Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Terre incolte, frumenti e contadini

«Corriere della Sera», 28 dicembre 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 546-551

 

 

 

«L’espropriazione delle terre non coltivate o male coltivate per affidarle in gestione ai lavoratori della terra costituiti in cooperative di lavoro»: ecco il principio che la camera italiana, plaudenti i socialisti ed i cattolici ha votato nella risposta all’indirizzo alla corona. È la prima applicazione di un vangelo che negli ultimi anni fu predicato col nome di «terra ai contadini». Il principio votato dalla camera dei deputati riassume in una sola formula postulati diversi e tutti capitalissimi. Vi si afferma che esistono terre incolte: che queste e quelle male coltivate possono distinguersi da quelle bene coltivate; che le prime e non le seconde debbono essere espropriate, non si dice se con o senza indennità , ed a favore di cooperative di lavoratori della terra; che le cooperative debbono possedere in «gestione» e non in «proprietà».

 

 

Il problema è troppo complesso per potere essere discusso in un solo articolo. Sono fautore della piccola proprietà . Credo che, laddove essa tecnicamente è possibile e conveniente, essa sia la salute sociale del nostro paese e che l’Italia sia destinata a rivaleggiare con la Francia sotto questo rispetto. Ma, appunto perché fautore di una diffusa democrazia campagnuola, sono profondamente scettico intorno alla possibilità di creare un prospero ceto di contadini proprietari sulla base dell’occupazione di terre incolte, pur nell’ipotesi che queste realmente esistano. Si dimentica che la pianta del contadino proprietario è di difficile crescita in un ambiente nuovo, e che in Italia esistono già più di 7 milioni di articoli di ruolo, ossia contribuenti distinti all’imposta terreni, a cui probabilmente corrispondono – potendo un contribuente solo possedere più di un articolo di ruolo – almeno 3 milioni di proprietari rustici, in grandissima maggioranza e per la maggior parte del suolo italiano, piccoli e medi proprietari. Si dimentica cioè che la piccola proprietà è diffusissima nel nostro paese ed oggi, che il debito ipotecario e chirografario è tanto diminuito, vi si può anche dir prospera; ma che essa si diffuse e prosperò dove le condizioni vi erano adatte e cioè dove la terra era già coltivata, dove esistevano culture arboree, dove c’erano case rustiche sparse, strade e comodità di accesso, dove era possibile lo spezzettamento. Nel latifondo cosidetto incolto, senza case, senz’ombra, senza strade ben tenute e ramificate, i tentativi non riuscirono. Dovunque la piccola proprietà fiorisce, essa è stata opera di secoli di lavoro perseverante, di colonizzazione lenta, di appoderamenti sempre più frazionati. Essa non si improvvisa. Non è possibile trasformare il bracciante munito delle sole sue braccia in un proprietario capace di far rendere molto alla terra con vantaggio suo e della società . Dategli la terra nuda ed egli la sfrutterà rozzamente per qualche anno, e dopo averla ridotta un deserto, la rivenderà a vil prezzo allo speculatore che l’attende al varco. L’Opera nazionale dei combattenti, se vorrà sul serio cooperare al programma della terra ai contadini, iniziato da secoli nel nostro paese e giunto ad altissimo segno, con moto accelerato negli ultimi anni, per l’arricchimento dei fittavoli, mezzadri e coloni, i quali comprano su vasta scala terra dai loro antichi proprietari, dovrà farlo precedere da un lavoro faticoso e sapiente di colonizzazione, costruzione di case e strade, piantagioni e nel tempo stesso di formazione di un ceto di contadini capaci di acquistare e conservare la proprietà della terra.

