Opera Omnia Luigi Einaudi

Sulle cause e sui sintomi di guerra fra Stati Uniti e Russia

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1956

Sulle cause e sui sintomi di guerra fra Stati Uniti e Russia

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 39-46

 

 

 

Riflessioni occasionate, in tempi diversi, dalla lettura di documenti pervenuti sul tavolo del presidente.

 

 

La causa di un’ipotetica guerra fra gli Stati Uniti e la Russia, indicata in questa maniera: «Sono due paesi giovani, impetuosi, barbari; tutti e due vogliono tutto; sono tutti e due convinti che di diritto spetta ad ognuno di loro il leadership del mondo».

 

 

Questa faccenda dei paesi giovani e barbari è una vecchia storia che si sente ricordare per spiegare tutte le guerre. Era giovane la Francia di Napoleone quando conquistava l’Europa; era giovane l’Inghilterra quando colonizzava il mondo. Era giovane la Germania di Guglielmo II, e più quella di Hitler, quando i capi aspiravano a farsi padroni dell’Europa. In realtà la storia dei paesi giovani ha tutta l’aria di essere una invenzione di professori di una scienza antropologica politica inventata per fondare cattedre e spingere governanti e popoli ad immaginare di dover fare guerre. Per fortuna le invenzioni dei professori non sono la realtà, salvo per quanto si riferisce alla costituzione di nuove cattedre per insegnare false scienze. Non esistono paesi giovani e paesi vecchi. I popoli si rinnovano continuamente. E la loro gioventù o vecchiaia, dipende da molte altre circostanze, le quali sono quelle che soltanto meritano di essere studiate; non la gioventù o la vecchiaia per se stessa, semplici parole stenografiche create allo scopo di riassumere fatti diversissimi e molteplici, parole che soltanto i già ricordati e non lodati professori prendono sul serio per giustificare le loro teorie. Purtroppo la teoria della gioventù ha esercitato in passato, e può anche esercitare in avvenire, una influenza notabile e funesta, ma ricordiamo sempre che non la gioventù per se stessa, ma la teoria di essa è la forza che in realtà esercita quella influenza.

 

 

La logica ordinaria ci mette sulla via per stabilire se un determinato fatto possa produrre un certo effetto. Se esistesse soltanto il fattore «gioventù degli Stati Uniti», la guerra sarebbe inevitabile? Sembra lecito di poter rispondere con sicurezza di no; ché gli americani per la struttura delle loro idee e dei loro costumi e della loro costituzione politica non amano far guerre e, come, ora, gli anglosassoni, i francesi, gli italiani, gli svizzeri e gli scandinavi e simili genti si decidono a far guerra obtorto collo. C’è una connessione di causa ad effetto fra la gioventù dei russi e la guerra? Anche qui se la gioventù fosse il solo antecedente pare evidente che la risposta dovrebbe essere negativa. Un fatto, il quale logicamente non conduce ad un dato risultato, non può essere considerato la causa di un effetto che non si produrrebbe.

 

 

La causa è evidentemente un altra. Senza generalizzare e limitandoci al caso presente, pare abbastanza fondato asserire che oggi la causa della guerra possibile sia nella diversità delle ideologie da cui sono mossi Stati Uniti e Russia. Quale delle due ideologie: quella che per adoperare una parola abbreviata si potrebbe chiamare liberale, propria degli Stati Uniti o quella comunistica della Russia può essere considerata causa di guerra? Quale delle due ha in sé la caratteristica di necessaria evangelizzazione al di fuori del mondo in cui essa domina?

 

 

Le ideologie liberali non hanno carattere evangelico. Il laissez faire, il laissez passer sono, quasi per definizione qualche cosa di tollerante, di non aggressivo. Chi è animato dalla credenza liberale desidera che la sua idea si diffonda; ma se gli altri non ne vogliono sapere, li manda all’inferno e si mette il cuore in pace. Un popolo organizzato a forma di libertà può vivere da solo, anche se si secca che gli altri non intendano la storia e per conseguenza impoveriscano se stessi e lui; ma non si decide ad andare in guerra solo perché sa che la mancanza della libertà altrui è un danno anche per lui stesso. La guerra è, anche economicamente, un malanno peggiore.

