Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Tassazione di veri guadagni o confisca dei patrimoni antichi?

«Corriere della Sera», 28 luglio 1920[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 809-813

 

 

 

La Giunta generale del bilancio ha votato un ordine del giorno, in cui si invita il governo a presentare un disegno di legge «per colpire opportunamente i redditi ordinari e comuni realizzati in conseguenza della guerra».

 

 

In sostanza, la Giunta generale del bilancio ha voluto dire: «sta bene la tassazione al 100% dei profitti dipendenti dalla guerra; ma poiché tali profitti legalmente sono soltanto quelli degli industriali, dei commercianti, degli affittuari di terreni e degli intermediari», rimarrebbero esenti i profitti conseguiti durante la guerra da altre categorie di contribuenti e cioè dai proprietari di terreni e case, di tonnare, di solfare, e dai professionisti. È giusto che anche questi profitti siano colpiti, se non al 100%, con una «opportuna» imposta.

 

 

Il problema deve essere impostato correttamente, per evitare da una parte illusioni e dall’altra iniquità gravissime. Sarebbe una illusione credere di poter incassare somme apprezzabili tassando i sovraprofitti delle categorie di persone sopra indicate e che sono le sole sfuggite all’applicazione dell’imposta sui sovraprofitti. Tonnare e solfare sono poca cosa; i proprietari di case hanno avuto i fitti limitati per legge, e certamente sono pochissimi coloro che, per circostanze fortunate di sloggi, hanno potuto aumentare il reddito complessivo delle loro case al di là dell’8% sul capitale investito. Hanno guadagnato assai, alle spalle dei proprietari e degli inquilini, coloro che subaffittarono, gli affittacamere e simili. Ma costoro, in qualità di intermediari, ben potrebbero essere tassati con la legge vigente; e se non lo sono, la ragione si è che per lo più sono inafferrabili e l’imposta a loro carico è inesigibile.

 

 

I proprietari di terreni sono una massa maggiore; ma bisogna ricordare che i maggiori proprietari, che sono i soli a cui l’ordine del giorno probabilmente si riferisce, di solito avevano affittato i loro terreni. Chi ebbe guadagni dalla guerra non furono i proprietari, ma i loro affittuari. I proprietari dovettero stare rabbiosamente a guardare; ed al più ottennero l’aumento legale del 20% sui fitti, neppure sufficiente a coprire le maggiori imposte e spese. I soli i quali ottennero guadagni di guerra, furono i proprietari che direttamente coltivarono i loro fondi, ossia sovratutto i piccoli e medi proprietari. Vorremo colpire anche costoro? Socialmente, sarebbe un errore, perché i redditi di questa categoria furono quasi del tutto risparmiati e bene impiegati nell’acquisto di nuove terre e nello spezzamento della grande proprietà fondiaria. Fiscalmente, bisognerà pur concedere ad essi, come a tutti gli altri contribuenti, l’8% sul capitale investito e poi le 20.000 lire a testa e ad anno. Fatte queste detrazioni, ben poco rimarrà da tassare, direi nemmeno tanto che rimborsi allo stato la spesa degli stipendi dei funzionari accertatori. Il lavoro nuovo, scaricato sugli agenti delle imposte, di rinvangare milioni di bilanci di piccoli e medi proprietari, che non hanno mai tenuto un bilancio, farà perdere miliardi allo stato per minori accertamenti in altri campi più produttivi.

 

 

Rimangono i professionisti e per giustizia la Giunta del bilancio avrebbe dovuto aggiungere i più ben pagati tra i capi – tecnici ed operai. Qualche lavoratore del porto di Genova, di cui si narrano salari di 150 lire e più al giorno, qualche cooperatore marinaio caro al cuore dei socialisti potrebbe essere preso nella nuova rete. Praticamente, la finanza da tutto ciò non ricaverà un soldo. Abbiamo tante leggi destinate a rimanere scritte sulla carta. Val la pena di scriverne un’altra?

 

 

Probabilmente non è a queste trascurabili fonti d’entrata, anzi a queste sicure cause di dispersione di forze per l’amministrazione e quindi di grosse perdite per la finanza, che i componenti la Giunta del bilancio avevano rivolto lo sguardo; ma ad altri guadagni. È vero, si può dire, che i proprietari di case ebbero perdite in conseguenza della guerra, per quanto riguarda i fitti, ossia il reddito delle case. Parecchi di essi però vendettero le case e realizzarono nella vendita lucri ingenti. Case acquistate per 100.000 lire furono rivendute per 200.000 lire. Ecco 100.000 lire di guadagno tassabile. È vero che i grossi proprietari di terreni dovettero rassegnarsi a veder guadagnare colla vendita dei loro prodotti gli affittuari; ma non pochi di essi finirono per vendere i loro fondi, talvolta agli affittuari medesimi, a prezzi di gran lunga eccedenti gli originari prezzi d’acquisto. Fondi che valevano 300.000 lire furono venduti per 1.000.000 di lire e più. Ecco un’altra rilevante materia imponibile.

