Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Teorie sulle borse e sulla lira

«Corriere della Sera», 12 giugno 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 314-318

 

 

 

Dopo un momento di ottimismo in seguito alla revoca pratica dei provvedimenti sulle borse, queste sono ridivenute nervose. Da qualche tempo si assiste ad altalene di rialzi e di ribassi, improvvisi ed instabili, con prevalenza di ribassi. Gli uomini pratici di borsa nelle rassegne scritte e nelle conversazioni non sanno precisare la ragione dello stato di irrequietudine. Tra le motivazioni più frequenti, si sente parlare di danaro caro, di timori di restrizione di riporti e simili. Alla fine, stringi-stringi, vien fuori una teoria. I pratici, anche quando dicono di non volere fare delle teorie, teorizzano sempre. La caratteristica dei pratici non è di non fare teorie, ma di farle sempre unilaterali e qualche volta sbagliate. La teoria, questa volta, sarebbe la seguente: «Bisogna che i dirigenti mantengano i valori industriali bassi, anzi li facciano ribassare, per togliere di capo al pubblico definitivamente la mania di comprarli e di specularvi sopra. Fu tentato già di disamorarlo con i provvedimenti sulle borse; ma questi produssero troppo sconquasso e dovettero essere praticamente revocati. Poiché la mania persiste, perché il pubblico getta via le sue buone lire e i suoi valori pubblici a reddito fisso per acquistare a prezzi pazzi valori industriali, fa d’uopo correggerlo altrimenti. Se i valori industriali daranno disillusioni; se, rendendo i riporti difficili e cari gli speculatori perderanno danaro, si provocherà un ritorno alla lira. Il pubblico ritornerà ad acquistare il più tranquillo consolidato, che oggi vale appena 98, con una cedola quasi matura, ossia poco più di 95,50; e, cessata la fuga della lira verso i valori industriali, la lira riacquisterà pregio ed il cambio scemerà».

 

 

La teoria può anche essere esposta in questa forma:

 

 

  • è avvertito l’inizio di vendite di lire;
  • la vendita di lire produce rialzo del cambio;
  • vendere lire vuol dire vendere titoli a reddito fisso (consolidati e buoni del tesoro) e comprare valori rappresentativi di beni industriali (valori industriali);
  • i valori industriali per conseguenza sono stati sopravalutati;
  • bisogna favorire perciò il ribasso per adeguare i corsi ai valori reali;
  • il ribasso guarirà il pubblico dalla mania speculativa;
  • il pubblico ritornerà ai valori a reddito fisso e i consolidati aumenteranno di pregio;
  • il ritorno alla lira farà ribassare i cambi.

 

 

C’è in questa teoria un certo vago barlume di verità: ma l’insieme è strampalato e qualunque azione concreta che fosse basata su di esso condurrebbe sicuramente a risultati disastrosi.

 

 

Il barlume di verità è il fatto che molti risparmiatori rimangono perplessi dinanzi alla fermezza del cambio sulle valute auree (dollaro e sterlina) e, per misura di prudenza, acquistano cose materiali, come case o terreni. I contadini hanno sempre fatto così, da che mondo è mondo e sarebbe irragionevole attendersi da essi una condotta diversa. Fa pensare invece la predilezione dei risparmiatori di altre classi verso le case e verso i valori industriali. È vero anche che gli esportatori italiani non del tutto infrequentemente lasciano depositato all’estero il ricavo in sterline o dollari delle loro vendite di merci.

 

 

In fondo, se ben si osserva, non si tratta neppure di un vero inizio di disamoramento dalla lira, quanto di una onesta aspirazione ad una moneta stabile, ad una moneta che non vada su e giù con le oscillazioni dei cambi. Coloro, i quali agiscono così, sono della stessa opinione del ministro delle finanze quando annuncia di essersi provveduto di una massa di manovra a New York – che è oramai il vero grande mercato della nostra lira – per ridurre al minimo le oscillazioni della lira. In quel barlume di vero che c’è nella teoria, tutti vanno dunque d’accordo, dal ministro all’umile contadino acquirente di un campo: bisogna ritornare ad una moneta stabile.

 

 

Il resto è stravaganza. Parrebbe a sentire quei teorici, che la fuga dalla lira, se c’è e nei limiti in cui esiste, si possa correggere creando altre e contrarie fughe: dai terreni, dalle case e dai valori industriali. Deprimiamo i valori, scoraggiamo, con tasse enormi, gli intermediari in terreni e case; ed il pubblico ritornerà al tranquillo porto della lira. Errore. Le due fughe non si eliminano a vicenda; ma si sommano. Alla fine di febbraio il consolidato 5% valeva 98,05; oggi vale 98. Il che vuol dire che ha perduto tre mesi e mezzo circa di interessi maturati nel frattempo, e cioè quasi 1,40. Il dollaro era a 24,35 ed oggi è a 25,15. Non dico che il peggioramento sia dovuto soltanto alla fuga dai titoli industriali provocata dai noti provvedimenti. Dico soltanto che non si crea la sfiducia su un mercato senza che questa si estenda agli altri mercati. Non si può dire al pessimismo: «esercita la tua azione solo nella sezione dei valori industriali: pessimista qui, sii ottimista per i valori pubblici e per i cambi». Quando il pessimismo si diffonde, aduggia tutti i mercati. Il pubblico comincia a riflettere che forse le industrie non van bene; che quindi le imposte finiranno di rendere meno; che bisogna stare a vedere. Si vendono forse i titoli industriali; ma non si comprano titoli di stato. Per prudenza, si fa qualche acquisto di divise estere; e il cambio sale, invece di diminuire.

