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Lo scrittoio del Presidente

Sulla tratta degli alani e sui suoi diversi effetti nel sud e nel nord d’Italia

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 590-598

 

 

 

La lettura di alcuni articoli pubblicati nel «Mondo» diede occasione all’invio al direttore del settimanale, Mario Pannunzio, di una lettera riservata. Si dicono alani quei giovani, di età per lo più inferiore ai vent’anni, i quali nell’autunno sono allogati dai genitori come garzoni di campagna ed erano negoziati sulle pubbliche piazze in talune città del mezzogiorno.

 

 

Comincio dal punto che il lettore avrà certamente ritenuto essenziale a causa dell’evidenza particolare con cui apparentemente era messo in luce negli articoli, e cioè il problema del mercato degli alani.

 

 

Leggendo, l’impressione era che il maleficio sociale e morale derivasse dalla circostanza che ragazzi di età dai dieci ai diciotto anni fossero portati in certi determinati giorni sulla pubblica piazza e lì negoziati fra genitori e mezzani come fossero una merce qualunque. Se non ricordo male, taluno degli articolisti rimproverò non so se un vescovo od un arcivescovo di non avere tempestivamente e vigorosamente denunciato quello che era detto ignobile mercato.

 

 

Un canone elementare di logica dice che non si può ritenere che il fatto a (mercato degli alani) possa essere considerato la causa del fatto negativo riprovevole (mala paga e malo trattamento di ragazzi troppo giovani) se lo stesso fatto a si verifica altresì altrove contemporaneamente ad un fatto positivo (buona paga e buon trattamento). La causa del fatto negativo dovrà trovarsi in altre circostanze, non nella circostanza a, con la quale sono compatibili indifferentemente fatti positivi e fatti negativi.

 

 

È indubitato, a leggere le testimonianze di osservatori imparziali, che in talune province del mezzogiorno o delle isole i ragazzi dai dieci ai diciotto anni sono od erano venduti dai genitori per un salario meschino sulle diecimila lire all’anno, ed in più soltanto scarso alimento e peggiore trattamento. Questo è certo un fatto negativo. Ma è altrettanto certo, e a me rincresce di non aver conservato un ritaglio di un giornale torinese il quale, forse un paio di anni fa, ne faceva una brillante descrizione, che lo stesso mercato degli alani ha luogo nelle piazze ed osterie di alcuni grossi borghi rurali della provincia di Cuneo, ad esempio Fossano, Savigliano, probabilmente Carrù e probabilmente anche Dogliani. Su quei mercati ed in quelle osterie si negoziano ragazzi i quali stanno tra i quindici ed i venti/venticinque anni. Si negoziano come sul mercato si può negoziare un paio di buoi, o un cavallo. I ragazzi e giovinotti dichiarano i lavori ai quali possono attendere, le loro esigenze e le loro attitudini fisiche. Essi sono accompagnati o non dai genitori a seconda delle circostanze; e, fra le circostanze, è notabile l’affievolimento marcato dell’abitudine antica di consegnare al padre od alla madre in tutto od in parte il salario pattuito. Ma il salario oggi per giovanotti sui vent’anni si aggira sulle trecentomila lire l’anno e tende ad aumentare: ed un mio vicino ha assunto un ragazzetto di quindici anni, di scarsa apparente consistenza fisica e di non evidente apertura intellettuale, al prezzo di duecentomila all’anno. S’intende che, oltre al salario in denaro, c’è il mantenimento alla stessa tavola del padrone, il letto e praticamente anche il bucato. Può accadere qualche volta che il ragazzo o la ragazza, perché si tratta anche di femmine, incontri un padrone tirchio in fatto di tavola, ma il rimedio è semplice: dopo qualche settimana l’alano se la svigna, dopo essersi fatto liquidare quel che gli spetta, a norma di certe tabelle consuetudinarie (il mese di gennaio vale, ad esempio, un punto ed il mese di luglio sei punti), le rate scadute del salario convenuto.

 

 

Quel tale ragazzo di quindici anni, che s’era allogato presso il mio vicino, non aveva trovato nessun investimento migliore del suo salario dell’acquistare una motocicletta; ed alla domenica, giornata libera per i servitori di campagna, laddove i padroni sfaticavano per salvare urgentemente il raccolto dalla peronospora, se ne andava scorrazzando in motocicletta sulla faccia dei suoi datori di lavoro. Poi accadde che, per la sua grossolanità, la motocicletta si ruppe ed il meccanico la tenne in pegno, dopo averla riparata, finché il ragazzo avesse guadagnato quel che occorreva per pagare il conto della spesa.

 

 

Non pongo in dubbio che in quel di Benevento e vicinanze, i ragazzetti sui Dieci-quindici anni siano assoggettati a fatiche inumane; sebbene nei miei paesi gli stessi ragazzetti, a quell’età, sono assoldati e pagati per condurre le pecore al pascolo; che è occasione gradita per congreghe di coetanei, giochi e scorazzamenti alla ricerca delle pecore sbandate.

