Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Togliere le sperequazioni

«Corriere della Sera», 22 gennaio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 570-573

 

 

 

Una frase della lettera dell’on. Chimienti a questo giornale merita di essere rilevata: «Come è noto, l’occasione della nuova agitazione del personale è stata il decreto-legge del 6 dicembre che aumentava di lire 1.000 le tabelle organiche di tutte le amministrazioni dello stato».

 

 

Non solo il fatto è noto, ma è anche deplorevole. Vi è una causa principale che sta alla base delle incessanti agitazioni degli impiegati; ed è la variabilità dei prezzi, la loro tendenza a salire. Ma vi è altresì una causa secondaria, che qualche volta diventa persino più importante di quella originaria: la sperequazione. Il governo nostro non si è saputo liberare dal vizio di far le cose a spizzico, senza una veduta d’insieme, per singole categorie di funzionari, senza riallacciare le riforme compiute in un campo con quelle che si rendono perciò stesso necessarie in altri campi.

 

 

Il caso del decreto 6 dicembre è istruttivo. Prima di esso, si era raggiunta una certa situazione di equilibrio fra le principali categorie di funzionari dello stato. Non che questi fossero contenti. Erano però scemate le occasioni ed i pretesti di paragoni odiosi fra funzionari centrali o provinciali direttivi e funzionari esecutivi, fra ruoli generali e ruoli speciali. La uguaglianza, la perequazione non sono un principio assoluto di giustizia. Sotto un certo rispetto sono anzi dannose al buon andamento dei servizi. In un regime ideale ognuno dovrebbe essere pagato secondo i suoi meriti che sono diversissimi da individuo ad individuo. Purtroppo però, nelle amministrazioni pubbliche, dove è possibile il favoritismo e dove lo si teme e lo si denuncia ancor più di quanto sia possibile, bisogna seguire altra via: a parità di funzioni vi deve essere stipendio pari. Il merito individuale dovrà trovare altre vie di farsi valere: le promozioni per merito distinto, le soddisfazioni morali, quelle derivanti dall’adempimento del proprio dovere. Oggettivamente, i gradi devono essere ripartiti secondo la difficoltà del compito, l’importanza dei titoli di studio richiesti, e gli stipendi, a parità di grado, devono essere uguali.

 

 

Il principio non è, riconosciamolo subito, di facile applicazione. Tutt’altro. Come si possono paragonare i compiti di un ufficiale a quelli di un funzionario centrale o di prefettura; i professori agli agenti delle imposte, i postelegrafonici agli ingegneri del catasto, i verificatori di pesi e misure ai magistrati, gli agenti delle imposte ai bibliotecari? Come si può evitare che la disuguaglianza, cacciata dalla porta degli organici, non rientri dalla finestra del diverso acceleramento delle carriere? Come tener conto delle remunerazioni accessorie, dello straordinario, delle vacanze, ecc. ecc.? Necessariamente, quando si parla di perequazione, si vuole esprimere un concetto approssimativo, di guida generica, non un criterio che possa aritmeticamente essere applicato con facilità per risolvere qualunque problema di confronto.

 

 

Il principio dice che non si deve modificare nessun organico di nessun corpo, anche numeroso, di pubblici funzionari senza studiare quale ripercussione la riforma possa avere sulle altre categorie; sì che si mantenga intatta quella relativa posizione che era stata stabilita in seguito a discussioni ed agitazioni precedenti. Se una variazione all’equilibrio precedente si arreca, questa non deve essere improvvisa, ma frutto di discussioni aperte, a cui abbiano potuto partecipare, in sede consultiva, tutte le rappresentanze delle categorie dei pubblici funzionari. Il metodo della discussione preventiva e generale è il più sano, il più prudente, quello che tutela meglio le ragioni della finanza e dell’interesse generale. Il ministro del tesoro può resistere meglio a domande ingiustificate di alcuni gruppi, perché può dimostrare che l’onere della chiesta riforma ha dimensioni assai vaste per la revisione che la riforma impone negli organici degli impiegati in generale. L’opinione pubblica darà il suo consenso cordiale tanto più volontieri quanto più sarà persuasa che il sacrificio dei contribuenti non soddisfa egoismi di categorie ma giova a creare uno stato di tranquillità e di contentezza generale fra tutti i servitori dello stato.