 

 

C’è dunque una teoria buona da sostituire a quella sbagliata? Direi che ce n’è una sola: che i dirigenti non abbiano nessuna teoria più o meno elegante da far trionfare. Sono eccessivamente alti i corsi dei valori industriali? Può darsi; sebbene nessuno sappia niente al riguardo. Non esiste in Italia un numero indice, il quale ci dica quanto valgono oggi i venti o trenta titoli più negoziati e rappresentativi in confronto al prezzo del 1914. Non esiste, cioè, nessun dato, il quale ci dica, per ognuno dei venti o trenta titoli maggiori quanto valevano nel 1914 e quanto valgono oggi, per la stessa unità, ossia tenendo conto di tutti gli aumenti di capitale, ridotti a comune denominatore di lire oro, a seconda del momento in cui i versamenti furono fatti. Nell’ignoranza di dati precisi, si brancola nel buio. Chi dice che i titoli sono sopravalutati; chi li afferma ancora sottovalutati. Probabilmente sono vere, per titoli diversi, tutte due le opinioni. Perché i dirigenti dovrebbero far prevalere una loro opinione, la quale potrebbe essere sbagliatissima? Lasciamo che il mercato faccia liberamente il suo giuoco, senza interventi artificiosi. Se terreni, case e valori industriali sono sopravalutati, ribasseranno fatalmente e nessuno compiangerà gli irriflessivi che hanno acquistato a troppo caro prezzo. Se sono sottovalutati, qualunque azione artificiale in senso depressivo sarebbe vana, e riuscirebbe solo ad arricchire indebitamente coloro i quali avessero fatto razzia, a spese degli impauriti, di titoli buoni. Tengano dunque le mani a posto i dirigenti e lascino che il mercato trovi la sua via. Risparmiatori e speculatori commetteranno qualche sciocchezza; ma di ciò è meglio imputino unicamente se stessi e non possano riversarne la colpa su altri.

 

 

Ed ora lascio stare i «dirigenti», che sarebbero quel certo dio ignoto, a cui i pratici fanno sempre appello, senza dire mai di chi si tratti; e mi afferro a qualcosa per noi laici meglio definibile: il tesoro. Non ha niente da fare il tesoro in queste faccende di lire, di valori, di cambi? S’intende, ha qualcosa da fare nei rispetti dei problemi posti dalla erronea teoria dianzi esaminata?

 

 

Pare che qualcosa ci sia da fare; o, meglio, pare che ci sia da seguitare sulla via già iniziata. Non è compito del ministro del tesoro dar giudizi sul livello comparativo dei valori pubblici e privati, ecc. ecc. A lui basta vendere merce buona (consolidati e buoni del tesoro) e renderla sempre di miglior qualità. Il giudizio sulla bontà assoluta e comparativa della sua merce è bene lasciarlo dare al mercato, liberamente, senza alcun intervento.

 

 

Parmi tuttavia che il ministro abbia provveduto recentemente a rendere troppo più buona la merce altrui, in confronto alla propria. Quando il tesoro, d’accordo cogli istituti di emissione, ha rialzato il saggio di interesse sulle anticipazioni e poi il saggio di sconto al 6,50%, che cosa ha fatto? Ha contribuito a rendere appetitosi gli investimenti in sconto di cambiali ed in anticipazioni su titoli. Viceversa, il tesoro ha tenuto, per un pezzo, fermo al 4,50% l’interesse dei buoni del tesoro ed ora l’ha aumentato appena al 5 per cento. Ciò vuol dire rendere meno gradita la propria merce in confronto alla merce altrui. Badisi che la differenza è ancora più grande di quella che appare dal confronto tra il 6,50 e il 5 per cento. È notorio che chiunque possegga una somma rotonda, da 100.000 lire in su, può, affidandola ad un agente di cambio, impiegarla in riporti di titoli buoni, con scarti dal 10 al 20% e con diritto di riaverla di mese in mese. Frattanto, lucra interessi del 7 e anche del 7,50 per cento. A mano a mano che i capitalisti vengono a conoscenza di questa bazza, i titoli a reddito fisso tendono ad essere abbandonati a favore dei riporti su valori industriali. Questa è un’altra delle vie con cui il mercato dei valori alla lunga, se il rialzo ha un fondamento sostanziale, si ride degli ostacoli dei dirigenti. Il danaro corre dove lucra di più.

 

 

Conclusione: se il tesoro ha interesse di dominare il mercato dei suoi buoni, se non vuole correre il rischio di domande eventuali di rimborso in momenti inopportuni, bisogna che il saggio di frutto dei titoli di stato sia in armonia con il saggio di frutto degli altri impieghi. Se si vuole, per buone ragioni, che il danaro costi caro in paese; se si vuole ciò, perché si ritiene che il danaro caro giovi al risanamento monetario, bisogna che esso sia caro a tutti, anche per lo stato. Non si può volere il danaro al 6,50% per i privati, al 7,50 od 8% per le borse ed al 5% per lo stato. Ciò potrebbe durare solo nel caso che il tesoro prevedesse di aver bisogno soltanto dei risparmi di quella sezione decrescente di capitalisti, i quali, timorosi di qualunque altro impiego, si contentano del 2 e più per cento di meno, pur di dare i proprii danari allo stato. Con 18 miliardi di buoni ordinari tuttora in circolazione, veri biglietti in potenza, è ragionevole siffatta previsione? Se il tesoro dovesse badare solo alla sua cassa, la quale di mese in mese registra magnifici avanzi, forse sì. Col problema dei debiti interalleati da risolvere e con l’altro della sistemazione monetaria, il sì diventa opinabile. Certo, un ½ od un 1% di più di interesse, diventa elemento trascurabile di giudizio in confronto all’importanza dei problemi da risolvere.

 

 

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