 

 

L’ideologia comunistica invece sembra abbia indole evangelica agli occhi di un comunista, come, in altri tempi, altre ideologie ebbero tale indole per un cristiano o un maomettano. Una economia comunistica pare non possa vivere se non espandendosi continuamente. I piani, la direzione dall’alto non sono per una economia comunistica una capricciosa imposizione di un ceto dominante. Sono una necessità assoluta logica del sistema. Quei problemi, i quali sono risoluti in una economia di mercato dalle forze che agiscono sul mercato stesso, in una economia comunistica debbono necessariamente essere risoluti con deliberazioni prese dal centro. L’esistenza di economie di mercato attorno ad una economia centralizzata comunistica turba il funzionamento logico dell’economia stessa; ed è qualche cosa che deve essere eliminato. Si fa un torto grande ai dirigenti di un paese comunistico quando li si accusa di deliberata tirannia, di voluta soppressione di ogni libertà di pensiero, di azione e di movimento da parte dei componenti la collettività. Non si tratta di tirannia del tipo delle comuni tirannie; si tratta di una necessità imprescindibile del funzionamento del sistema. Il sistema non funziona se non è chiuso e finito; e funziona imperfettamente quando alcune parti del meccanismo totale si sottraggono alla pianificazione dall’alto. Non per capriccio, ma per l’intima logica del sistema, in Russia fu soppressa prima la Nep, poi si mandarono in Siberia i kulaki, quindi si soppressero le piccole economie individuali agrarie e si convertirono in imprese collettivizzate. La persistenza di economie libere in una organizzazione comunistica mina alla base il sistema e questo sente di non poter durare se non elimina tutti questi corpi estranei. Per un grande paese comunistico, come la Russia, oggi la persistenza al di fuori dei suoi confini di economie inspirate a principi diversi può essere equiparata ad un corpo estraneo. Anche se esso è fuori dei confini deve necessariamente essere eliminato. Un sistema come quello comunistico può considerarsi stabile; intendendo naturalmente per stabile quella condizione sempre transitoria che è propria dei fatti storici. Il sistema totalitario tedesco creato da Hitler aveva su per giù caratteristiche simili a quelle comunistiche russe. Essendo però fondato su una ideologia artificiosa originata nella testa balorda di taluni professori dell’epoca bismarckiana, il sistema era assai meno solido. La fede nel sangue, nella razza, nella terra, aveva basi troppo deboli per poter fare presa. Tuttavia quella ideologia, anche essa evangelica, fu capace di produrre una guerra di religione. Nel 1940, prima che l’Italia e gli Stati Uniti entrassero in guerra, ad un questionario americano risposi, negli annuali dell’Accademia americana di scienze politiche e sociali di Filadelfia, che quella era una guerra di religione, la quale non poteva finire se non con la distruzione di uno dei due avversari, non essendo nelle guerre di religione possibile il compromesso. i fatti pare che abbiano dato ragione alla previsione.

 

 

Anche oggi ci troviamo dinnanzi ad una guerra di religione; vi potranno essere fasi diverse; ma la guerra non potrà finire se non con la distruzione completa di uno dei due avversari. Per conseguenza, io metterei in seconda linea la definizione della lotta fra Russia e America come lotta di imperialismo e di interessi, per considerarla non anche, ma esclusivamente come una lotta di ideologie. Se non esistessero le due ideologie diverse gli uomini si dovrebbero comportare secondo logica; e in un sistema logico non esistono imperialismi ed interessi. Non c’è nessun interesse di nessuna specie, per chi ragiona logicamente, a far guerre, a conquistare paesi appartenenti a nazionalità o sistemi di vita e di culture diverse. E l’ideologia la quale fa credere agli uomini di avere interessi, i quali, per sé, non esistono.

