Tommaso Moro e la rivoluzione agraria del tempo suo
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/03/1943

Tommaso Moro e la rivoluzione agraria del tempo suo

«Rivista di storia economica», marzo-giugno 1943, pp. 46-50

 

 

Tommaso Moro, L’utopia o la miglior forma di repubblica. Versione e saggio introduttivo di Tommaso Fiore. Gius. Laterza e figli, Bari, 1942. Un vol. in 8° della «Biblioteca di cultura moderna» (n. 377) di pp. CV-150, 1 n. n. Prezzo L. 25.

 

 

1. – Quando Tommaso Moro scrisse (1516) il libro che diede il nome a tutte le utopie venute di poi stava morendo il tipo di organizzazione sociale che aveva di sé improntato l’Inghilterra medioevale: quello del manor, grande possessione spettante al signore (lord) ed occupata da una comunità di contadini servi e semiservi, che la coltivavano secondo il cosidetto open field system. Il signore conduceva direttamente la parte più piccola della tenuta, mercé le opere gratuite dei contadini, ai quali in compenso veniva dato in godimento la restante maggior parte. Il godimento era precario, le prestazioni erano incerte (secondo il detto celebre del giurista Bracton il villein nec scire debeat sero quid facere debeat in crastino). II godimento aveva luogo secondo il sistema dei terreni aperti (open fields), il che voleva dire che gli appezzamenti posti a cultura, sia di cereali che di erba, erano provvisoriamente chiusi soltanto nei mesi di raccolto pendente. Ritirati i fieni e le messi, campi e prati erano aperti al libero pascolo del bestiame appartenente alla comunità. Campi e prati non formavano unità agricola compatta; ma erano frazionati in innumerevoli striscie, di un acre, di mezz’acre ed anche meno, e le striscie spettanti ad ogni contadino erano sparpagliate su tutta l’estensione del manor. Il sistema diffuso in una gran parte d’Europa e di cui ancor oggi si veggono traccie ad occhio nella singolare frammentazione singolare dei terreni agricoli, dava luogo ad una economia collettivistica quanto a la lavorazione – i campi dovevano essere arati contemporaneamente, spesso con’aiuto dei vicini -, ugualitaria quanto ai mezzi produttivi – le striscie arate venivano ripartite ex novo ad ogni tanti anni come nel mir russo sino alla effimera riforma agraria dell’ante guerra, ed i terreni permanentemente a pascolo e quelli arati nell’intervallo tra il raccolto e la semina venivano sfruttati da greggi, che le famiglie dei contadini avevano diritto di immettere nei commons in proporzione alla superficie delle striscie da esse coltivate -; ma era individualistica quanto al godimento. Ogni famiglia teneva per sé i prodotti delle proprie striscie e i frutti del proprio gregge.

 

 

2. – Il sistema, non così idillico e patriarcale e stabile come fu voluto da taluno idealizzare, era rimasto tuttavia per parecchi secoli il fondamento della società economica inglese. Il manor era un’economia chiusa, nella quale si provvedeva alla produzione quasi senza intervento di denaro, con prestazioni personali e con la produzione diretta dei cereali, delle carni e delle lane necessarie alla comunità. Ma nel 1516, il sistema era oramai minato alla base. La grande peste (The Black Death, 1348-49), precipitando un movimento che s’era iniziato già prima, riduce grandemente la popolazione — i cronisti dicono della metà; — e fa alzare il valore del lavoro umano. Molti terreni ricadono in mano del signore, per la morte dei servi e per la fuga di altri, a cui  sono offerti, in villaggi vicini e nelle città, migliori condizioni di vita. Il vincolo personale tra la terra e il villano si oblitera ; ed al luogo del sistema complesso di concessioni terriere e di prestazioni personali tende a sostituirsi al sistema del fitto dei terreni e del pagamento delle opere in denaro. Ma nel nuovo ambiente economico, di cui si hanno ricordi sin dal primo ‘400, il sistema dell’open fields system, con le sue striscie sparpagliate, con l’invasione periodica delle greggi nei campi, non può durare. I cereali, che ogni contadino coltivava per il proprio consumo senza badare al costo di fatica personale, diventano antieconomici, ora che le opere debbono essere pagate in moneta. La lana, la quale da secoli era la principale merce di esportazione inglese, e che, nel sistema del manor, era quasi un prodotto di risulta, eccedente ai bisogni della comunità e perciò a costo imprecisabile, diventa ora una merce prodotta con un costo definito di denaro, sulla quale si perde se il prezzo non risulta remunerativo.