 

 

Qui è bene che il problema sia posto in tutta la sua gravità. In tempi normali, a moneta costante, si può ammettere entro certi limiti la tassazione dei realizzi degli incrementi patrimoniali. La soluzione giusta a parer mio l’ha data il disegno Meda, ora decreto 24 novembre 1919, il quale, a partire dall’1 gennaio 1921, sottopone questi guadagni alla imposta complementare sul reddito. Questa, ricordiamolo, è legge vigente, ed è la migliore delle norme finora escogitate in materia in Europa: tassazione colla complementare sul reddito, non colla normale, alla pari di tutti gli altri redditi. Se fossimo in tempo di moneta costante, si potrebbero applicare con effetto retroattivo gli articoli 74 e 79 del detto decreto a tutte le vendite effettuate dopo l’1 agosto 1914. Sarebbe la soluzione più semplice e di più agevole applicazione.

 

 

Ma ciò suppone un regime di moneta costante. Oggi, con moneta deprezzata, tassare quei cosidetti aumenti patrimoniali non vuol dire tassare un guadagno nuovo, vuol dire confiscare una parte del patrimonio antico.

 

 

Tizio aveva una casa od un fondo rustico, che nel 1914 valeva 100.000 lire. Nel 1919 o nel primo semestre 1920 lo vendette per 300.000 lire. In apparenza egli ha guadagnato 200.000 lire. In realtà non ha lucrato nulla. Egli si trova nella stessa precisa situazione di prima. Il suo patrimonio non è realmente aumentato neppure di un centesimo; le sue 300.000 lire d’oggi, lire piccole e svalutate, valgono ne più ne meno delle 100.000 lire del 1914. Tutti siamo persuasi di questa verità quando si parla di salari e di stipendi; e tutti diciamo che guadagnare 30 lire al giorno oggi equivale a guadagnare 10 lire prima della guerra. Perché questo ragionamento non sarebbe più giusto quando si parla della proprietà immobiliare?

 

 

L’imposta di cui si parla vorrebbe tassare gli incrementi realizzati di patrimonio, ossia la differenza tra il valore del patrimonio nel 1914 e quello realizzato nel 1920. Ma una differenza si può fare solo tra due quantità omogenee, non mai tra due quantità eterogenee, come sono la moneta del 1914 e quella del 1920. Altrimenti si confisca il patrimonio di prima, non si tassa un guadagno. Se noi a Tizio portiamo via una metà delle 200.000 lire di apparente guadagno, egli resta con 200.000 lire; e con queste egli non può comprare una casa, un fondo un qualche cosa uguale al fondo che aveva nel 1914, ma solo i due terzi del fondo stesso. Il che dimostra che l’imposta non gli ha portato via un guadagno, ma gli ha confiscato una parte di ciò che egli possedeva già.

 

 

Se si vuole dunque estendere l’imposta ai realizzi di patrimonio, bisogna almeno almeno che il confronto tra il valore vecchio e il valore nuovo sia fatto riducendo i due valori allo stesso comune denominatore. Seguendo un precedente posto nella legge del 1866 sulla perequazione fondiaria, legge scritta in un’epoca in cui i legislatori si chiamavano Messedaglia e sapevano ragionare, bisognerebbe che almeno tanto il valore d’acquisto quanto il valore di vendita fossero ridotti, tenendo conto dell’aggio del giorno, a lire-oro. In questo caso sì si paragonerebbero cose uguali; e potremmo dire che, se c’è una differenza in più, ci fu vero guadagno. Per motivi che la brevità mi vieta di esporre, e sovratutto perché anche la lira-oro si è deprezzata nel frattempo di circa la metà, la cifra risultante di guadagno sarebbe ancora esagerata. L’errore sarebbe però meno grossolano di quello che si avrebbe paragonando due lire così disformi come quelle del 1914 e del 1920.

 

 

In Inghilterra, quando si discusse l’argomento, una commissione aveva proposto di concedere un abbuono o franchigia del 100% sul valore vecchio del patrimonio, appunto per tenere conto del rinvilio della lira – sterlina, che pure è stato di tanto minore a quello della nostra lira. La proposta fu seppellita, sembrando al governo ed al parlamento che la tassazione degli alimenti di patrimonio fosse troppo grave di ingiustizie, troppo pericolosa e troppo poco fruttifera per la finanza. Fecero benissimo, dimostrando ancora una volta che tutte queste pretese novità non reggono ad un esame un po’ approfondito.

 

 

Se qui in Italia si vuole seguire altra via, si abbia per lo meno l’avvertenza di non far passare col nome di tassazione di guadagni quella che sarebbe vera confisca. Ciò non dovrebbe piacere neppure ai socialisti, i quali vogliono espropriare, dicendo apertamente di voler espropriare e non ricorrendo alla formula ipocrita della tassazione di guadagni non mai esistiti. Contro la formula ipocrita dovrebbero sovratutto levarsi, sinché si è in tempo, le rappresentanze degli agricoltori. La terra non ha mai corso tanto pericolo di essere subdolamente espropriata, senza indennizzo ed anzi con la taccia di lucro di guerra, come oggi in conseguenza di questa novità tributaria.

 

 



[1] Con il titolo Tassazione di veri guadagni o confisca dei patrimoni antichi? Un grave pericolo per gli agricoltori [nrd].

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