Sullo sciopero dei gasisti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/02/1902

Sullo sciopero dei gasisti

«La Stampa», 7 febbraio 1902[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 458-461

 

 

Mentre lo sciopero dei gasisti si svolge, oso esporre la questione nel punto di vista economico. È una indagine a far la quale mancano troppi elementi. Sarebbe necessario conoscere non solo i desiderata degli operai e confrontarli con i salari che altrove si dicono ottenuti, ma valutarli, tenendo conto dello stato dell’industria a Torino, dei guadagni delle società, delle necessità di ammortamento del capitale, del costo e del prezzo di vendita del gas. Tutte cose che non conosciamo se non in modo molto vago. Perciò, in mancanza di documenti e di contraddittorio, possiamo concedere che gli operai gasisti avessero in tutto ragione dal punto di vista economico; vogliamo ammettere che le loro domande fossero ragionevoli e tali da poter essere accolte.

 

 

La questione non sta qui. Ciò che importa di sapere è se i gasisti abbiano presentato quelle loro domande in modo da conciliarsi le simpatie della cittadinanza e da persuadere a tutti che essi volevano tutelare soltanto i diritti propri e non cagionare danno altrui.

 

 

I gasisti si trovavano a questo riguardo in una posizione eccezionalmente favorevole. Essi dovevano lottare contro le società, le quali, certo, non avevano mai fatto nulla per cattivarsi le simpatie del pubblico. Noi stessi, su queste colonne, ripetutamente abbiamo dovuto alzare la nostra voce contro il pessimo servizio fatto dalle società ed abbiamo invocato dal municipio un’azione energica per costringerle a badare non soltanto all’utile proprio, ma anche agli interessi della cittadinanza.

 

 

Orbene, i gasisti hanno miseramente sciupata questa bella situazione. L’hanno sciupata per il tempo in cui dichiararono lo sciopero: quando Torino era angustiata dalla interruzione parziale o totale delle comunicazioni ferroviarie, telegrafiche, telefoniche. Hanno gittato le vie della nostra città nel buio, quando erano ingombre di neve e quando era divenuto pericoloso camminare di sera e di notte per le strade non illuminate.

 

 

Nessuno di essi potrà sostenere che il ritardo di una quindicina di giorni avrebbe potuto compromettere il raggiungimento dei loro voti: essi hanno affermato in un colloquio pubblicato su un giornale di Torino che sarebbe stato da ingenuo aspettare l’estate. Esattissimo: ma da febbraio al principio dell’estate molto tempo ci corre, e quando si tratta di un servizio che interessa tutta la cittadinanza, la ponderazione dei deliberanti è uno stretto dovere. Chi esercita un pubblico servizio deve anche, nella tutela legittima dei suoi diritti, avere ben fisso in mente quello degli altri. Il diritto della cittadinanza era che i gasisti, pur lottando contro le società, salvaguardassero il più possibile l’interesse di 330.000 persone, che degli eventuali torti delle società del gas non ne possono proprio nulla.

 

 

Hanno salvaguardato questo diritto della cittadinanza, usando, nel proclamare lo sciopero, la ponderazione dovuta, quella ponderazione che usano i ferrovieri, che fu raccomandata dallo stesso on. Turati nei comizi di domenica scorsa?

 

 

Esaminiamo serenamente il loro operato: dopo aver mandato il memoriale alle società, non avendone avuta risposta (le società affermano il contrario), dichiararono lo sciopero. Ma non basta mandare un memoriale per ritenere di aver esaurite tutte le vie della conciliazione; e non bisogna prefiggere alle società un termine tassativo di cinque giorni per decidere su domande gravissime e molto importanti per l’avvenire della loro azienda. Cinque giorni e neppure dieci non bastano per prendere una decisione matura intorno all’organico, all’aumento dei salari, alle pensioni, ecc. ecc.

 

 

Né basta. Trattandosi di un servizio pubblico, in cui non sono soltanto le due parti a contendere, ma è d’uopo aver riguardo ai terzi che in uno sciopero ne vanno di mezzo, ossia al pubblico, era opportuno che anche qui i gasisti imitassero i ferrovieri, i quali si appellarono al pubblico ed al governo, rappresentante della nazione, come a giudice delle loro pretese. Potevano i gasisti andare dal sindaco, dal prefetto, interessare i consiglieri socialisti, l’opinione pubblica, promuovere insomma un giudizio sulle loro domande.

 

 

Solo quando tutti questi sforzi fossero andati a vuoto, solo quando le società si fossero ostinate a non accettare le domande ritenute giuste dei gasisti e approvate in pubblica discussione, e non avessero voluto accogliere i buoni uffici delle autorità o di terzi, solo allora poteva lo sciopero essere dichiarato.

 

 

Ma anche in questo caso i gasisti avrebbero dovuto scioperare solo nell’intento di impedire il lucro delle società, e di costringerle così, se era possibile, alla resa e non avrebbero dovuto allargare lo sciopero in modo da arrecare danno al pubblico. Non basta profferirsi, come fecero i gasisti, ad illuminare la città colle torce a vento. Essi avrebbero dovuto sentire il dovere morale di difendere i propri interessi senza danneggiare il pubblico innocente. Avrebbero dovuto seguitare il lavoro alle officine per quel che riflette la illuminazione pubblica, pur rendendo impossibile alle società la fornitura ai privati. Così la lotta si sarebbe svolta realmente tra due interessi privati; ed i gasisti non avrebbero avuto, come hanno, contro di essi l’opinione pubblica unanime, offesa dall’impulsività di alcuni pochi che non tengono in alcun conto gli interessi di 330 mila persone. E si badi che contro l’opinione pubblica non si può lottare. Ben radi sono gli scioperi riusciti favorevoli agli operai quando avevano contraria l’opinione pubblica.

 

 

Nella quale poi sono rimasti dubbi – sia pure infondati – che lo sciopero corrisponda ai reali desiderii intimi di tutti i gasisti. Non è con una votazione aperta ed alzata di mano che si può conoscere i sentimenti reali di una massa.

 

 

I socialisti, che sono a capo di questo sciopero, avrebbero dovuto essere coerenti a se medesimi ed imporre che la deliberazione fosse presa per votazione segreta; essi che tanto ci tengono – ed a ragione – al voto segreto politico. L’esempio recente dello sciopero generale dei minatori di carbone in Francia prova quanto sia efficace il voto segreto ad evitare deliberazioni impulsive ed affrettate e non corrispondenti ai voleri della maggioranza operaia.

 

 

Agendo così, i gasisti hanno danneggiato la loro causa, perché hanno legittimato tutti gli energici provvedimenti presi dalle autorità. Se, per esempio, avessero procurato il gas per la pubblica illuminazione, le autorità – giustamente preoccupate dall’ingombro delle vie per la straordinaria quantità di neve caduta, per la mancanza del telefono, ecc., – non si sarebbero immischiate nella lotta puramente economica fra lavoratori e società.

 

 

Abbiamo voluto dire la nostra opinione, ch’è pure quella della grande maggioranza della popolazione, perché c’è sempre parso che il silenzio è una viltà, quando la parola è un dovere.

 

 



[1] Col titolo Una parola franca sullo sciopero dei gasisti [ndr]

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