Tema per gli storici dell’economia. Dell’anacoretismo economico
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/06/1937

Tema per gli storici dell’economia. Dell’anacoretismo economico

«Rivista di storia economica», giugno 1937, pp. 186-195

Liberismo e liberalismo, Ricciardi, 1957, pp. 134-150

 

 

 

Giova ritornare, per proporre non soluzioni bensì problemi, sopra al legame tra idea liberale e liberalismo economico, che il Croce recentemente e ripetutamente (ad es. in «La Critica» 1936, pagg. 372, 399 e 459) ha dichiarato contingente, ed in nessun luogo forse meglio che colle parole seguenti:

 

 

«L’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie; essa si oppone primamente e direttamente all’oppressione e falsificazione della vita morale, da qualunque parte si eserciti, da assolutisti o da democratici, da capitalisti o da proletari, da czar o da bolscevici, e sotto qualunque finzione mitica, sia quella della razza ariana, sia l’altra della falce e martello; e il promovimento della libertà è il criterio con cui misura istituti politici e ordinamenti economici, in rapporto alle varie situazioni storiche, a volta a volta accettandoli o respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine. L’ideale liberale ha natura religiosa, e la storia della libertà è storia religiosa che di continuo e giudica e domina la storia economica, e non è già storia economica che della religione si serva di maschera, come immaginava Carlo Marx … Solo movendo dalla libertà come esigenza morale è dato interpretare la storia, nella quale questa esigenza si è affermata e ha creato di volta in volta le proprie istituzioni, secondo che di volta in volta era possibile nelle varie epoche: come monarchie feudali e come repubbliche comunali, come monarchie assolute e come monarchie costituzionali, e via dicendo, e anche come vario ordinamento della proprietà nell’economia a schiavi, a servi e a salariati, nella massima del lasciar fare e lasciar passare, e nell’altra, diversa, dell’intervento statale, e via (ivi. 459).

 

 

Alle considerazioni che qui intendo fare ha fornito lo spunto il Croce medesimo quando avvertì che, fermato il punto della esigenza etica a cui il liberalismo risponde, nasceva la «ulteriore questione del mezzo di assicurare l’esercizio pratico di questo diritto». Pur riconoscendo che se «se ne potesse trovare uno diverso e migliore dell’istituto dei parlamenti, converrebbe adottarlo », osservava non risultare «che l’umanità, da quando vive in società politica, ne abbia mai trovato a quell’effetto un altro di natura radicalmente diversa, né che ora sia riuscita ad escogitarlo» (ivi, 399). Nelle quali parole è implicita l’affermazione che l’esigenza morale della libertà non si attui o non si attui pienamente se manchino o sieno vietati i mezzi all’uopo idonei. Consistano questi mezzi nei parlamenti od in altro, pare difficile scindere compiutamente l’idea liberale dallo strumento con cui essa si converte in azione operante, che di sé informa la vita di pochi, di molti o di tutti i membri della collettività umana.

Sono i mezzi o strumenti indifferenti all’idea? Al quesito è facile rispondere che nessun mezzo è per se stesso bastevole ad assicurare la libertà morale e che qualunque mezzo, sia pur creato a tal fine, può esser pervertito a conseguire il fine contrario. Troppo spesso si videro i parlamenti, sorti a guarentigia dei cittadini contro il potere assoluto del re, diventare essi stessi strumenti di tirannia; troppo spesso si vide la libertà di stampa, reclamata per assicurare la critica contro il dogma imposto coattivamente, diventare efficacissimo mezzo di perversione del pensiero, perché sia lecito attribuire ai mezzi o strumenti un’efficacia autonoma. Tuttavia vi hanno mezzi, i quali per l’indole loro medesima invincibilmente repugnano all’idea della libertà ed altri, i quali invece, se pure sono impotenti a crearla, tollerano e talvolta favoriscono il sorgere ed il fiorire od, almeno, l’allargamento di essa ad un numero più grande di uomini. Codesto legame di repugnanza o di tolleranza e perfino di promovimento deve dirsi necessario ovvero contingente, perpetuo o transitorio?