 

 

L’altro sistema, delle concessioni a spizzico, acuisce a dismisura il malcontento provocato dal caro della vita, provoca agitazioni continue. È come il giuoco dei mattoni. Le ultime modificazioni di organici anteriori al decreto del 6 dicembre avevano creato una condizione di equilibrio, non compiuta, perfezionabile, estensibile a taluni gruppi dimenticati, ma tollerabile. Di ciò non erano soddisfatti però i funzionari centrali. I quali si lagnavano della soppressione del grado intermedio di capo sezione e della loro parificazione a certe categorie di funzionari esecutivi, come gli agenti delle imposte. A questi difetti delle recenti riforme essi cercavano di porre rimedio in due maniere: la prima, seguita nei ministeri dell’agricoltura e dell’industria, nei quali si verificò una tale moltiplicazione negli alti gradi con relativa creazione di uffici nuovi, che ora affermasi, sembra fondatamente, esservi in questi ministeri cosidetti «economici» direttori generali, i quali dirigono il lavoro di 10 funzionari in tutto! La seconda maniera fu di ottenere improvvisamente, col decreto del 6 dicembre, un nuovo organico che porta lo stipendio, ad esempio, dei capi divisione da 9.600 a 12.200, com’era prima, a 10.500-13.200, e quello dei direttori generali da 13.200 a 14.000. L’organico nuovo si applicherebbe, secondo scrive il ministro Chimienti, a tutte le amministrazioni dello stato. La frase è inesatta. Esso si applica ai ministeri centrali, alle prefetture, alle intendenze, a quelle cioè che sono le amministrazioni fondamentali. Non si applica ai magistrati, ai professori, ai postelegrafonici, ai ferrovieri, agli agenti delle imposte, ai funzionari delle dogane, delle privative, delle imposte di produzione, delle carceri, ecc. ecc.

 

 

Tutte queste categorie di funzionari, che si sono viste per tal modo trascurate, sono fuori della grazia di Dio. Avevano, con grandi stenti, raggiunto la perequazione alcuni pochi giorni prima del decreto 6 dicembre ed oggi se la vedono ritolta. Il danno delle 500 o delle 1.000 lire di differenza è sentito, ma forse ancor più nuoce loro la rinnovata inferiorità morale in confronto con le categorie privilegiate. Non si dice che il governo abbia fatto male a dare da 10.500 a 13.200 lire ai capi divisione e 14.000 ai direttori generali. Se costoro sono valenti, lo stipendio seguita ad essere modesto, tanto più se si tien conto che esso deve essere decurtato del 15% circa per imposte e ritenute pensioni. Ma i professori universitari, i quali avevano ottenuto il pareggiamento – da 10.000 a 13.200 – ora si inquietano paragonandosi ai direttori generali il cui stipendio fu portato a 14.000 lire. E così fanno gli agenti delle imposte, i magistrati. Così fecero, con metodi riprovevoli, i postelegrafonici.

 

 

Se il governo farà ragione singolarmente alle lagnanze dei trascurati, rischia di sollevare poco dopo nuove lagnanze da parte dei funzionari centrali. Essi si sentiranno urtati dalla perequazione e vorranno riguadagnare la loro posizione di superiorità . In un momento di dimenticanza, strapperanno al governo una concessione speciale. E sarà il principio di nuove agitazioni delle altre categorie. È tutto l’edificio che crolla per lo spostamento di una pietra.

 

 

A questo malanno non si rimedia se non guardando il problema da un punto di vista unitario. Si definiscano le parità; si faccia ragione a chi ritiene giustamente di avere qualifiche e compiti superiori a quelli altrui. Ma una volta raggiunto l’equilibrio non lo si distrugga più con variazioni singolari. Poiché nessun equilibrio dura invariato in perpetuo, ad ogni tanto, ad esempio ad ogni cinque anni, lo si sottoponga a revisione per tener conto delle varianti che il tempo, le mutazioni tecniche, le riforme amministrative hanno reso necessarie. Ma sia revisione generale e contemporanea. Se, nel frattempo, ragioni economiche consigliano di aumentare gli stipendi, si proceda per aumenti percentuali uniformi, che non turbino in nulla l’equilibrio raggiunto. Non toglieremo così valore alla causa prima dell’irrequietudine odierna; ma eviteremo di esacerbarla con paragoni odiosi.

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