchie idee superate da almeno una generazione nel mondo della scienza. Mentre i politici ruminano rimasticature, gli studiosi sono andati avanti ed elaborano le idee le quali diverranno luoghi comuni trenta o cinquanta anni dopo».

 

 

Quando Marx rimasticava i principii ricardiani e ne traeva fuori la teoria grossolana del plusvalore, da trent’anni Cournot aveva elaborato la teoria del prezzo di monopolio, ed aveva dato un senso a quella teoria del plusvalore che da sé non ne ha alcuno. Il guaio grosso fu che i partiti socialisti si stanno trascinando ancor oggi al piede la palla di piombo di una teoria la quale, essendo erronea teoricamente, è infeconda di applicazioni pratiche ed è solo occasione ad errori, sperimenti sbagliati, reazioni e false parvenze di applicazioni, quali sono ad esempio imprese statali sfruttatrici delle popolazioni, peggiori di qualunque impresa monopolistica privata.

 

 

Esiste, sì, e giova sperare riuscirà a scuotere l’indifferenza dei politici, un gruppo di giovani studiosi aderenti alle tendenze collettivistiche, il quale, dopo aver messo in un tabernacolo, per le opportune genuflessioni dei fedeli, il Capitale di Marx ed i relativi commenti leninisto-staliniani, affronta i problemi attuali col sussidio della scienza moderna, invece che con le selci malamente sgrossate di quella antidiluviana.

 

 

È bastato quel gruppo, per ora ristretto ai paesi anglo sassoni, perché libri e riviste sociali comunistiche di quei paesi ridiventassero leggibili ed interessanti. In un recente (aprile 1944) quaderno del Socialist Commentary di Londra leggo un solido articolo di Arthur Lewis, che suppongo essere la stessa persona di un valoroso collaboratore di «Economica», l’organo della «London School of Economics» su Monopoly and the Law, nel quale l’A. dimostra la necessità per i socialisti di occuparsi dei problemi relativi ai monopoli ed alle diverse specie di cartelli, trusts, consorzi intesi a limitare la produzione ed a rialzare i prezzi.

 

 

Contemporaneamente il «partito socialista svizzero» pubblica, nelle edizioni dell’«Avvenire dei lavoratori», un opuscolo di Cenni e considerazioni sui monopoli industriali, nel quale Utinam (pseudonimo del degno figlio di un grande patriota italiano) vuole attirare l’attenzione sull’importanza del problema dei monopoli per l’Italia. Che Dio sia lodato! Si tira il fiato quando si riesce a discorrere di cose serie fra persone le quali vanno in cerca della verità e non più delle solite frasi fatte, di problemi ben posti e non di quelli senza contenuto!

 

 

Poiché vivono alcuni liberali ed alcuni socialisti, i quali vogliono le stesse cose ossia togliere di mezzo quel che è l’ostacolo massimo all’aumento della produzione ed alla sua distribuzione conforme all’apporto dei varii collaboratori, perché non possono quei pochi discorrere pacatamente tra di loro allo scopo di giungere a qualche conclusione che sia realistica e seriamente applicabile? Perché invece di riempirsi la bocca di vaghi programmi di nazionalizzazioni, di tutto un po’, di industrie chiavi (che cosa sono le chiavi? e l’Italia non perse già gran tempo a cercare, a furia di miliardi, le chiavi della prosperità nel Mar Rosso e nel Mediterraneo ed altrove?), di industrie grosse (che cosa è il grosso e non ci sono dei piccoli più dannosi dei grossi?) ed altrettali parole piene di vento, non si può finalmente dire: vogliamo nazionalizzare questa o quella industria, vogliamo nazionalizzarla in questa o quella forma, vogliamo, in altri casi, controllarne i prezzi?

 

 

Sia il Lewis che Utinam mettono il problema in questi termini concreti; ma giova confessare che, non solo in Italia, l’ostacolo principale a conclusioni precise è la ignoranza dei fatti. La lamentava l’Economist di Londra per il suo paese nel numero del 20 maggio scorso; ma quanto più, a leggere lo scritto di Utinam, dobbiamo lamentarla per l’Italia!