 

 

L’avv. Giovanni Gaggi ha narrato in una succosa relazione le difficoltà sormontate e le condizioni necessarie a sormontarle per distribuire ai coloni parte delle terre degli istituti ospitalieri di Milano. Il prof. Azimonti in un volume su L’Agricoltura nel mezzogiorno (Laterza, Bari 1919) raccolto da Giustino Fortunato, che vi premise una bellissima prefazione, ha di nuovo sfatato la leggenda delle terre incolte nel mezzogiorno e dichiarato quali difficoltà enormi debba sormontare l’appoderamento frazionato in quei paesi. Un agricoltore espertissimo, il signor James Aguet ha dato al problema (La terra ai contadini, Roma 1919) un contributo prezioso di dati e di proposte. Giuseppe Prato in articoli su «La Riforma Sociale» del 1919 ed ora in un volume, il cui titolo è tutto un interrogativo, La terra ai contadini o la terra agli impiegati? (Milano 1919) ha messo in luce la grandissima probabilità che lo stato riesca unicamente non a dare la terra ai veri contadini, ma a creare una burocrazia famelica incaricata di studiare i modi di ostacolare di fatto il passaggio della terra ai suoi coltivatori diretti.

 

 

L’esperienza di secoli è probante rispetto alla inanità , al vuoto pericoloso del programma di dare le terre incolte ai contadini.

 

 

Terre incolte e terre ai contadini sono due termini repugnanti. La terra incolta è terra a buon mercato; ed il contadino ha bisogno di terra cara; perché terra cara vuol dire terra munita di fabbricati, di strade, livellata, prosciugata, piantata. La terra a vil prezzo non serve affatto al coltivatore; e sarebbe per lui un dono funesto.

 

 

La terra incolta è, almeno, in grado di fornire frumento al paese e di liberarlo dal tributo, come lo si chiama, di miliardi pagati all’estero per l’acquisto dei 30 milioni di quintali di solo frumento occorrenti a colmare il disavanzo del nostro fabbisogno? A leggere i decreti dei ministri che ordinano la messa a cultura delle terre incolte e prescrivono un minimo di cultura granaria, a leggere gli ordini del giorno di socialisti e di cattolici gareggianti demagogicamente nell’arte di procacciarsi facili applausi con il ringiovanimento di fruste anticaglie, parrebbe di sì. Temo che, anche sotto questo rispetto, noi ci facciamo grandissime illusioni; e, per volere il bene, prepariamo malanni senza fine al paese. I 500.000 ettari di terre cosidette incolte che si affermano esistere in Italia, e di cui 200.000 spettano alla sola Sicilia – a 500.000 ettari al massimo e non a milioni salgono invero i terreni incolti in Italia – sono, come osserva il prof. Ghino Valenti in un articolo del «Giornale d’agricoltura della domenica» del 7 settembre, terre poverissime, capaci di dare al più 2 o 3 milioni di quintali di frumento all’anno. Quelle terre non sono arate, perché nelle condizioni presenti la loro cultura costerebbe assai più del reddito; spesso, come nel Lazio, romperle vorrebbe dire distruggere terre sode poste sulle creste delle collinette od ondulazioni di terreno e favorire il dilavamento e la distruzione della sottilissima crosta di terreno coltivabile ivi esistente.

 

 

Per lo più i contadini non vogliono saperne delle terre incolte che pubblico e parlamento farneticano di regalar loro. Quasi sempre le offerte di tenute incolte sono cadute nel vuoto. Il contadino non vuole impiegare il suo lavoro al frutto di 2 o 3 lire al giorno quando altrove può guadagnare le 10 e le 15 lire. Le invasioni di terreni e le occupazioni violente di latifondi hanno preso di mira tenute benissimo coltivate, su cui la produttività agraria spesso ha raggiunto una ragguardevole altezza. Il problema delle invasioni dei terreni non ha nulla a che fare con quello dei terreni incolti. È tutto diverso ed è di trapasso violento della terra coltivata da persona a persona, senza compenso o con compenso inferiore al prezzo di mercato. Nell’agro romano si sono invase terre coltivatissime di due rubbie, meno di quattro ettari, di vedove incapaci a difendersi, vigneti magnifici. Il problema posto dalle invasioni non è: si riuscirà con esse a coltivare terre incolte?; ma quest’altro: quale effetto avranno le invasioni di terre bene coltivate, lasciate compiere passivamente dal governo ed anzi legittimate con decreti espropriatori, sugli investimenti di capitali nella terra e sulla conservazione dei buoni metodi produttivi? Il principio del chi semina non raccoglie, l’incertezza intorno alla sorte dei capitali investiti nelle migliorie culturali, la probabilità di essere invasi quando si ara e si semina la terra non sono le premesse migliori per l’auspicato aumento della produzione agraria.