 

 

Preferirei dire che gli uomini deliberati a conseguire o preservare libertà repugnano a taluni mezzi e si attengono ad altri; dimodoché i mezzi adoperati sono come l’indice esterno delle tendenze morali degli uomini. Essendo meri indici o manifestazioni della volontà morale, non possono dirsi certamente attributi necessari e perpetui della idea della libertà, cosicché, cessando l’attributo, scompaia l’idea. Questa è eterna e propria dell’uomo, il quale può escogitare mezzi sempre nuovi per attuarla. La circostanza che l’idea si «possa» attuare con certi mezzi e «repugni» ad altri non è tuttavia indegna di meditazione.

 

 

Per restringermi, come è nell’indole di questa rivista, a considerazioni economiche, non pare accettabile senza qualche riserva la tesi che la libertà possa affermarsi qualunque sia l’ordinamento economico ed anche nell’economia a schiavi od a servi. Perché lo schiavo od il servo si senta pienamente libero occorre da un lato che egli affermi l’inesistenza delle differenze giuridiche che lo distinguono dagli uomini liberi, ossia neghi, occorrendo colla forza, l’ordinamento economico vigente. L’esigenza universale della libertà che implica l’esigenza del riconoscimento della dignità umana altrui pare d’altro canto incompatibile colla affermazione del diritto proprio a disporre, come di cosa, di un altro uomo. L’idea liberale trionfa e si perfeziona non con l’uso dello strumento della schiavitù, bensì col negarlo e collo sforzarsi di spezzarlo e sostituirlo con altro più congruo. Parimenti, entro i limiti in cui fu storicamente vero che nei comuni tra il mille ed il milletrecento le corporazioni d’arti e mestieri furono strumento efficace a servi ed oppressi per unirsi, rafforzarsi, acquistare coscienza della propria dignità personale, l’istituto delle corporazioni fu strumento efficace di attuazione dell’idea della libertà. Ma questa avrebbe repugnato invincibilmente a servirsi dello strumento medesimo nei secoli XVII e XVIII quando le corporazioni erano divenuti corpi chiusi cristallizzati da regolamenti regi, i quali consacravano il privilegio dei maestri in carica. Gli artigiani gli inventori gli innovatori cercarono allora libertà, che non era soltanto economica, bensì anche libertà piena di vivere secondo i dettami della propria coscienza, abbandonando le vecchie città a carta, fornite di privilegi, per fondare nuove città nella campagna o traversando, come fecero i «pilgrim fathers», i mari per creare nuovi stati nelle vuote terre americane. Non certo l’istituto della corporazione creò o negò libertà; ma gli uomini dei comuni intesi a libertà crearono corporazioni «aperte», concorrenti le une contro le altre nell’attirare a sé i migliori; ed invece gli uomini proni a servitù morale del basso impero o del Sei-Settecento si adagiarono nelle corporazioni «chiuse» simili a caste ereditarie, che poi altri uomini ribelli a servitù dovettero con duro sforzo fuggire o distruggere. Il desiderio di sopraffare la concorrenza economica degli arabi e degli ebrei nella Spagna del Quattrocento, degli ugonotti nella Francia di Luigi XIV non invocò, no, principi di libertà, bensì fece appello al mito della necessità di fare trionfare la vera fede contro l’eresia. La cacciata degli ebrei dalla Spagna e degli ugonotti dalla Francia non riuscì, è vero, a distruggere la libertà intima dei perseguitati. Il marrano spagnuolo il quale compieva atti formali di ossequio alla religione da lui aborrita, esaltava forse in se stesso la propria libertà spirituale; attingeva nella macerazione interiore del sentimento e del pensiero virtù più sottili di resistenza all’oppressione o, come forse Bodin, gioiva nel costrurre teorie che si riannodavano alla fede ed al pensiero aviti. Esaltando la propria libertà spirituale frammezzo all’esterno obbligatorio conformismo, quei pochi prepararono il trionfo successivo della libertà per i molti. Indizio del trionfo avvenuto fu il riconoscimento della uguaglianza economica e giuridica fra ebrei e cristiani, fra ugonotti e cattolici. La Russia contemporanea è esempio stupendo della incompatibilità fra pieno conformismo economico e pienezza di libertà morale. La odierna caratteristica economica russa non è invero l’adozione del sistema detto comunistico. Io non so che cosa sia questo, perché le definizioni forniteci dai suoi sacerdoti sono, in sede teorica, troppe e vaghe, e perché, ridotti alle strette, costoro dichiarano erronea ogni critica ad una concezione la quale si attuerà in futuro in maniere oggi imprevedute.

