Sull’impiego dei diritti erariali sugli spettacoli a promuovimento degli spettacoli medesimi

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1948

Sull’impiego dei diritti erariali sugli spettacoli a promuovimento degli spettacoli medesimi

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 608-617

 

 

 

Una lettera di Mario Vinciguerra sul «Messaggero» del 21 marzo 1949 diede occasione ad esaminare, in una lettera privata allo stesso Vinciguerra e con una esemplificazione del tutto ipotetica, il problema generale della destinazione di parte delle tasse sugli spettacoli a favore di enti diversi teatrali.

 

 

Possiamo assumere, in via puramente ipotetica, che su cento lire di introiti per i biglietti acquistati dal pubblico, una parte, supponiamo un terzo, sia devoluta al pagamento di tasse e che gli altri due terzi rimangano agli imprenditori dei medesimi spettacoli per far fronte a stipendi e salari, fitti di locali, illuminazione, riscaldamento, interessi sul capitale investito, spese generali ed eventuali profitti di gestione.

 

 

Supponiamo che:

 

 

1)    due terzi degli incassi siano riscossi da tutti coloro che, sotto svariate vesti, partecipano alla vita del teatro;

 

2)    un terzo sia pagato, a titolo di tasse, all’erario il quale lo riversa a favore «degli enti teatrali (grandi teatri lirici), compagnie di prosa, di riviste, ecc. ed istituzioni musicali per concerti e, insomma, di quel mondo del teatro, il quale senza l’aiuto dello stato non potrebbe sopravvivere».

 

 

Se le cose all’incirca, salvo la esattezza delle percentuali, stanno così come è detto sopra, due sono le osservazioni fondamentali.

 

 

La prima si è che il modo tenuto nel sovvenzionare il teatro è contrario ad ogni buona regola di finanza. So bene che siffatto modo, sebbene pessimo, trova molteplici e crescenti applicazioni. Durante l’anno che stetti al bilancio, tutte le mie querele furono vox clamantis in deserto; ma non perciò rimane infirmato il principio che quel modo è pessimo. Da almeno due secoli (in Piemonte dal 1721) teorici e pratici, ministri e legislatori hanno proclamato i pericoli delle imposte prelevate per fini speciali e destinate, di diritto o di fatto, ad alimentare un bilancio speciale. Invano! l’errore, debellato qui, risorge là e fruttifica e trova i più non solo favorevoli, ma stupefatti dinnanzi alle ovvie critiche.

 

 

Eppure, se una cosa è certa, è che le imposte non devono essere create per un dato fine. Se esse sono corrette – come lo sono le imposte sul tabacco o sui giuochi o sul teatro, perché colpiscono consumi degni di essere tassati – il provento deve andare tutto e soltanto a favore del pubblico erario e non delle tabacchine, dei giocatori e dei teatranti. Le tabacchine, i tenitori di banco e i teatranti hanno a che fare con il provento dell’imposta come i cavoli a merenda. Le imposte devono andare nella cassa generale dello stato ed essere devolute a quei fini di pubblico bene che i parlamenti riterranno migliori e nell’ordine e nelle proporzioni che il parlamento, su proposta dei ministri responsabili, delibererà. Ogni altra regola è spreco, è favoritismo, è sopraffazione. Supponiamo che il teatro abbia diritto ad essere sovvenzionato dallo stato. Esso deve essere sussidiato od aiutato non mai in rapporto ad una somma incerta e variabile ed arbitraria quale è quella proveniente da una parte degli incassi del teatro. La somma così determinata può essere superiore od inferiore ai bisogni del teatro; può essere maggiore o minore di quella che a ragion veduta deve essere destinata al teatro in rapporto alle scuole, ai laboratori scientifici, alle strade, alle bonifiche ecc. ecc. L’attribuzione di una imposta ad un fine è un ritorno al sistema feudale, sancisce un diritto di appropriazione privata su una proprietà pubblica, quali sono le imposte; è un tentativo, malauguratamente troppo spesso riuscito, di sopraffazione di ceti vocali su quelli silenziosi e di sottrazione al parlamento delle sue funzioni più gelose. Chi, se non il parlamento, deve distribuire, in un paese libero, il pubblico denaro; e distribuirlo ogni anno, in pubblica discussione, sentito il pro e il contro, fatta ragione equa agli innumeri concorrenti alla spartizione del fondo imposte? Verità queste ovvie, fondamentali, che non si possono dimenticare senza offesa a tutto ciò che è la garanzia dell’interesse comune contro gli interessi di persone o di gruppo. Eppure sono verità calpestate ogni giorno da chi si proclama difensore degli umili e, senza saperlo, lavora per chi grida di più.