 

 

I due mercati sono dunque identici, ma producono risultati completamente diversi: salari di fame e mali trattamenti in un caso, compensi ragionevoli e possibilità di risparmio nell’altro caso. E perciò essi in qualità di mercati non possono essere considerati la causa di due risultati tanto diversi.

 

 

Né il rimedio può essere cercato nella soppressione del mercato e nell’assoggettamento dei pazienti alla cosidetta disciplina di un ufficio di collocamento. Chi sono i collocatori? Quale capacità di stabilire un prezzo giusto del lavoro degli alani hanno essi in confronto alla capacità di eventuali intermediari privati?

 

 

Si noti che di fatto le due parti per lo più sono, sia nel mezzogiorno che nell’alta Italia, capacissime di fare da sole i loro affari, o cattivi o buoni, senza bisogno di ricorrere ad alcun intermediario. È probabile, d’altra parte, che l’intervento non necessario dell’intermediario costi di meno alla collettività di quanto non sia il costo dei collocatori. Probabilmente costoro sono pagati male; ma ancor più probabilmente sono pagati molto di più di quel che valgono e di quel che rendono. Non immagino quale possa essere il loro rendimento nelle province meridionali; nelle province settentrionali che conosco, il loro costo è certo superiore ad un rendimento che si riduce alla formalità di prender nota di quanto hanno per conto loro già deciso gli interessati. Essi sono una delle tante ruote inutili del meccanismo amministrativo del nostro paese. Non so se l’esistenza dei collocatori sia spiegabile a causa dei tanti altri uffici di cui hanno il carico in virtù della vigente legislazione sociale; ma, per quanto tocca gli alani, nei nostri luoghi il costo dei collocatori è sopportabile solo perché non risulta che facciano del male; non so se nelle province meridionali la clandestinità del mercato creata dal baccano dei bene intenzionati ed il conseguente obbligo di ricorrere ad un ufficio di collocamento abbia migliorato o non invece peggiorato le sorti degli alani.

 

 

A priori si deve dunque supporre che il mercato, a norma del suo compito naturale, faciliti le contrattazioni e aumenti il salario; e che i vincoli legali lo diminuiscano.

 

 

La causa, o le cause, della diversità dei fatti constatati stanno perciò altrove. Qual è la circostanza essenziale che negli ultimi decenni ha fatto aumentare notevolmente i salari dei servitori e servitorelli di campagna nella provincia di Cuneo?[1] È probabile che la spiegazione si debba riscontrare nella circostanza che le due province di Cuneo e di Alessandria sono le sole nelle quali la popolazione, dal penultimo all’ultimo censimento, è diminuita in cifra assoluta.

 

 

I contadini vedono che nell’industria e nel commercio, in una infinità di mestieri nuovi che prima non si conoscevano, essi guadagnano di più che in campagna e se ne vanno.

 

 

Tipica è la vicenda di un mio antico mezzadro, spentosi sugli ottant’anni nell’inverno di quest’anno. Aveva tre figli, bravissima gente laboriosa, tutti e tre sposati.

 

 

Uno dei tre morì improvvisamente l’anno scorso: la vedova ha cercato di tirare innanzi aiutata dal genitore ancora vivo e tirerà innanzi ancora l’anno agrario entrante perché gli pagherò io il salario di un servitore, salario che si aggirerà, come ho detto, sulle trecento e le trecentocinquantamila lire per un anno, oltre il mantenimento a carico della vedova.

 

 

Un altro fratello se ne era andato via dal podere parecchi anni or sono, essendo questo non bastevole ad una famiglia grossa; s’era allogato come mezzadro su un altro podere; ma, cresciuti i figli, ha preferito cambiar mestiere. Ha comprato una casetta vicino a Bra con un po’ di terra da orto e da frutteto e se lo coltiva per conto suo. Dei quattro figli uno fa il conduttore di camion a Bra, il secondo fa il falegname pure a Bra, il terzo si è allogato come meccanico a Torino, il quarto è in attesa di andare soldato. Ecco altrettanti uomini i quali non si presentano più sul mercato né dei mezzadri, né dei salariati di campagna; cosicché il salario dei servitori di campagna deve necessariamente aumentare.

 

 

Il terzo fratello è ancora sul mio podere, ma prevedo che se ne andrà presto. Le ragazze si sono sposate fuori casa; il primogenito ha preso moglie e, come si dice da noi, ha attaccato il cappello al chiodo, ossia, essendo la sposa unica figlia ereditiera di un podere di circa otto ettari di proprietà di suo padre, è andato a stare in casa dei suoceri garantendosi qualche cosa come una donazione di parte del fondo. Il mio mezzadro, rimasto con un ragazzo che è sui sedici-diciassette anni e dovrà andar soldato presto, medita di comprarsi, al pari del fratello, una casetta con orto e frutteto, cessando praticamente di far parte del ceto campagnolo.