 

 

Qualunque esso sia, se il sistema fosse consapevolmente voluto da tutti od anche solo da molti russi, esso sarebbe perfettamente compatibile con la libertà morale. Volendo un fine, ad ipotesi, una certa uguaglianza di vita o di punto di partenza nella vita economica tra gli uomini, ed essendo persuasi che la organizzazione comunistica della struttura economica sia mezzo adeguato al fine, codesti russi avrebbero creato o creerebbero gli organi produttivi e distributivi all’uopo opportuni; né si vede come da questa creazione sarebbe menomata la loro libertà spirituale e morale. Potrebbe darsi che l’ordinamento così voluto conducesse a risultati, in punto di beni economici prodotti, minori di quelli conseguibili con altro ordinamento, ad es. di impresa privata; ma poiché gli uomini consapevolmente avrebbero voluto quei diversi minori risultamenti, nessuna libertà sarebbe da ciò offesa. La caratteristica economica della Russia d’oggi non è però un qualunque non definito ordinamento comunistico, bensì la sua introduzione ad opera di una piccola minoranza che lo impose e lo conserva, a tacere delle condanne a morte, con la forza delle armi, della polizia, dei lavori forzati e dell’esilio in Siberia, con la esclusivistica assidua predicazione di radio e di stampa, con la soppressione di ogni mezzo di elevazione intellettuale, con la intolleranza di ogni critica la quale non si svolga entro i limiti tecnici della adesione ai principi di giorno in giorno bene accetti ai dirigenti bolscevici. Non l’ordinamento comunistico; ma la soppressione di ogni possibilità di pensare, di parlare, e di operare diversamente dai modi dai dirigenti ritenuti conformi all’ordinamento da essi con quel nome attuato è la caratteristica della Russia economica odierna[1]. Come non ritenere incompatibile la libertà spirituale con siffatto conformismo economico? Per vivere l’uomo russo deve conformare la sua condotta, le sue parole, ogni estrinsecazione esteriore della propria personalità ai dettami imposti dai dirigenti. Solo chi è disposto a rinunciare a tutto: non solo all’ambizione, pur legittima, di fare valere se stesso in ragione dei propri meriti, di procacciare a sé condizioni di vita migliori, ma anche al dovere, che è morale, di apprestare le necessità della vita ai propri cari, solo l’eroe può affermare apertamente la propria libertà. Gli altri, ossia tutti, sono costretti a nascondere il proprio pensiero nell’intimo foro della coscienza. Il che vale, per quasi tutti gli uomini, quanto cessare sì poco a poco di pensare; poiché il pensiero nasce e vigoreggia nel contrasto delle tesi, nel diniego delle idee altrui, nella lotta contro il male e per il bene. A poco a poco il pensiero si ottunde, vittima del conformismo universale. La libertà spirituale più non esiste, se non nello spirito dei pochi eroi. Chi sono gli eroi russi? Non le vittime dei grandiosi processi di tempo in tempo offerti ad esortazione dei fedeli od a contemplazione inorridita del mondo esterno. Siano poveri diavoli colpevoli di qualche atto di cosidetto sabotaggio, il che vuol dire di piccole negligenze o corruzioni inevitabili in una macchina economica mossa dalla dotta ignoranza dell’alto o siano membri della minoranza dominante offerti in olocausto, perché colpevoli di ferocia inopportuna, costoro non possono per fermo essere fatti passare per campioni della libertà del pensiero russa. Chi siano i pochi eroi che mantengono viva la fiamma della libertà del pensiero in Russia noi non sappiamo. Forse qualche superstite della vecchia intelligenza, riuscito a farsi dimenticare col compiere umili lavori manuali o scritturali. Forse qualche giovane insoddisfatto del verbo cerca da sé le ragioni della vita attraverso le pagine del vangelo o di Tolstoj. Forse un altro giovane il quale nelle rinnovate catacombe russe ascolta la parola di Dio dalle labbra del sacerdote, che coraggiosamente offrendo se stesso in quotidiano olocausto tenta di redimere la chiesa ortodossa dalla abiezione nella quale era caduta, al tempo czaristico, per servilismo verso i potenti. Dicesi che taluno di questi superstiti o ribelli, rinnovando i fasti della Tebaide antica, cerchi oggi rifugio nelle forate degli Urali; ed ivi grazie alla compassione dei pastori nomadi, viva libero, predicando la parola della verità, la quale un giorno dovrà affrancare la Russia dagli attuali oppressori della sua libertà spirituale.

