Sullo scrivere per il pubblico del presidente della repubblica

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/08/1948

Sullo scrivere per il pubblico del presidente della repubblica

«Corriere della Sera», 22 agosto 1948[1]

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 7-11

 

 

 

Nel numero di mercoledì 13 agosto 1948 del «Corriere della Sera» l’on. Umberto Calosso pubblicava la seguente lettera aperta al direttore del giornale:

 

 

Da qualche tempo non vedo più sul «Corriere della Sera» gli articoli del suo antico collaboratore Luigi Einaudi, di cui ero lettore assiduo prima e dopo l’epoca fascista; e sospetto che la ragione di questa mancanza vada cercata nel fatto che il suo illustre collaboratore è ora presidente della Repubblica, e forse crede che gli convenga astenersi da una collaborazione nella quale necessariamente esprimerebbe delle opinioni economiche e finanziarie basate su certe convinzioni, e contrarie ad altre convinzioni, il che potrebbe sembrare una violazione delle funzioni che la costituzione assegna al presidente.

 

 

Avversario, in linea di massima, dell’indirizzo generale liberista e non socialista del suo illustre collaboratore in materia d’economia, sento il dovere di obiettare a questo che mi sembra un sofisma costituzionale. Non mi muove a ciò soltanto il desiderio legittimo di continuare a leggere gli articoli di uno scrittore geniale, i cui alti consigli non possono andare improvvisamente perduti per i lettori d’ogni tendenza; né la voglia maligna di dar un dispiacere a non pochi industriali lombardi (i quali amerebbero di non veder più rivelate sul loro giornale le loro antiche aspirazioni protezioniste e neghittose); né l’ammirazione verso la cultura e l’umanità di un uomo che fu mio professore, e di cui Gobetti, anch’egli suo alunno e mio condiscepolo, disegnò un profilo storico, ma anche e soprattutto il desiderio di affermare un orientamento costituzionale della vita italiana, dal punto di vista dell’uomo comune in una materia che non può essere lasciata agli specialisti.

 

 

A mio parere, nessuna costituzione democratica può togliere a qualcuno, sia pure al presidente della Repubblica, i suoi diritti di uomo e di cittadino. In una democrazia vivente, non formalista e non retorica, nessuno, dal presidente della Repubblica al più modesto bracciante, può esser ridotto a coincidere semplicemente con la sua funzione, facendo astrazione dall’uomo nella sua interezza. Ogni uomo come tale ha il «diritto di messaggio» verso gli altri uomini, sulla base della buona fede. E se si può pensare in astratto che qualcuno, che si trovi in una certa posizione politica, possa abusare del potere per dare al suo messaggio privato un valore diverso da quello del semplice cittadino, questo sospetto non può divenir presupposto in pratica senza recar offesa al sentimento morale e senza compiere un atto di pubblica diseducazione. Nel caso in questione, è chiarissimo a tutti gli italiani che la collaborazione di Luigi Einaudi al «Corriere della Sera» non è che la continuazione di un’opera antica quanto il secolo e anche quando essa fosse in polemica verso l’economia socialista non rappresenterebbe che la voce ben nota del cittadino Luigi Einaudi, la quale da gran tempo è una specie d’istituzione nazionale, e non comprometterebbe per nulla il presidente della Repubblica. Tutto ciò, beninteso, è possibile in un’atmosfera democratica di sincerità; ma è appunto questo il presupposto inabolibile e l’ultimo appello di una sana vita nazionale. Non facciamo, per carità, della costituzione una tomba di marmo e un imbroglio legale, come è un po’ nelle tendenze delle nostre vecchie classi dirigenti, bensì uno strumento di vita. Che ogni uomo il quale ha qualche cosa da dire lo dica con la massima energia, senza impegnare con ciò l’autorità dello stato: è in questo energico senso del limite che consiste la responsabilità repubblicana contrapposta all’irresponsabilità dei monarchi. Non si possono risolvere le difficoltà ricorrendo semplicemente alle forbici con le quali un tempo, unici in Europa, avevamo l’abitudine di garantire da ogni pericolo di stonatura i tenori di cappella.

 

 

Lei forse, signor direttore, potrebbe suggerire al suo illustre collaboratore di firmare con uno pseudonimo, non già per farne un segreto, ma per permettere all’eventuale polemica giornalistica degli avversari di muoversi con disinvoltura, distinguendo automaticamente tra lo scrittore e il presidente della Repubblica.

