Sulla via buona

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/12/1900

Sulla via buona

«La Stampa», 8 dicembre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 279-281

 

 

Sulla buona via si è messa la giunta del bilancio, votando il noto ordine del giorno [1] riguardo ai premi della marina mercantile.

 

 

Questi premi datano dal 1886, nel qual anno fu votata una legge che istituiva, per un decennio, premi per la navigazione e per le costruzioni delle navi. Siccome ai premi non seguì alcun effetto rilevante, malgrado che lo stato in dieci anni avesse speso poco meno di 37 milioni, si credette opportuno con una legge del 23 luglio 1896 accrescerli fortemente. Sotto l’impulso dei premi aumentati le costruzioni navali si moltiplicarono. Da 3 milioni si passò in breve ora a cinque o si minacciava di andare molto al di là dei dieci milioni annui di premi pagati dallo stato. Di qui l’allarme nel governo, e la presentazione di un decreto-legge, il quale, pur mantenendo fermo il concetto che i premi si dovessero dare, ne limitava l’ammontare massimo a 10 milioni di lire all’anno.

 

 

La giunta del bilancio non solo accolse il concetto che l’onere dei premi dovesse venir scemato; ma, andando più innanzi, ne propose l’abolizione integrale.

 

 

I premi – ragionò la giunta – non possono con qualche apparenza di giustizia essere chiesti dagli armatori e costruttori se non perché essi si trovano in condizioni di inferiorità di fronte alla industria estera. Ciò che mette i nostri costruttori in condizioni inferiori è l’obbligo in cui essi si trovano – a causa dei forti dazi protettivi sui prodotti dell’industria metallurgica – di comprare i materiali da costruzione in ferro ed in acciaio ad un prezzo più alto di quanto non potrebbero fare se ad essi fosse liberamente aperto il mercato internazionale. Lasciamo perciò entrare in franchigia i materiali da costruzione. Armatori e costruttori più non trovandosi in condizioni di inferiorità rispetto all’estero, non avranno più alcun motivo di chiedere compensi e premi allo stato, e l’erario, ossia i contribuenti, risparmieranno 10 milioni all’anno. Chi ci perderà sarà l’industria metallurgica, cioè, alcune poche grandi officine – Terni e simili – a profitto delle quali andavano finora i milioni spremuti dalle tasche dei contribuenti.

 

 

Noi ci rallegriamo vivamente che codesto ragionamento si sia fatto, dopo tanti anni di protezionismo ufficialmente imperante, da una giunta generale del bilancio.

Sarà d’uopo – affinché il ragionamento non paia fatto solo in apparenza a tutela della giustizia ed in realtà giovi a far naufragare il decreto – legge governativo che almeno riduceva l’onere dello stato a 10 milioni – che la giunta ritenga valido il decreto – legge per il periodo intercedente fra il 28 novembre 1899 ed il giorno in cui andasse in vigore la nuova legge. Fatta questa avvertenza, il principio adottato dalla giunta ci sembra lodevolissimo.

 

 

Sarebbe certamente augurabile che i 13 milioni di sgravi proposti dal governo si consacrassero a diminuire il prezzo del sale od il dazio sul grano, ossia a compiere un’opera vantaggiosa a tutti gli italiani. Come riparare tuttavia nel tempo stesso anche ai 13 milioni di disavanzo, quando si respingano le tassette proposte a compenso degli sgravi?

 

 

L’unico mezzo è di abolire tutte le spese le quali non servono a scopi di pubblica utilità. Prime fra tutte quelle spese che sono un tributo pagato dai contribuenti allo stato perché li trasmetta ad altri privati a titolo di dono grazioso, o col pretesto di incoraggiarne l’opera.

 

 

Chiunque voglia iniziare un’impresa, deve farlo coi quattrini suoi ed a suo intero rischio e pericolo.

 

 

Chi è riuscito – come riuscirono, al pari di altre, le industrie marinare e metallurgiche – ad ottener sussidi, per mezzo dello stato, dai contribuenti, non ha alcun diritto di vedersi continuato eternamente il sussidio. Tanto meno ha siffatto diritto la industria metallurgica che vive unicamente grazie alle centinaia di milioni regalatile dallo stato. Se anche essa dovrà in parte soccombere – e diciamo in parte perché molte fabbriche di macchine e di attrezzi di ferro e di acciaio nell’alta Italia sfidano fin d’ora la concorrenza estera su tutti i mercati del mondo e non hanno bisogno dei dazi per tener alto il buon nome del genio italiano – il male sarà sempre minore che non il danno di costringere il contribuente italiano a pagar tributo ad altri italiani o incapaci od impotenti a produrre, come da tutti si dovrebbe fare, a loro profitto e rischio.

 

 



[1] L’ordine del giorno del 6 dicembre suonava: «La giunta invita il governo ad uniformare i concetti della nuova legge ai principii della franchigia dei dazi di confine pei materiali di costruzione e della abolizione dei premi di navigazione».

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