 

 

Ricapitoliamo brevemente i punti nei quali la mancanza di dati è più manifesta e quindi più numerose le disparità di opinione. Quali sono, in primo luogo, le cause dei monopoli industriali?

 

 

Utinam ricorda la legge italiana sui consorzi del 12 giugno 1932, la quale consentì la costituzione di consorzi obbligatori fra esercenti uno stesso ramo d’industria quando «sia richiesta da tanti interessati che rappresentino il 70% delle imprese e della produzione o l’85% della produzione senza tener conto del numero delle imprese stesse».

 

 

Purtroppo non solo i nostri fascisti vollero consegnare così, piedi e mani legati, i consumatori ai produttori coalizzati; ma anche altri legislatori; e si potrebbero ricordare leggi tedesche pre-naziste e leggi americane rooseveltiane e pratiche inglesi (a cui starebbe bene l’aggettivo «normaniane» dal nome del governatore della Banca di Inghilterra che ne fu il gran promotore nel tempo fra le due guerre) rivolte allo stesso scopo. Dice il Lewis che, se non fossero queste leggi, nessun sindacato o trust o monopolio potrebbe durare tra i piccoli ed i medi produttori; e che quindi la legge ne è l’unico saldo fondamento. Ma Utinam par propendere a trovare la causa della mala pianta monopolistica sovratutto in cause naturali: impossibilità tecnica, quasi fisica, della concorrenza nelle ferrovie, nelle tranvie, nel gas, nell’acqua potabile, nella luce elettrica ed altri servizi pubblici.

 

 

Come si può pensare a molte imprese concorrenti in queste imprese che richieggono l’uso della via pubblica? Così pure non ci può essere concorrenza dove un gruppo possiede tutte le miniere di un dato minerale; o dove, per costruire un nuovo impianto, occorrono le centinaia di milioni non di lire italiane (100 milioni di lire italiane = 1 milione di franchi svizzeri al cambio corrente, che è somma con cui si crea una impresa modesta), ma di unità monetarie aventi un contenuto decoroso. Non io, che per dovere d’ufficio ho sulla coscienza qualche corso scolastico, nel quale da quasi mezzo secolo queste nozioni sono l’abici della politica economica, nego questi casi; ma dubito assai che oggi siano la maggior parte dei casi, specie in Italia.

 

 

A promuovere consorzi e monopoli, furono forse tra noi più potenti le leggi dello Stato che istituirono dazi protettivi contro le merci straniere e consentirono così ai produttori interni di accordarsi tra loro – l’uomo della strada in buona semplice lingua italiana direbbe di far camorra -; e le altre leggi e decreti che crearono contingenti e divieti di importazioni o vietarono di creare nuovi impianti senza il consenso di lor signori, o crearono addirittura questo o quel consorzio, ad es., dello zolfo; a non parlare del numero strabiliante di provvedimenti detti di guerra ma radicati nell’ordinamento corporativo, con cui si dettero privilegi a certe compagnie importatrici dall’estero, ai consorzi agrari, ai consorzi di ogni sorta di gente preoccupata di sbarrare la via ai nuovi concorrenti, ai sindacati padronali ed operai, ecc. ecc.

 

 

È evidente che altra è la politica da seguire rispetto ai consorzi naturali ed altra quella appropriata ai consorzi artificiali dovuti alla legge. Là occorre un intervento diretto dello Stato (statizzazione, enti pubblici o semi pubblici, controllo pubblico). Qui basta invece abolire la legge e l’edificio monopolistico rimasto in aria crolla da sé. O, come nel caso dei brevetti, altra cagione principalissima di monopoli, fa d’uopo modificare la legge, stabilendo il diritto per tutti di usare i brevetti altrui, col semplice pagamento di una licenza, il cui ammontare sarà fissato con criteri precisi. L’ostacolo ad una legislazione efficace ed appropriata è, dunque, l’ignoranza dei fatti che si vorrebbe poter regolare.