 

 

quanto a noi socialisti, noi non troveremo nessuna difficoltà a conservare la massima fiducia nella ben nota equanimità del presidente, e nello stesso tempo a sbaragliare, quando ciò fosse necessario, la ben nota tesi che sta alla base della fede liberista del suo illustre collaboratore, secondo la quale i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale (perché fare il proprio interesse è una cosa tremendamente difficile e solo nella solidarietà si trova l’autentico interesse di tutti gli uomini).

 

 

Mi creda, signor direttore, con distinti saluti, dev.mo

 

 

Umberto Calosso

 

 

Nel numero del 22 agosto, il presidente rispondeva con una lettera intitolata: Il fantoccio liberistico.

 

 

Caro Calosso,

 

 

la sua lettera, la quale mi ricorda così affettuosamente gli anni ormai lontani delle aule universitarie torinesi, mi costringe ad una risposta. Non, forse, sulla sostanza del problema costituzionale da lei posto; ma sulla impostazione della disputa che ella asserisce esistere fra i liberisti, quale io sono definito essere, ed i loro avversari che un tempo erano detti protezionisti o socialisti ed ora sembra debbano essere più opportunamente detti «pianificatori». Come mai ella, scrittore paradossale, ha potuto parlare di una «ben nota tesi che sta alla base della fede liberista (di Einaudi), secondo la quale i singoli uomini, urtandosi l’un l’altro, finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale»? Dico che uno scrittore paradossale, come ella certamente è, non avrebbe mai dovuto far propria quella definizione del liberismo, perché amante del paradosso è colui il quale ricerca e scopre la verità esponendola in modo da irritare l’opinione comune, costringendola a riflettere ed a vergognarsi di se stessa e della supina inconsapevole accettazione di errori volgari. Come mai ella, inventore, nel parlare e nello scrivere, di tanti paradossi suggestivi, ha potuto macchiarsi del volgarissimo errore degli avversari analfabeti del liberismo, raffigurandolo anche lei sotto le spoglie di un fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra? La ben nota tesi secondo cui «i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale» è una invenzione degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori. Non certo i negozianti, i quali, alla domanda di Colbert: «Che cosa lo stato può fare a vostro favore?», si dice abbiano risposto con la celebre frase: «laisser faire, laisser passer», vollero affermare una tesi liberistica. Essi volevano semplicemente dire, in quelle circostanze ed in quei tempi e per le branche di commercio da essi coltivate: «Non perseguitateci con tante scartoffie, non proteggeteci troppo, ché ai nostri traffici provvederemo noi!» Quella non era una tesi od una fede; ma l’esclamazione – che mi pare sia anche oggi quella di tanti uomini di ogni parte del mondo – di gente infastidita da rompiscatole e desiderosa di lavorare senza tanti impacci. Nessuno che abbia veramente letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti ammetterà mai che si applichi ad Adamo Smith la sua definizione fantoccio del liberismo: ad Adamo Smith, il quale scrisse che «la difesa è più importante della ricchezza» ed assoggettò quindi i cittadini alle imposte stabilite per il bene comune; il quale difese le leggi protezionistiche a favore della marina mercantile; il quale scrisse parole di fuoco contro i proprietari assenteisti ecc. ecc. Invano gli economisti hanno le centinaia di volte dichiarato bugiardo e calunnioso il fantoccio inventato dai loro avversari; invano ho ricordato infinite volte il titolo di un piccolo libretto, Les économistes classiques et leur adversaires di Schullern Schrattenhofen, nel quale, coi testi alla mano, l’autore dimostra che gli economisti classici, detti comunemente liberisti, hanno, assai prima e meglio dei loro avversari, messo in chiaro i casi nei quali l’intervento dello stato è necessario e vantaggioso per regolare l’attività privata quando questa, se fosse lasciata libera, sarebbe cagione di danno alla collettività. Invano, in tutti i trattati di finanza, il mio compreso, sono elencate e dimostrate le ragioni delle statizzazioni e delle municipalizzazioni, le maniere di esse ed i loro limiti. È così comodo combattere contro un fantoccio!