 

 

La seconda osservazione è: come mai si può affermare che la divisione del provento degli incassi in due terzi ai vari interessati dell’industria teatrale e un terzo allo stato e di qui in sovvenzioni al teatro, giovi al teatro? La cosa è veramente incomprensibile. Il teatro riceve sempre cento; che ne riceva 66,66 direttamente, più 33,33 attraverso lo stato; ovvero si tenga senz’altro tutte le cento, pare sia zuppa e pan bagnato. Od almeno le differenze paiono due soltanto:

 

 

1)    Se il teatro tiene tutte le cento, può darsi che gli impresari si approprino, a titolo di profitto, una parte anche della quota (33,33) che altrimenti verserebbero all’erario. È forse certo che, se essi ricevono in un secondo tempo le 33,33 dallo stato a titolo di sovvenzione, non prelevino, essi od altri uguali ad essi, sulle 33,33 altresì un profitto e forse maggiore? Si aggiunga che, risparmiando il giro delle 33,33 attraverso l’erario, si risparmierebbero i salari e stipendi di tutti coloro che negli uffici, governativi o non, vivono su quel giro.

 

2)    Coloro che vivono sul giro delle 33,33 potrebbero giustificare il prelievo dei loro salari e stipendi solo se fosse possibile dimostrare che le 33,33 sono impiegate, col giro, meglio a favore del teatro che non se rimanessero senz’altro in mano del teatro, senza il giro.

 

 

Ma qui i dubbi crescono a dismisura:

 

 

a)    se tutte le cento lire rimangono al teatro, l’insieme delle persone che vivono sul teatro parteciperebbe alle somme pagate dal pubblico in proporzione al favore del pubblico;

 

b)    se invece solo 66,66 restano al teatro e 33,33 ritornano al teatro sotto forma di sovvenzioni statali i teatranti sono fino a concorrenza di 66,66 remunerati in ragione del favore del pubblico e per le altre 33,33 in ragione del favore dei personaggi annidati in qualche buco governativo o corporativo.

 

 

Quale delle due maniere di distribuire le cento lire giova più alla prosperità del teatro? Finché dominò il buon senso, si preferì il primo sistema e si ebbero grandi attori e grandi cantanti. Adesso si preferisce il secondo; e cioè si asserisce implicitamente che il pubblico è incapace di fare le sue scelte e che i capaci alla scelta dei buoni spettacoli e dei buoni attori e cantanti sono coloro a cui è attribuita, in qualche maniera, ufficiale o corporativa, il diritto di dar giudizi.

 

 

Così operando, il teatro segue un andazzo generale. Cresce la percentuale dei consumi che sono deliberati, in quantità e qualità, da qualcuno il quale sta sopra ai consumatori ed ordina a costoro di consumare certi beni. Il che, entro certi limiti, è ragionevole e se ne possono trarre esempi dal campo delle bevande alcooliche, degli stupefacenti e dei razionamenti di guerra. Quali sono i limiti? Non stiamo oltrepassando di gran lunga i limiti del ragionevole, con un rompimento di scatole, a cui il pubblico si ribella facendo il vuoto intorno ai consumi imposti dalle diverse specie di ficcanaso pubblici?

 

 

Quali siano i limiti dei consumi patrocinati od imposti dall’alto, è difficile dire. In questa materia, come in molte altre controversie sociali, siamo purtroppo ridotti a quella forma di ragionamento che si dice del post hoc ergo propter hoc. Non potendo fidarsene, si è obbligati a riconoscere che l’esperimento delle sovvenzioni ai teatri non prova che, per virtù di esse, l’incasso, che senza di esse sarebbe stato di cento, abbia tendenza a marciare verso i centoventi, i centocinquanta ecc. Se così fosse le sovvenzioni sarebbero spiegabili. Taluno afferma, in contrario, che le sovvenzioni hanno condotto invece alla moltiplicazione delle compagnie di guitti e di mediocri e hanno spinto gli incassi all’ingiù da cento ad ottanta. Nessuno ha argomenti probanti decisivi nel senso dell’ingiù; ma nessuno ne ha neppure nel senso dell’insù. Nell’incertezza si può supporre che le sovvenzioni non abbiano una influenza dimostrabile ad aumentare gli incassi. Se è così, i salari e stipendi pagati ai suddescritti funzionari annidati negli uffici governativi e corporativi ed incaricati di riscuotere e di distribuire le sovvenzioni statali ai teatri sarebbero un costo netto per la collettività. Altri dirà: meglio distribuire cento milioni, ad ipotesi, a un certo numero di impiegati incaricati di riscuotere e distribuire sovvenzioni che non correre il rischio che i cento milioni vadano ad ulteriore profitto degli impresari.

