Sull’utilità delle conferenze internazionali ai fini della convertibilità

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Sull’utilità delle conferenze internazionali ai fini della convertibilità

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 319-324

 

 

 

La nota fu dettata, a margine di una memoria scritta ad occasione di una riunione dell’unione europea dei pagamenti, allo scopo di chiarire talune osservazioni apparentemente non benevole su periti e conferenze.

 

 

Non vorrei che le osservazioni a matita fossero interpretate nel senso che il lavoro dei periti e delle conferenze sulla convertibilità siano inutili.

 

 

È vero che la convertibilità quasi in tutto è un affare interno di ogni paese; e non un affare internazionale, dipendente da ciò che fanno gli altri; ed è vero perciò che di conferenze e relativi periti un paese ragionevolmente amministrato potrebbe fare a meno. Ma è vero anche che anni addietro, quando attendevo allo stesso ufficio, ad un collega governatore di banca centrale chiesi: siete voi in grado di mantenere la convertibilità della moneta carta del vostro paese in un dato peso di oro fino? Il governatore rispose: «No. Non perché non sarei in grado di mantenere l’impegno; ma perché:

 

 

  • il giorno nel quale io elevassi il saggio dello sconto dal 3 al 4, dal 4 al 6, dal 6 al 10, ossia a quel livello che a mio giudizio occorre per mantenere l’impegno, industriali e commercianti ed agricoltori provocherebbero una tale sommossa parlamentare da obbligare ministri del tesoro e dell’industria ecc. a costringermi a far macchina indietro;

 

 

  • quando negassi il risconto a qualche banca malandata, sarebbe pronto un ospedale, a cui dovrei anticipare miliardi;

 

  • alla prima ondata di licenziamenti, il ministro dell’interno strepiterebbe offeso dalla mia improntitudine;

 

  • al mio rifiuto di fare anticipazioni straordinarie al tesoro, sarebbe votata di urgenza una legge che metterebbe il posto di governatore alla disponibilità del potere politico.

 

 

«Il che vuol dire non che la convertibilità non possa essere mantenuta; ma che deve ancora essere inventata la maniera di ritornare alla regola dell’indipendenza delle banche centrali dal potere politico; e deve ancora essere persuasa e ripersuasa l’opinione dei dotti e dei semplici che, se si vuole ottenere un certo effetto, bisogna volere i mezzi».

 

 

«Quale è l’arma da me posseduta per mantenere e, nel caso mio, per raggiungere la piena convertibilità della moneta? Io non do e non darò mai le dimissioni dal mio posto; ma tutti sanno che tengo pronta la valigia per andarmene non appena avrò ricevuta, da chi ha il diritto di inviarla, la lettera nella quale mi si avviserà che sono stato esonerato dall’ufficio sin qui coperto».

 

 

Sin qui l’amico e collega. La lettera non è stata inviata; e la carta moneta di quel paese è oggi una delle più forti del mondo e sarebbe, se lassù non preferissero andar di pari passo con i paesi vicini, assai vicina alla convertibilità piena.

 

 

Poiché tuttavia la regola dell’indipendenza delle banche centrali di emissione dal potere politico non sembra facile a ristabilire, non esiste qualche strumento il quale tenti di raggiungere un risultato tollerabilmente vicino a quello che gli strumenti tradizionali otterrebbero a costo di grosse opposizioni politiche? Non si può inventare qualche bel congegno, il quale con una grande approssimazione si avvicini a quelle regole che i governatori delle banche centrali conoscono e non possono applicare? Poiché non esistono forze interne capaci di agire, occorre escogitare qualche bel congegno internazionale, circondato da misterioso alone, il quale incuta un certo rispetto ai poteri politici interni di ogni paese ed impedisca ad essi di fare troppi malanni.

 

 

Non è questa la ragion d’essere di tutte le lettere dell’alfabeto che sono in giro e dei relativi esperti?

 

 

Se i periti delle conferenze internazionali sono seriamente consapevoli che questo è il loro compito, la loro opera è vantaggiosa. Aggiungendo regole a regole, una più dell’altra complicata, lavorano a gran costo; ma possono riuscire, incolpando ognuno qualcun altro di tutto ciò che succede, a persuadere ognuno a comportarsi relativamente bene. Il guaio è che i periti delle conferenze internazionali devono essersi persuasi che sono proprio loro a fare andare avanti la baracca ed a fare, con i loro congegni e con le loro lettere dell’alfabeto, opera sublime salvatrice. Se fossero convinti che il loro ufficio, importantissimo, è di applicare cataplasmi, sarebbero benemeriti. Coi cataplasmi si calmano i dolori; e frattanto si tira innanzi. Potrebbe anche darsi che i popoli si persuadessero che la moneta, qualunque moneta, si salva se si ritorna all’idea che ha informato di sé lo stupido secolo diciannovesimo: che i debiti si pagano nella stessa moneta reale, in cui si sono contratti; e che i debiti li paga solo chi non spende oltre i propri mezzi. Qui sta la tremenda difficoltà: uomini e popoli vogliono vivere oltre i propri mezzi; e non giova immaginare congegni per girare attorno alla difficoltà. I congegni sono utili se si sa che quella è la difficoltà e che i meccanismi servono se sono utili a sormontarla. Invece, aiuti dell’I.M.F., fondi di stabilizzazione, crediti bilaterali o multilaterali da stato a stato sono purtroppo strumenti con cui i popoli si illudono di potere conseguire uno scopo che si ottiene solo con la fatica e con le rinunce. Il momento felice della vita di Churchill fu quando, dopo Dunkerque, promise agli inglesi morti, feriti, fame e dolori. Così fu salva l’Inghilterra. Non si può, in materia di economia, abbondare in promesse dolorose ai popoli; ma, pur usando il linguaggio ammorbidito conveniente ad indurre gli uomini a condursi bene, si deve sapere che i mezzi atti a raggiungere la meta sono quelli che Micawber, nell’immortale romanzo di Dickens, insegnava e non sapeva applicare: a chi spende diciannove soldi per ogni lira, prosperità; a chi spende ventun soldi, miseria.

 

 

8 luglio 1953.

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