 

 

Il bisogno di sottrarsi al conformismo delle regole di vita dettate dalla burocrazia interprete della religione marxista, non è proprio solo dei pochi spiriti eletti, i quali sentono prepotente il bisogno della libertà morale. In forme più grezze, non chiaramente collegate con i sentimenti più alti dell’animo e mosse sopratutto dalle esigenze materiali della vita, quel bisogno è talvolta fortemente sentito dagli umili. L’operaio laborioso, il quale tuttavia soffre nel compiere il lavoro secondo il comando del sovrastante o delle macchine; il commesso o l’impiegato, il quale è pronto a lavorare intensamente per più di otto ore al giorno, ma non trae gioia dal compito anche lieve assegnatogli dal superiore di cui egli ha coscienza di essere dappiù; l’uomo il quale deve lasciarsi passare dinnanzi, nella chiamata al posto o nell’avanzamento, colui il quale, secondo le regole conformistiche osservate nella Russia bolscevica, è più anziano, o meglio fornito di documenti scolastici o di attestati di benemerenza od ha dato prova di più pronto ossequio alla religione marxistica dominante, costui è un candidato all’anacoretismo. Nei secoli del basso impero romano, chi voleva sottrarsi agli onori ed agli oneri del decurionato o dell’appartenenza ereditaria alla casta assegnatagli dalla nascita nella gerarchia fissata dalla legge, fuggiva, se in Egitto, nel deserto per darsi all’anacoretismo ascetico od al nomadismo predatorio; cercava, se viveva nelle Gallie, l’ospitalità dei liberi germani, facendosi ad essi consigliere di preda o di invasione. In tempi più recenti, i figli della borghesia, intolleranti del piatto conformismo materialistico della loro classe, andavano tra il 1880 ed il 1900 verso l’operaio e diventavano apostoli di socialismo. Una indagine di straordinario interesse storico sarebbe oggi quella di chi studiasse nel mondo occidentale europeo ed in quello nord americano i rapporti fra l’incremento del conformismo e quello dell’anacoretismo economico.

 

 