 

 

Qui nasce il problema del giudizio da darsi dei «profitti». Parlando in generale, si deve dire: 1) tra un’impresa privata che incassa mille e spende novecento, con un profitto di cento e un’impresa pubblica che incassa novecento e spende novecento senza profitto, è preferibile certamente l’impresa pubblica; 2) ma se l’impresa pubblica incassa mille e spende mille senza profitto, è preferibile la privata. Almeno questa, guadagnando, dimostra di non essere causa di costi inutili. Peggio poi se l’impresa pubblica, avendo una spesa di millecento, obbliga i consumatori a pagare millecento. Sebbene non ottenga profitti, l’impresa pubblica è nemica dell’interesse pubblico.

 

 

Naturalmente, come accade per tanti altri errori che si commettono, saltano fuori i soliti: all’estero si fa anche così – come se gli errori altrui giustificassero i nostri spropositi; il cinematografo ammazza il resto – come se ciò non fosse la prova che il pubblico non ne vuol sapere di spettacoli organizzati a beneplacito e per il piacere di altri e non suo e come se i cinematografi non pretendessero di appropriarsi anch’essi il provento di imposte fatte pagare a chi può pagare a pro dei servizi pubblici; lo stato deve aiutare le arti belle – come se ciò non lasciasse in aria il quesito del modo e dei limiti dell’aiuto; ecc. ecc.

 

 

21 marzo 1949.

 

 

Sul medesimo argomento, si ritornò poi in una lettera privata all’on. Guglielmo Giannini, il quale aveva in proposito pubblicato nel numero del 30 maggio 1951 dell’«Uomo qualunque» alcune suggestive Vespe. La lettera al Giannini discute punti non toccati o diversamente toccati da quelli discussi nella lettera al Vinciguerra; prendendo in esame soltanto quelle tesi sulle quali vi era disaccordo.

 

 

Prima tesi:

 

 

Per l’industria dello spettacolo i soldi si prendono dallo spettacolo, dato che l’industria dello spettacolo è la sola che si sovvenziona da sé. Infatti i fondi occorrenti alle sovvenzioni dello spettacolo sono prelevati dal gettito della tassa… sugli spettacoli: per cui lo stato non sacrifica nessuno, ma si limita a limitare la sua voracità. Invece di mangiarsi tutto lo spettacolo, se ne mangia una parte, allo scopo di mantenere in vita la pecora da continuare a tosare.

 

 

Questo è un grossolano sofisma. Lo stato non tassa affatto lo spettacolo, come non tassa affatto il tabacco, come non tassa lo zucchero, gli spiriti, le bevande alcooliche, come non tassa nessuno degli oggetti su cui cadono le imposte sui consumi.

 

 

L’oggetto della imposta sugli spettacoli come di quelle altre sopra indicate, è esclusivamente il reddito del contribuente, reddito che non sempre, in nessun paese e particolarmente in paesi poveri e mediocri dove le imposte dirette sui redditi danno proventi limitati ed insufficienti può essere colpito direttamente presso il contribuente, ma dev’essere colpito attraverso le sue manifestazioni esteriori.

 

 

Lo stato si apposta presso le tabaccherie, alle porte dei teatri e dei cinematografi, e dice a chi acquista sigari e sigarette o biglietti di teatri o cinematografi: «Ah! tu spendi questi quattrini! Io non so e non m’importa niente di sapere se tu faccia bene o faccia male a spenderli in questa maniera. Vedo soltanto che tu i quattrini li hai guadagnati, non solo, ma che li spendi ed io approfitto di questa tua spesa per portarti via una parte del tuo reddito».

 

 

Il ragionamento sarà bello o brutto; si potrà litigare se sia necessario tassare i tabacchi o il vino, le bevande alcooliche o gli spettacoli, il sale o la carne e un po’ tutti insieme; ma quel che è certo è che lo stato non ha nessuna intenzione di tassare né spettacoli, né tabacchi, né petroli, né vino ecc. ecc., ma vuole tassare esclusivamente il reddito che è reso manifesto da quegli acquisti.

 

 

Tra parentesi, aggiungo che fino dal 1912 ho sostenuto che tassare la spesa sia di gran lunga preferibile e più corretto del tassare il guadagno; ma non insisto sulla parentesi, perché la mia tesi non ha avuto, purtroppo, alcuna fortuna né fra gli studiosi, né fra i politici.

 

 

Se fosse vero che lo stato tassa lo spettacolo e quindi deve restituire allo spettacolo i denari che gli ha portato via, sarebbe anche vero che lo stato deve restituire le tasse sui vini ai vignaioli, le tasse sul tabacco alle tabacchine ecc. ecc.