 

 

Vuole, caro Calosso, che anch’io le inventi un paradosso? «Liberisti sono coloro i quali, ragionando, cercano di precisare le ragioni ed i casi ed i limiti dell’intervento dello stato e degli altri numerosi e variabilissimi enti pubblici nelle cose economiche; e pianificatori sono coloro i quali gridano: piani, piani, piani! e producono confusione, facendo un’insalata russa abbominevole dei piani che sono compito dello stato, di quelli che spettano ad altri enti pubblici e di quelli che, dacché mondo è mondo, ogni persona sensata ha sempre fatto, col nome di bilanci, preventivi, progetti, per condurre la propria impresa o la propria famiglia». E, in fondo al paradosso, sta una verità sostanziale: è erroneo e pericoloso seguitare a baloccarsi con fantocci verbali ed a scaraventarseli l’un contro l’altro. Purtroppo non è possibile ubbidire all’insegnamento di Vilfredo Pareto e sostituire a parole equivoche le semplici lettere dell’alfabeto A, B, C ecc. cercando di definire rigorosamente le lettere medesime. Gli uomini, e particolarmente gli uomini politici, non amano le lettere dell’alfabeto, le quali non suscitano emozioni e passioni. Ma forse non è impossibile fare astrazione dai fantocci e cercare di dividersi e di discutere intorno ai problemi concreti, ad uno ad uno, e nel loro insieme considerati. Badi, caro Calosso, che io scrivo «dividersi e discutere» perché non credo, almeno per i problemi economici e sociali, nella unanimità dei consensi e nel 1921, se non erro, scandalizzai i miei colleghi senatori affermando nell’aula che le lotte del lavoro erano feconde; e che non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, ma la concordia ignava e la unanimità dei consensi. Né sembra che la esperienza del ventennio fascistico mi abbia dato torto. Ma credo anche che discutendo su problemi concreti e parlo di quelli economici non si possa dimenticare la sentenza di un altro grande italiano: Maffeo Pantaleoni, il quale insegnò che gli economisti si dividono in sole due categorie: di coloro che la sanno (la scienza economica) e di quelli che non la sanno. Era anche quello un paradosso. Ma conteneva una verità essenziale: che in quei problemi nei quali la soluzione può essere trovata col ragionamento esiste una soluzione sola che sia perfetta; e la discussione può impostarsi solo sulla opportunità di adottare quella soluzione perfetta od invece altre imperfette, sapendo che sono tali, ma rassegnandosi ad esse per motivi sentimentali irrazionali. I quali sono invece dominanti in altri problemi, rispetto a cui è inutile interrogare gli economisti, incapaci a rispondere, come tali, su argomenti posti fuori del loro campo.

 

 

Gli economisti chiedono solo di essere posti in istato di accusa essi e non fantocci immaginari creati, a scopo di infamia gratuita, dai loro avversari. Certamente essi non potrebbero essere accusati:

 

 

  • di essere contrari a quella che si chiama legislazione sul lavoro;

 

  • di essere avversari delle associazioni o leghe dei lavoratori;

 

  • di essere fautori della illimitata libera concorrenza in ogni campo;

 

  • di essere nemici delle imposte e dei provvedimenti atti a garantire ad ogni uomo la maggiore uguaglianza nei punti di partenza nella vita, la quale sia compatibile con la libertà dell’uomo ecc. ecc.

 

 

Non lo possono, perché le migliori e prime difese della legislazione sul lavoro e delle leghe operaie si leggono negli scritti degli economisti detti liberisti della prima metà del secolo XIX (per l’Italia basti citare Camillo di Cavour, giovanissimo illustratore della legge sui poveri); perché la teoria del monopolio è opera di Cournot (1837); perché la teoria della imposta progressiva come strumento di uguaglianza nei punti di partenza si legge in Bentham, gran sacerdote dell’utilitarismo, e fu perfezionata dagli economisti inglesi, e basti citare Wicksteed, il cui libro dovrebbe essere il vangelo dei riformatori sociali, desiderosi di conoscere le ragioni dei sentimenti dettati ad essi in confuso dalla passione politica e sociale.

 

 

La passione professionale mi ha spinto a varcare i limiti del riserbo che la carica mi impone? Spero di no; ed in ogni caso la colpa od il merito di avermeli fatti varcare è sua, caro Calosso, e della sua inopinata accettazione di un luogo comune calunnioso per la nostra confraternita.

 



[1] Con il titolo Il fantoccio liberistico [ndr].

Torna su