 

 

Così per migrazioni individuali, la popolazione rustica diminuisce ed i salari di quelli che rimangono a poco a poco aumentano. Gran bene ne deriva al paese. La mancanza di mano d’opera a buon mercato sveltisce proprietari, mezzadri e fittaioli. I contadini oggi non pongono più alcuna difficoltà ad usare, appena ne abbiano sperimentato il vantaggio, nuove macchine e macchinette agricole; non tollerano più di combattere la peronospora portando sulle spalle il bidone, contenente la miscela cuprica, pesante e difficile da manovrare. Si inventano, con pompe e motorini manovrabili, grazie a lunghi tubi di gomma, a distanza, metodi per ottenere i medesimi risultati con minore fatica e risultati migliori.

 

 

Anche i contadini del mezzogiorno, se potessero, se ne andrebbero dalla campagna così come fanno i contadini del nord. Invece di crescere il costo della pubblica amministrazione mandando carabinieri a sgomberare le piazze dove si conduce il mercato degli alani; invece di stipendiare mangiapane a tradimento per istituire fastidiosi uffici di collocamento, perché non si prova, tanto per cominciare, a mandare a spasso, promettendo, se occorre, una pensione vitalizia, tutti coloro che, nei ministeri, nelle prefetture e nelle questure, disturbano, con formalità vessatorie di permessi di residenza e libretti di lavoro, i meridionali e anche i settentrionali i quali vorrebbero spostarsi da comune a comune, da regione a regione, dalla campagna alla città?

 

 

Sembra che esistano istruzioni per attenuare la severità delle leggi sulle migrazioni interne, ma le istruzioni non bastano. Occorre abolire completamente, sino alla radice, tutto ciò che significhi impedimento allo spostamento della mano d’opera nell’interno del territorio dello stato.

 

 

Non si pretende che con l’abolizione di tutti i vincoli alle migrazioni interne il problema degli alani meridionali possa essere rapidamente risoluto. Non esistono rimedi rapidi. L’esempio delle leggi sulle migrazioni interne è stato addotto unicamente per chiarire la futilità dell’inventare rimedi che non rimediano a niente, costano quattrini assai e crescono il numero di disturbatori pubblici; laddove si dovrebbe cominciare con l’abolire i vincoli i quali costano e disturbano.

 

 

Certamente, non possiamo attendere senz’altro nel mezzogiorno dallo spopolamento assoluto (riduzione del numero totale degli abitanti) o relativo (riduzione del numero dei rustici a vantaggio di altri ceti sociali) l’effetto dell’aumento dei salari agricoli. Lo spopolamento verrà anche nel mezzogiorno; ma occorrerà tempo. Frattanto giova far sì che:

 

 

  • la Cassa del mezzogiorno appresti occasioni temporanee e promuova occasioni permanenti di lavoro;

 

  • la costruzione di scuole elementari bene attrezzate, con ricreatori e refezioni scolastiche, scemi il bisogno di inviare al lavoro i ragazzi immaturi;

 

  • l’istruzione professionale si intensifichi e faccia, di giovani buoni a far tutto e quindi non richiesti da nessuno, lavoratori tecnicamente preparati e desiderati;

 

  • la abolizione dei contingenti e la liberazione degli scambi attenui i vincoli protezionistici favorevoli al concentramento delle industrie nel nord e consenta una distribuzione più naturale del lavoro nelle varie parti del paese;

 

  • ecc. ecc. ché l’elenco delle cose innocue che si possono fare e di quelle dannose che, con risparmio di spesa, si potrebbero permettere, è lungo. Ma ciò equivale a ripetere che il problema degli alani non si risolve indignandosi contro il loro mercato; ma cercando di far venir meno le circostanze le quali vietano che il loro salario raggiunga il livello assai più alto toccato dai coetanei di altre regioni. Che se ciò accadesse, la maggior parte degli alani rimarrebbe a casa ed i successi dei pochi rimasti sarebbero descritti dai giornalisti meridionali cogli stessi giudizi festevoli che mi stanno nel ricordo di un pezzo di colore del giornale piemontese.

 

 

26 novembre 1954.

 

 



[1] Il salario del servitore di campagna ha, dopo la data della mia lettera, continuato a salire, sicché, per i buoni soggetti, non sta sotto le quattrocentomila lire all’anno, oltre il vitto, la stanza ed il bucato. Ciononostante, la offerta si va rarefacendo; perché i giovani preferiscono allogarsi in città, con salario notevolmente minore, dispendio assai maggiore e nessuna possibilità di risparmio; inconvenienti compensati dall’orario limitato, dalle luci cittadine e da altre attrattive. [Nota aggiunta nel gennaio 1956 ndr.].

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