Intendo per conformismo economico il vigoreggiare — in parte, e forse in notevole parte, ed anche questa sarebbe indagine storicamente assai suggestiva, vigoreggiare artificioso dovuto a privilegi legali negatori della libertà altrui — del tipo monopolistico di intrapresa per consorzi cosidetti facoltativi o francamente obbligatori, per divieti legali di concorrenza, per affermate ragioni di pubblico interesse. Cotale tipo è conformistico perché non mette a capo delle grandi imprese economiche gli uomini, di fatto rarissimi, i quali posseggono davvero le qualità necessarie a comandare ed organizzare in aperta competizione con ogni altro capo, eserciti di operai di impiegati di tecnici e di funzionari. L’impresa puramente economica non è conformistica, perché è sempre minacciata dai ribelli, da antichi operai o tecnici od impiegati, i quali attendono il capo al varco dell’errore, dell’eccesso, dell’affievolimento volitivo o della decadenza fisica. Conformistica è l’impresa la quale è cresciuta grazie a qualità che non sono quelle del mero condottiero economico. Conseguire privilegi legali di dogane, di moneta, di contingente, di provvista di lavoro, di licenze di esportazione e di importazione, di ampliamento di forniture è proprio non del capo ma del politico economico. Ed è qualità che tanto più vale quanto più chi primo la fece valere riesce a impedire altrui di usarla. L’impresa conformistica non può vivere se non vieta a chi ha le mere qualità economiche di farle valere e se non diventa ogni giorno più estesa e regolata e burocratizzata. Cresce il numero degli scontenti, i quali non vedono modo di sottrarsi, nell’ambito della banca dell’industria e del commercio esercitate secondo le esigenze degli estesi mercati contemporanei, alla dura grigia uniforme ubbidiente vita del soldato che si muove per ordini di cui la ragione non può essere da lui valutata. In queste condizioni è inevitabile il sorgere dell’anacoretismo economico. Al margine delle imprese conformistiche regolari ubbidienti alle regole che il conformismo ogni giorno moltiplica e perfeziona, spuntano, gli irregolari venturieri, i soli. Se un lavoro può essere compiuto dalla mano aiutata da qualche modesto arnese, accanto all’impresa la quale per le sue dimensioni è veduta e perciò deve ubbidire alla re-gola comune, spunta l’offerta dell’irregolare pronto a compiere lo stesso lavoro a condizioni assai più favorevoli per il committente. Se il grosso impresario, legato dai vincoli che egli ed i suoi pari e dipendenti vollero, è costretto a chiedere 10 dollari al m.c. per costrurre il grattacielo nella città, nelle campagne casette di pregio non minore sono costrutte a 4 od a 5 dollari dal muratore il quale lavora, senza ricorrere a mano d’opera estranea, coll’aiuto dei figli dei cognati e dei generi. Quando la regola conformizza salari ed orari, sorge l’anacoreta, il quale vende direttamente al consumatore il frutto del suo lavoro compiuto da solo senza vincolo d’orario o salario. Se la grande fabbrica, con la rete dei grossisti e minutanti e le norme cresciute attorno ad essi per regolarne i rapporti a seconda di quella che dicesi equità, è costretta a vendere i cappelli a 100 lire l’uno, il consumatore attento finisce per scoprire nel buio di un cortile cittadino l’anacoreta, il quale lavorando da sé, aiutato da famigliari grandi e piccoli, il feltro acquistato dal produttore, vende cappelli identici, per eleganza e bontà, a 40 lire. Dico che costoro sono anacoreti, non perché siano mossi da un qualsiasi anelito spirituale verso l’alto, ma perché ubbidiscono all’istinto di sviluppare la propria persona secondo lo impulso che il cuore, cantando nella maniera materiale e grossa loro propria, ordina ad essi di seguire. Il loro canto non è, certo, quello del poeta; il loro pensiero di non conformisti non è consapevole e chiaro; ma che vi sia canto e pensiero è manifesto dalla gioia che l’anacoreta economico sente per il lavoro compiuto. La gioia di uno dei 50, dei 100 mila dipendenti della grande impresa conformista nel vedere uscire fuori dalla fabbrica o dal cantiere una vettura automobile, un quintale di perfosfato, un grattacielo è gioia diffusa indiretta invidiosa. Ma dopo dieci, dopo venti anni l’anacoreta il quale, nel buio di una corte dei miracoli, al lume di una candela, ha ridonato l’oro antico ad uno specchio guasto dal tempo, lo stuccatore che ha tirato a mano un cornicione, il falegname il quale ha messo insieme i pezzi del legno del pavimento di una casa alla cui costruzione egli ha collaborato con pochi altri, ricorda il lavoro compiuto, è fiero di vederlo durare e gioisce se chi glie l’aveva commesso glie ne fa complimento. Nella sua rozza maniera, l’anacoreta economico sente che il compenso ricevuto non fu il salario; ma questo fu per lui solo lo strumento il quale gli consentì di compiere il suo dovere.

 

 