 

 

Gli inglesi, in questa materia maestri al mondo, crearono l’impero inglese a caso, per accidenti non preordinati, non voluti; e quello fu il loro imperialismo, coi relativi interessi. Quando cominciarono a ragionare e fu verso il 1840 nel celebre rapporto di Lord Durham sul Canada, cominciarono anche a mollare ed a rinunciare a governare altrui. Sinché oggi che c’è una ideologia britannica, questa non si intitola nemmeno più alla «Comunità britannica delle nazioni», ma tende a diventare della «Comunità delle nazioni», le quali volontariamente vogliono restare unite.

 

 

Giova sperare che a poco a poco le ideologie comunistiche perdano lo slancio originario. Come in Europa, protestanti e cattolici stanchi di aver per trenta anni messo a fuoco ed a sangue le loro contrade e, nel Mediterraneo, musulmani e cristiani di avere lottato per secoli per il dominio della Spagna, può darsi che, stanchi, anche i credenti nel vangelo materialistico dialettico si adattino a riconoscere la supremazia dei principi della tolleranza e del compromesso.

 

 

21 ottobre 1948.

 

 

Negli Stati Uniti, accanto alle dichiarazioni del presidente, di altri uomini di governo, di parlamentari e di pubblicisti favorevoli alla pace, si ebbero dichiarazioni di parecchi uomini politici, anche di governo, di militari e di pubblicisti in favore della guerra, pur se questa dovesse essere preventiva.

 

 

Nella Russia non si hanno dichiarazioni della seconda specie, essendovi unanimità in favore della pace.

 

 

Si conclude, dal contrasto, che se guerra vi ha da essere, l’iniziativa non può essere se non americana.

 

 

Le due constatazioni non sono paragonabili. È ovvio che in un paese dove esiste piena libertà di stampa e di opinioni, vengano alla luce opinioni fra di loro contrastanti. In quel paese è anche ovvio che, non i soli parlamentari e pubblicisti, ai quali in tutti i paesi civili si riconosce il diritto di manifestare le proprie opinioni, ma anche uomini appartenenti al governo e persino militari manifestino pubblicamente e non di rado in modo clamoroso, opinioni individuali non identificantisi e talvolta contrastanti con quelle che saranno il frutto delle deliberazioni del corpo di cui fanno parte e delle conclusioni a cui arriverà il presidente, capo del potere esecutivo.

 

 

Sono recenti le pubbliche manifestazioni di dissidio fra i capi di stato maggiore delle tre armi, dissidi non ignoti in altri paesi, sebbene accuratamente dissimulati al pubblico.

 

 

È indiscutibile che in Russia non vengono alla luce pubblicamente opinioni contrarie a quelle dichiarate in ogni momento dalla persona o dal corpo politico il quale prende le deliberazioni definitive. Sui giornali russi si leggono spesso critiche a questa o quella amministrazione pubblica, ma sono critiche di carattere tecnico, le quali non toccano i punti essenziali del programma di governo.

 

 

Da questa differenza si può dedurre la conseguenza che si sia sicuri di una politica di pace da parte della Russia e si possa, invece, valutare probabile un prevalere delle opinioni di guerra negli Stati Uniti? La deduzione sembra illegittima.

 

 

Il fatto che negli Stati Uniti apertamente vengono alla luce dichiarazioni bellicose è forse quello che più fa concludere alla prevalenza dell’opinione pacifica. Tutto lascia credere che, sino a questo momento, le opinioni pacifiche abbiano una prevalenza notevole su quelle bellicose; e la sola garanzia che questa prevalenza duri sta appunto nella facoltà illimitata dell’opinione contraria di manifestarsi pubblicamente.

 

 

Se le opinioni contrarie a quelle del presidente non turbano l’andamento dell’amministrazione (in quel paese non si adopera mai la parola «governo», ma soltanto e sempre quella di «amministrazione») tutto finisce, come nel caso Matthews ed in quello Mac Arthur, ad una sconfessione regolarmente e tranquillamente incassata. Se invece nasce qualche inconveniente, il ministro dissidente è pregato, come nel caso Johnson, di lasciare la carica.