 

 

Di nuovo, l’ignoranza è la causa delle difficoltà nelle quali si dibatte il legislatore di tutti i paesi quando, volendo sopprimere il monopolio, non vuole nel tempo stesso scambiare per monopoli organismi che tali non sono. A sentirli, i monopolisti sono innocenti come colombe; ben lontani dall’aumentare i prezzi, vogliono, con la loro migliore organizzazione, diminuirli e sottrarli agli sbalzi eccessivi della anarchia prodotta da una concorrenza sfrenata.

 

 

Balle e pretesti, per lo più. Ma, talvolta, la difesa è vera. Oh! non si è letto in un recente libro Capitalism, Socialism and Democracy dello Schumpeter (altro studioso amante del far colpo, seppure autore di pagine notabili per il progresso della scienza) apparentemente scritto per dimostrare l’ineluttabilità storica dell’avvento del socialismo, un capitolo consacrato a cantar le lodi dei monopoli!

 

 

Questi sarebbero anzi la quintessenza della concorrenza, perché solo il monopolio consente di correre il rischio di impianti colossali, i quali per anni ed anni soddisferanno domande iniziali o di punta insufficienti a coprire i costi; e solo in seguito saranno utilizzati in pieno con profitto. Vero? Ed entro quali limiti vero e significativo?

 

 

Confessiamo umilmente di essere, all’oscuro di troppi dati per poter dire una parola definitiva. A controllare, a nazionalizzare faremmo cosa utile alla collettività, ovvero dannosa? Saremmo causa di ordine o di guazzabuglio, di progresso o di irrigidimento?

 

 

Peggio quanto ai rimedi nei casi nei quali non basta l’abolizione della legge, che aveva istituito il monopolio, ovvero non sia conveniente l’esercizio diretto pubblico dell’impresa. Utinam non ha dubbi in proposito ed opina che le disposizioni di legge rivolte a proibire o sciogliere o limitare i monopoli «non hanno possibilità pratica di applicazione». Il Lewis invece è convinto che la legislazione anti monopolistica possa essere assai efficace.

 

 

L’eventuale insuccesso del famoso Scherman Act americano contro i trusts fu temporaneo e dovuto alla mancanza dei mezzi sufficienti a curarne l’applicazione.

 

 

Durante la presidenza del primo Roosevelt, i legisti dell’ufficio anti trust erano appena cinque e non poterono far nulla. Col secondo Roosevelt, diventarono 200 e per la prima volta furono in grado di muovere all’assalto della fortezza monopolistica. «I risultati ottenuti – dice il Lewis – non lasciano dubbio che la legislazione anti trust può essere un ostacolo molto efficace contro i monopoli e risparmiare al pubblico milioni di dollari».

 

 

Se non si tratta della minutaglia, della quale non franca la spesa di occuparsi o dei colossi, che non sono più consorzi, perché costituiscono una impresa unica, da sottoporre al controllo pubblico; se si tratta cioè della gran maggioranza dei consorzi od accordi fra parecchie imprese, l’essenziale è definir bene il reato di monopolio. Ma se il legislatore lo definisce con sufficiente specificazione ed insieme con elasticità giuridica «la esperienza americana prova che la esistenza della legge proibitiva rende estremamente difficile – afferma ancora il Lewis – a coteste coalizioni di continuare a vivere saldamente unite». Fra il pessimismo di Utinam ed il ragionato ottimismo del Lewis, propendo per il secondo.

 

Ad una condizione: conoscere i fatti, andare, oltre la lettera dei contratti di sindacato, diritti alla conoscenza del loro spirito; appurare esattamente i varii tipi, le numerose forme che gli accordi monopolistici possono assumere: minimi di prezzi, massimo di merce prodotta, riparto dei mercati, ribassi di favore, boicottaggio dei ribelli, brevetti, macchine, ecc. ecc.