Non tutti i tipi di organizzazione economica sono ugualmente atti a favorire la piena liberazione dello spirito anelante, diversamente a seconda degli uomini, a svolgere quel che di migliore è in ognuno di noi. Non lo è il comunismo; se per comunismo noi intendiamo, come è oggi in Russia e come è probabile sarebbe in ogni paese dove si pretendesse instaurare quel regime, una organizzazione coercitiva della produzione ordinata a norma di certe tavole della legge di volta in volta promulgato dal gruppo dominante. Non lo è il capitalismo, se per capitalismo intendiamo, come tende ad essere in tanta parte del mondo occidentale, il regime il quale dà ad un numero decrescente di capi, scelti per qualità non economiche, il privilegio esclusivo di governare gli strumenti materiali della produzione. Comunismo e capitalismo monopolistico tendono a uniformizzare a conformizzare le azioni le deliberazioni il pensiero degli uomini, a distruggere la gioia di vivere, che è gioia di creare, che è sensazione di aver adempiuto ad un dovere, che è anelito verso la libertà, che è desiderio di vivere in una società di uomini ugualmente liberi di compiere la propria missione. Quando il filosofo dice che la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico dice il vero per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti. Costoro vivono spiritualmente e moralmente liberi entro qualunque ordinamento economico anche il più conformistico e mortificante. Spinoza, sfaccettando brillanti, crea in se stesso un mondo spirituale e liberamente pensa e lega al mondo il suo pensiero. Ma il filosofo pronuncia nel momento medesimo una sentenza terribile per un’umanità composta di poveri esseri, i quali, bisognosi di essere aiutati a giungere alla coscienza di se medesimi, sono incolpevoli della oscurità morale in cui giacciono ed incapaci di scorgere le mille e mille fila che tolgono libertà alla loro anima. Se vi sono ordinamenti economici, come il comunismo ed il capitalismo monopolistico, i quali tendono, per la indole loro propria, a ridurre gli uomini a meri strumenti, anelli minimi di una ferrea catena che lavora e produce, se questi ordinamenti tendono, per la loro stessa invincibile natura, a imprimere uno stampo uniforme su tutti gli uomini, a farli svegliare muovere entrare in certi luoghi di lavoro, che si direbbero di pena, alla stessa ora, a compiere i medesimi atti, perché affermare che la libertà morale può prosperare in qualunque ordinamento economico? Se la filosofia indaga la realtà, perché chiudere gli occhi al fatto che in certi ordinamenti economici la libertà è l’appannaggio di pochissimi eroi o ribelli? Perché non studiare le ragioni per le quali in altri climi storici, nella Atene di Pericle, in alcune città di un certo tempo del medioevo, in alcuni decenni del secolo decimosettimo inglese ed olandese, in alcuni altri decenni del secolo decimonono del mondo occidentale europeo-americano la libertà di pensare e di scrivere, il fervore delle discussioni, il desiderio di elevazione, spirituale e di perfezione morale parve tendessero a divenire proprii, se non di tutti, di un non minimo numero di uomini? Perché non porsi la domanda: non quale ordinamento economico creò quel moto verso l’alto, ma quale ordinamento gli uomini vollero perché conforme alla loro esigenza di libertà?

 

 

Non voglio anticipare una risposta, la quale esige attenta medi-tazione; ma forse può essere messa innanzi una ipotesi di studio: che quella libertà che gli uomini in quei tempi chiedevano per le cose dello spirito chiedessero altresì per le maniere di procacciarsi i beni economici.

 

 

Non esiste una esigenza morale del «capitalismo» se per questo si intende, come dissi sopra, quella organizzazione economica per la quale taluni uomini, essendo dapprima riusciti per merito proprio ossia per il possesso di preclare qualità organizzatrici, a mettersi a capo di importanti imprese, riuscirono poscia a consolidare e ad estendere il loro dominio vietando ad altri di contendere loro il campo. Ma è esistita, nei momenti nei quali la libertà spirituale e quella economica furono più sentite, ed esiste ancora oggi, consapevolmente o confusamente, la  esigenza di molti o pochi uomini a scegliere da sé il modo di procacciarsi i mezzi di vita rendendo, a proprio rischio, servigio altrui. In ciò e non nel possesso privato dei mezzi di produzione e in quella che dicesi organizzazione capitalistica della società economica consiste il cosidetto «liberalismo economico». Il pensatore è libero, anche se schiavo, anche se deve ubbidire, senza discutere, strumento inerte, agli ordini del capo dell’ufficio o della bottega in cui egli presta l’opera sua. La libertà è da lui posseduta e goduta nel pensiero nella coscienza. L’operaio di una immaginaria società comunistica, finora non mai esistita e probabilmente destinata a non esistere mai, è libero quando, piccolissima ruota di una macchina colossale collettiva, è persuaso di averla consapevolmente voluta, di avere contribuito a crearla e di contribuire tuttora ad amministrarla. Poiché il suo orgoglio, la ragione della sua vita è quella tal macchina, libertà per lui vuol dire possibilità di prendere parte attiva a quella creazione, come per il pensatore è la gioia di creare e perfezionare il proprio pensiero. Ambi sanno che macchina e pensiero non sono creazione loro esclusiva; sanno che molti altri uomini hanno collaborato a crearli nel passato e nel presente; sanno che l’opera propria sarebbe impossibile senza questa collaborazione; ma tuttavia sentono di essere liberi perché hanno, essi, voluto in quell’opera collettiva liberamente innestare il proprio contributo. Ma pensatore ed operaio comunista diventano tiranni quando, dopo avere così conquistata per sé la libertà, vogliono impedire ad altri, che non sente la gioia del pensare e del lavorare allo stesso modo, di seguire la propria via.