 

 

Nove volte su dieci lo spezzettamento del latifondo coltivato fra i contadini ha voluto dire regresso da metodi perfezionati di alta cultura allo sfruttamento più barbaro del terreno con la cultura depauperatrice a cereali. Per dare a 100 famiglie il modo di vivere miseramente sul poco grano cavato dal proprio campo, si è tolto il grano, il latte, la carne a 1.000 famiglie della campagna e della città. In conclusione si è inasprito il problema alimentare che si voleva risolvere. Nella maggior parte dei casi le cosidette – false – cooperative di lavoro si sono limitate a falciar l’erba così come facevano i vecchi proprietari; con questo di peggio che i falciatori si spartiscono tra di loro il ricavo, senza pensare alle migliorie, alle difese che ogni proprietario nel proprio interesse è costretto a fare.

 

 

Ad ogni modo il problema è di terre coltivate. Il problema sociale delle terre veramente incolte non esiste, perché i contadini non le vogliono. È un problema dei viaggiatori che guardano la campagna romana dai finestrini dei treni e degli impiegati che scribacchiano decreti a Roma per fare eco a giornalisti ed a deputati in cerca di un argomento popolare.

 

 

L’aumento della produzione frumentaria non si ottiene coltivando le terre incolte. Due cose occorrono:

 

 

  • primo, coltivare meglio le terre oggi coltivate a frumento. Costa assai meno spingere da 10 a 15 o da 15 a 20 quintali la produzione di un ettaro di buona terra coltivata, che mettere a cultura un gramo ettaro incolto, incapace di fruttare più di 4 o 5 quintali;

 

 

  • in secondo luogo, diminuire la superficie coltivata a frumento. Si odono lagnanze contro la diminuzione dell’area coltivata a grano, che ora deve battere sui 4 milioni di ettari. La verità è che 4 milioni sono troppi; e che basterebbero anche 3 1/2 ai bisogni del paese. Purché questi 3 1/2 fossero coltivati a dovere, con buoni aratri, seminatrici, buone semenze e concimi chimici a sufficienza. Se la produzione media fosse di 20 quintali, si avrebbero 70 milioni di quintali di frumento, che dovrebbero bastare alla nostra alimentazione. Le terre lasciate disponibili darebbero erba, e quindi carne, frutta, uva, legname e tante altre cose utilissime, con cui all’occorrenza potremmo comprare all’estero il frumento occorrente. Seminar meno e coltivar bene: ecco il nostro programma. Non quello di correre dietro alla ubbia delle terre incolte o, peggio, obbligare a rompere prati e pascoli. Questa è pura follia sragionante, destinata a diminuire la produzione, a renderci ognora più dipendenti dall’estero per l’alimentazione, a ridurci al livello della Russia, la quale da grande paese esportatore di frumento si è ridotta a non avere più di che sfamare i suoi figli. I demagoghi che hanno fatto votare l’ordine del giorno Reina giungono in ritardo. Il passaggio della terra ai contadini si sta compiendo oggi in Italia, sotto i nostri occhi, in proporzioni mai più viste nella storia ed in modi economicamente fecondi e socialmente sani. Se l’opinione pubblica non si risveglierà e non metterà un freno alle molte frenesie degli inventori di novità fruste, questo magnifico movimento si arresterà ed una ferita mortale sarà recata alla produzione agraria ed al benessere di milioni di contadini.
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