 

 

Come conoscere i fatti? In Italia, la nozione del modo migliore di conoscere i fatti economici e sociali l’abbiamo perduta da un pezzo. Gli uomini della destra, molti dei quali avevano viaggiato all’estero e specie in Inghilterra, sapevano che, prima di fabbricare una legge, fa d’uopo conoscere i fatti ed i rapporti sociali che si tratta di regolare giuridicamente.

 

 

E condussero talune inchieste memorande sul re ecc. S’intende, inchieste vere e proprie, non volumi riempiti di questionari, di relazioni scritte, stile burocratico, di statistiche inconcludenti, e di una relazione finale, nella quale si scolorano al minimo comun denominatore le opinioni contrastanti di una dozzina di degne persone chiamate a sedere nella commissione ed a mettere la firma all’elaborato del segretario generale.

 

 

No. Le inchieste vere e proprie sono un’altra cosa. Consistono di verbali degli interrogatori di testimoni, chiamati a dire, sotto vincolo di giuramento, quel che essi sanno intorno ai fatti su cui sono interrogati. Chi è reticente, chi non ricorda, chi racconta cose non vere o non esatte è punito, tale e quale un falso testimonio. Siccome conoscono le conseguenze del tacere o del negare, i testimoni, presi di mira dal fuoco di fila di interrogazioni e di contestazioni pressanti da parte di commissari scelti tra gente che conosce il problema, sono costretti a dire la verità. Non piace a nessuno finire in galera, nemmeno ai capi di intraprese indiziate di accordi monopolistici.

 

 

Se, nei paesi anglo sassoni si sa pressoché tutto sui problemi interessanti l’opinione pubblica, ciò accade grazie al metodo delle inchieste, condotte da commissioni di uomini periti, politici, tecnici, economisti e giuristi.

 

 

Quelle centinaia e migliaia di pagine saranno lette, a scopo teorico, da pochi studiosi; ma sono compulsate, con occhio di lince, dagli avvocati fiscali e dai difensori incaricati di introdurre o di controbattere azioni in giudizio per violazioni di legge. In aggiunta alla parte fondamentale, che sono i verbali delle testimonianze, i volumi d’inchiesta contengono anche una relazione o, meglio, parecchie relazioni, di maggioranza, di minoranza e di singoli commissari scontenti dell’una e dell’altra.

 

 

Si sa il nome di chi si attiene all’opinione dei più, di solito la mano significativa e di chi dissente e per quali ragioni dissente. Il problema dei monopoli o sindacati, o cartelli o trust o consorzi od accordi od intese, sovratutto di industriali, ma anche di grossisti e di negozianti e non si escludono i sindacati di operai – falsi sindacati operai, quelli fascisti, è vero, ma vedo taluno o molti tendere a perpetuarli sotto il nome di sindacato unico e cioè monopolistico -; né si escludono i falsi consorzi cooperativi, ed oramai sono tutti falsi e cioè monopolistici e neppure le compagnie privilegiate, i falsi enti parastatali, che sono combriccole di mangiapane a tradimento camuffate con i colori dell’interesse pubblico; questo problema è di gran lunga il problema economico o sociale italiano più importante nel momento presente.

 

 

Sulla selletta del testimone chiamato a deporre sotto il vincolo del giuramento i capi di tutte queste intese ed i loro procuratori, funzionari, impiegati, ragionieri, presidenti e segretari, e chi non risponde od è reticente o presenta libri e contabilità dubbia, sia deferito al magistrato ordinario! Siamo d’accordo, uomini di tutti i partiti, a volere scoprire la verità ed a volerci rifornire di dati e di fatti precisi allo scopo di poter presentare, ciascuno di noi, quelle proposte di riforma che ci sembrassero conformi all’interesse pubblico?

 

 

Se si, sono persuaso che saremo anche d’accordo sulle proposte da fare; ché il vero è uno solo e ad esso gli uomini di buona volontà ubbidiscono.

 

 

Se no, se al disopra della ricerca del vero ci sono le pregiudiziali ed i sacrosanti principii, Dio protegga il nostro paese dalla torre di babele delle lingue e delle opere!

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