 

 

Il rozzo contadino, il quale cinge con una siepe il campo, vi edifica una casa per sé e vi fa crescere sopra frutta e viti ed olivi e fiori, forse non ha mai meditato sulla libertà, eppure instintivamente si sente libero. Pur tentando di dominarle, egli è servo delle stagioni, della pioggia, della siccità, della grandine; ma non è servo di altro uomo. Sa che, se i suoi prodotti sono belli e buoni, potrà sempre permutarli con le altre cose a lui bisognevoli vendendoli sul mercato a nomini, i quali rendono servigio a lui come egli lo rende ad essi. Non so se il bisogno di libertà del contadino del mercante dell’artigiano dell’industriale del professionista dell’artista, il bisogno di vivere la propria vita nel modo che ognuno pensa essere più adatto a se stesso, entro i limiti in cui, servendo a sé, si serve anche degli altri, sia di specie diversa od inferiore in confronto al bisogno del pensatore di meditare liberamente, alla libertà del religioso di predicare il proprio verbo, alla libertà dell’uomo in genere di possedere la uguaglianza giuridica con ogni altro uomo, alla libertà di essere giudicati da magistrati indipendenti e di concorrere alla scelta dei capi destinati a governare gli affari comuni. Dico che tutte queste libertà sono l’una all’altra legate; e che in una società comunistica «coercitiva» o in una società capitalistica «chiusa» le libertà ordinarie non possono esistere, perché non è libero l’uomo il quale trema al cenno del superiore che gli può togliere il mezzo di procacciare pane a sé ed ai figli; e la suprema libertà, quella di pensare ed operare in conformità ai dettami della coscienza morale, diventa l’appannaggio di alcuni pochi eroi anacoreti.

 

 

A far più vicino l’ideale di una società nella quale il massimo numero di uomini si senta o sia libero, ogni uomo entro i limiti stabiliti da vari gradi di perfezione della mente e della coscienza sua, non oserei dire, come pare affermare Benedetto Croce, che sia strumento per sé efficace l’istituto parlamentare.

 

 