 

 

Non è che coloro che per avventura prendono parte alla produzione delle cose tassate non abbiano desiderio di appropriarsi di una parte della tassa. Ci fu un tempo nel quale i ferrovieri si immaginavano che le ferrovie dessero redditi sopraffini e pretendevano di amministrarle essi; e la voglia venne meno solo quando si accorsero che avrebbero dovuto pagar dei disavanzi.

 

 

Seconda tesi:

 

 

Il più bello in tutta questa tatanfera di fesserie che nessuna industria italiana è sovvenzionata meno e peggio di quella dello spettacolo. Per tutte le altre industrie passive tenute in vita artificiosamente si prendono i soldi dovunque.

 

 

Anche qui ci troviamo di fronte ad un sofisma: da ciò che si sovvenzionano industrie passive – ed io affermo da circa mezzo secolo che si sovvenzionano a gran torto e con grave danno della collettività – non nasce che si debba commettere errore analogo per altre industrie. Dalla circostanza che in un certo campo si commette errore, non si deduce affatto che l’errore diventi verità se applicato in un altro campo.

 

 

La utilità eventuale delle sovvenzioni agli spettacoli non si prova esponendo una teoria sbagliata riguardo all’imposta sugli spettacoli o facendo appello alla imitazione degli spropositi commessi in altri campi.

 

 

Se utilità esiste, questa dev’essere provata con un ragionamento diretto proprio dell’industria dello spettacolo. Ed è qui e soltanto qui che la discussione potrebbe essere feconda.

 

 

Suppongo che le sovvenzioni o premi, o comunque si chiamino, ai cinematografi e agli spettacoli si aggirano su per giù sui sette miliardi che vedo dichiarati nella relazione Marconcini. È evidente che i sette miliardi non fanno né fresco né caldo al tesoro dello stato: essi entrano, se pure entrano, nelle casse dello stato esclusivamente per uscirne a favore degli stessi spettacoli da cui lo stato li aveva ricavati. Lo stato potrebbe abolire tante imposte sugli spettacoli per l’ammontare di sette miliardi senza subirne nessun danno. Perciò si può affermare che lo stato in tutta questa faccenda non entra né poco né punto. La scelta è:

 

 

  • prelevare i sette miliardi di tasse sullo spettacolo, versarli a certi enti o persone incaricate della ripartizione, sperando che la ripartizione medesima avvenga in modo vantaggioso per la collettività; avvenga cioè in modo tale da favorire lo sviluppo delle varie specie di arti teatrali, dia impulso al teatro, guadagni a tutti i suoi collaboratori ecc. ecc.

 

  • abolire i sette miliardi di tasse lasciandoli in mano ai consumatori od agli esercenti spettacoli; agli uni ed agli altri senza incaricarsi di sapere se l’abolizione della tassa vada a vantaggio più dello spettatore ovvero degli esercenti l’industria e loro collaboratori. Se l’abolizione della tassa risulterà in una diminuzione di prezzo, il numero degli spettatori forse aumenterà ed il provento potrà anche darsi sia maggiore. Se rimarrà in tasca degli esercenti, probabilmente non solo essi, ma tutti i loro collaboratori ne trarranno profitto.

 

 

Ambedue i metodi producono certi effetti. Implicitamente coloro che favoriscono la esazione della tassa e la distribuzione dei sette miliardi a mezzo di enti, commissioni, concorsi, persone perite ecc. ecc. sono persuasi che la sapienza nel distribuire i sette miliardi sia un privilegio di quei tali enti, commissioni, dispensatori di premi e di vincite per concorsi.

 

 

Coloro i quali invece preferiscono che lo stato se ne lavi le mani e lasci i sette miliardi agli esercenti ed agli spettatori hanno una opinione diversa: ritengono, cioè, che il giudice migliore degli autori, degli attori, dei musicisti e di tutti gli altri collaboratori dello spettacolo sia il pubblico. Un tempo, quando giravano per l’Italia le grandi compagnie di attori che Lei ricorda così spesso e giustamente, quando si davano degli spettacoli meravigliosi nei teatri di musica senza chiedere un soldo a nessuno, chi giudicava e chi faceva la fama degli attori e dei musici era il pubblico; i favori di gloria e di denaro andavano a chi riusciva a conquistare il pubblico, non a chi riusciva a conquistare il favore di commissioni, di enti, ecc.

 

 

Il vero problema non sta quindi nelle argomentazioni non pertinenti all’oggetto in discussione. Il problema sta esclusivamente nella scelta tra i due modi di incoraggiare il teatro. Si vorrà dar venia allo scrivente se le sue preferenze vanno al secondo metodo.

 

 

5 giugno 1951.

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