 

 

L’unanimità favorevole alla pace in Russia dà eguali affidamenti? Certamente le elezioni politiche le quali avvengono sempre in quei paesi, come avvenivano in Germania e in Italia nell’epoca totalitaria, con maggioranze dal 95 al 100% a favore di una lista unica, non hanno alcun significato di adesione alla politica del gruppo politico dirigente, essendo, per definizione, assurdo che esista effettivamente, in un qualsiasi paese, un consenso tale di opinioni negli elettori da affidare sulla genuinità della opinione appurata dalle elezioni plebiscitarie. A mano a mano che la lista di maggioranza conquista una percentuale del totale dei votanti gradatamente superiore al 51%, crescono le probabilità che le elezioni non rappresentino la volontà degli elettori. Elezioni plebiscitarie significano soltanto elezioni in cui gli elettori hanno votato ubbidendo ad una costrizione morale o materiale. Nessun indizio si può ricavare da una elezione plebiscitaria intorno all’opinione propria degli elettori. Una elezione in cui il 52% dei votanti ha aderito ad un gruppo politico ed il 48% ad un altro gruppo ha senso; ma una elezione col 99% dei votanti a favore di un unico partito, comunque chiamato, non ha significato alcuno. Similmente, se in un paese nessuna opinione contraria a quella ufficialmente adottata dall’autorità politica si fa sentire, vi è la massima probabilità che quella non sia l’opinione né delle masse, né delle minoranze governanti. Si sa soltanto che quella è l’opinione che il gruppo dominante ritiene opportuno di manifestare in quel certo momento. Nulla fa escludere che lo stesso gruppo governante voglia manifestare domani opinioni perfettamente contrarie.

 

 

In un paese del tipo degli Stati Uniti la mutazione dell’opinione oggi favorevole nel gruppo governante alla pace in favore di una opinione favorevole alla guerra non potrebbe verificarsi con agevolezza; incontrerebbe ostacoli; nascerebbero contrasti di opinioni nei giornali e nelle assemblee deliberanti, sicché anche l’avversario sarebbe avvertito della possibilità di un cambiamento di opinione e potrebbe regolarsi in relazione alla nuova probabile condotta di quel paese.

 

 

In un paese, invece, dove non si manifestano contrasti di opinioni sui punti essenziali della politica del gruppo dominante, una mutazione può verificarsi improvvisamente, cosicché all’interno ed all’estero la mutazione medesima sia conosciuta soltanto quando essa è un fatto compiuto.

 

 

Con le osservazioni fatte sopra non si intende menomamente decidere quale dei due gruppi sia probabilmente più incline o deciso, oggi o in avvenire, alla guerra. Si intese soltanto eliminare dalla discussione un punto specialissimo, il quale non consente alcuna conclusione precisa, almeno nel senso inteso da alcune correnti di opinione. Il fatto che in un paese si odono voci favorevoli alla guerra e in un altro no, non autorizza a concludere che il primo sia più propenso del secondo alla guerra. Molte altre sono invece le argomentazioni rilevanti. Fra le tante se ne ricorda una, non perché sia da ritenersi più importante degli altri fattori di guerra o di pace, ma perché diede e dà luogo a discussioni: quale dei due regimi politici è connesso con un sistema economico sociale siffatto da condurre necessariamente alla guerra?

 

 

Se non si può rispondere recisamente e tassativamente alla domanda, si può affermare che uno dei due regimi comporta un rischio maggiore (maggiore in che grado?) di guerra di quello proprio dell’altro regime? È noto che le opinioni in merito sono profondamente contrastanti; ma è noto altresì che la disputa non è risolvibile per assioma, e richiede un esame accurato e non facile.

 

 

La questione di complica per la connessione con la teoria della «fatalità» o «necessità» nella storia. È fatale, è storicamente inevitabile che un regime o un sistema politico e sociale sbocchi nella guerra o nella pace? Se la inevitabilità non è dimostrabile, trattasi di probabilità? e le probabilità in funzione di quali altri fattori diventano maggiori o minori?

 

 

18 ottobre 1950.

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