Questo è davvero mero strumento, privo di vita autonoma. In una società comunistica «coercitiva», il parlamento è l’espressione della burocrazia dominante organizzata, del piccolo segretario alla Stalin, che ha saputo porsi al centro dei dominanti burocrati, ognuno dei quali è potente in virtù della forza che riceve dalla carica, non di quella che egli dà ad essa; ed ognuno perciò trema di sé e fa tremare altrui. In una società capitalistica «chiusa», il parlamento è la borsa nella quale gli avvocati dei grandi capi dell’industria della finanza del commercio della navigazione dell’agricoltura contrattano i privilegi rispettivi. In ambi i tipi di assemblee le contrattazioni avvengono al suono di parole che Mosca chiamò formule politiche e Pareto disse miti o derivazioni, e tutte conducono alla schiavitù dei molti. Lo strumento parlamentare adempie all’ufficio di assicurare libertà al numero massimo possibile di uomini quando già la libertà è in atto nella società; quando non esiste una forza unica — dicasi burocrazia comunistica od oligarchia capitalistica — capace di sovrapporsi alle altre forze sociali; quando le forze esistenti realmente nella società sono molte, le une dalle altre indipendenti e ognuna consapevole e gelosa della propria forza autonoma. Non basta esistano milioni di piccoli e medi proprietari indipendenti a garantire vita libera ad un paese. Contrariamente alle apparenze, nella Russia degli czar esistevano, anche prima della emancipazione dei servi della gleba, decine di milioni di proprietari di fatto indipendenti; ma poiché avevano la faccia intenta solo alla terra e curavano solo il cibo e la bevanda, non impedirono che l’oligarchia burocratica czarista governasse assolutisticamente e non seppero opporsi alla propria espropriazione da parte di una nuova burocrazia la quale prometteva di riempire meglio di cibo e di vodka il loro ventre. Nella seconda metà del Settecento invece gli agricoltori americani, avevano, meditando sul vangelo, imparato ad apprezzare la indipendenza acquistata col possesso della terra; e, decisi a difenderla, pretesero che i propri parlamenti valessero quanto i parlamenti della madrepatria britannica. I parlamenti coloniali prima ed il congresso americano dopo furono veri strumenti di libertà perché formati in una società di uomini che si sentivano liberi e di cui nessuno o nessun gruppo era abbastanza forte da opprimere la libertà altrui. Sarà sempre così in quel paese? L’assalto odierno rooseveltiano contro la Corte suprema, palladio ultimo in quel paese della libertà delle minoranze contro la tirannia delle maggioranze, non è certo debba produrre conseguenze dannose alla libertà, prima dei pochi e poi di tutti; ma è indizio di uno stato d’animo il quale non tollera, anche se il freno fu voluto dalla sapienza dei fondatori della confederazione, alcun ritardo all’attuazione di piani economici voluti da un gruppo di uomini definiti «sapienti» o «periti» e fatti accettare a milioni di elettori dal fascino di un capo. Se negli Stati Uniti dovesse trionfare il governo dei sapienti preconizzato all’alba del secolo scorso da Saint-Simon, lo strumento parlamentare, il quale agì in difesa della libertà, finché fu l’eco di molte contrastanti forze sociali, diventerebbe giocattolo in mano di un sinedrio di saggi. Sarebbe la fine della libertà di quegli americani la cui saggezza fosse diversa da quella propria del sinedrio. In breve ora sarebbe la fine della libertà di tutti gli americani. Per ora siamo lontani dal tramonto, perché ancora la saggezza dei sapienti consiglieri del presidente deve lottare con la prepotenza dei gruppi chiusi del capitalismo, con le forze tradizionali dei giudici, dei giuristi e dei professionisti, e con quelle vivacissime degli agricoltori indipendenti, delle classi medie e dei ceti operai organizzati. La libertà americana vede le sue sorti affidate non ai parlamenti ma all’esito della lotta fra il conformismo della stampa gialla, della radio dei vari frati Coughlin e dei diversi spacciatori di ricette sociali alla Huey Long ed alla dott. Townsend, delle vetture automobili utilitarie, della propaganda commerciale e simili macchine stritolatrici della volontà umana ed il tenace non conformismo di uomini che vogliono vivere nella propria casa, interpretare da sé la bibbia, creare la propria scuola, sovvenire la propria chiesa dissidente dalle altre, rischiare la vita nella creazione del proprio affare.

 

 

Perciò io guardo con scetticismo alla ipotesi, che ho fatto sopra per chiarezza di ragionamento, della compatibilità della libertà con un ordinamento comunistico non coercitivo: «se il sistema fosse consapevolmente voluto…». Che cosa vuol dire volere consapevolmente un dato ordinamento economico? Vuole consapevolmente il monaco il quale fa voto di vivere tutta la vita dentro un convento, ossia dentro un ordinamento, del quale non saprebbe concepirsi altro più squisitamente comunistico? Sì, se egli conferma ogni giorno il voto, rinunciando a tornare nel mondo che gli offre tante altre diverse maniere di vita; no, se la norma legale gli vieta di rinnegare il voto non più suo. La società comunistica, della quale si tratta, offre modo, a chi voglia, di uscirne? A leggere i vangeli odierni, parrebbe escluso il ritorno od il passaggio ad altri tipi sociali. In ciò gli ordinamenti comunistici oggi predicati (cosidetti scientifici), si distinguono dagli esperimenti comunistici in voga nella prima metà del secolo XIX (cosidetti utopistici). Il comunismo utopistico alla Owen o alla Cabet pare compatibile, laddove quello scientifico alla Marx sembra incompatibile, colla libertà.

 

 

La mia tesi torna dunque sempre al medesimo punto: l’idea della libertà vive, sì, indipendente da quella norma pratica contingente che si chiamò liberismo economico; ma non si attua, non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini, per la stessa ragione per cui vollero essere moralmente liberi, siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera.

 

 



[1] Mentre licenzio le bozze, mi giunge il fascicolo del 20 maggio di «La Critica», nel quale a carte 239 il Croce nota anch’egli essere questa la vera caratteristica dell’odierno ordinamento economico russo. Lascio invariate le cose dette sopra, forse non inutili a chiarire il problema.

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