 

 

Di qui la corsa alle enclosures, cominciata da un secolo, accentuatasi sull’aprile del ‘500 e continuata sino a metà l’800. Enclosure è un concetto complesso il quale comprende: 1) la chiusura (encIosure) delle striscie sparpagliate di terreni arabili in una unità compatta, cinta da siepi stabili; 2) la conversione delle terre arabili in pascoli permanenti, meglio sistemati e più produttivi, nei quali era sufficiente una popolazione rada; 3) la occupazione dei pascoli, prima permanentemente aperti al pascolo brado, che in ogni manor circondavano la sezione divisa in striscie arabili. Il diradamento della popolazione, che aveva favorito la dissoluzione del sistema signorile-comunistico del manor, divenne a sua volta effetto della rivoluzione agraria delle chiusure. I nobili signori, per poter passar sopra, se non ai diritti, alle tradizionali usanze dei contadini, lasciavano andare in rovina villaggi e case sparse, talvolta li distrussero. Pochi pastori, in pascoli ammendati, concimati e chiusi, prendevano il luogo di centinaia di famiglie di contadini che, compiute le prestazioni sulla parte riservata al signore, praticamente vivevano liberi e indipendenti, su un territorio coltivato e goduto dalla comunità

 

 

3. – Le opinioni degli scrittori e dei politici contrastarono subito e rimasero per secoli contrastati. Gli agronomi, ultimo il grande Arthur Young, furono tutti in favore delle enclosures, nelle quali videro un indubbio incremento di produzione e di ricchezza e di ultimo anche un elevamento delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice campagnola. Tusser se ne fa eco nel ‘500:

 

 

«The country enclosed I praise

The other delighted not me».

 

 

Lodo le campagne chiuse; e non provo piacere nel contemplare quelle aperte. Si ricava maggior reddito da un acre che prima da tre; e quale differenza tra lo sfruttamento comunitativo di un tempo e l’orgoglio di rendere il proprio podere più redditizio:

 

 

«Again what a joy is it known

when men may be bold of their own»

 

 

Il poeta non chiude tuttavia gli occhi dinnanzi al lato oscuro; pur riconoscendo che era bene far cadere abusi inveterati (del pascolo brado, della mancanza di interesse a migliorare terreni, che per una parte dell’anno diventavano di dominio comune), lamenta che i pochi diventino ricchi e i molti poveri:

 

 

«The poor at enclosing do gruch

because of abuses that fall,

Lest some man should have but too much

and some again nothing at all»

 

 

4. – Tommaso Moro, con altri, critica invece il disordine sociale prodotto dalle chiusure. Il Fiore nella dotta penetrante introduzione premessa alla sua bella versione ha sorvolato, come è naturale, sull’ambiente economico nel quale nacque l’Utopia e ne ha illustrato invece le derivazioni e le parentele ideali filosofiche religiose politiche alle quali il libro si collega; ma, poiché l’indole di questa rivista è altro, mi ristringo a dire che essa è ben degna di essere Ietta prima e insieme col libro del Moro, del quale fornisce una preziosa guida interpretativa. Quel che ri-guarda, nel libro del Moro, la storia dei fatti e delle idee economiche, non è neppure quel che dà il titolo al libro, ossia la descrizione del paese di Utopia, della perfetta repubblica comunistica, nella quale non vi sono ladri assassini vagabondi oziosi poveri e ricchi dominati e tiranni. O meglio, tutto ciò interessa storicamente in quanto nette, per contrasto, in rilievo la critica che il Moro fa delle istituzioni economiche sociali e politiche del tempo suo. Moro non cerca di rendersi ragione dei fatti accaduti. Li constata e li riprova. Col rifugiarsi nel rimedio di Utopia, egli, non ancora uomo di stato, non va in cerca di una soluzione adatta ai tempi nei quali vive. La trasformazione del sistema dell’economia chiusa del manor in economia di mercato, aveva favorito l’insolenza dei grandi, oramai abituati a vivere col reddito in denaro dei propri fondi, circondati non più da contadini legali al suolo e da servi obbligati a prestazioni personali, ma da servitori oziosi, sentina di viziosi e di vagabondi, quando il signore li licenzi per vecchiaia o per diminuzione delle rendite o per volontà di spender e altrimenti. «E che altro potrebbero fare? Quando hanno sciupato, ad andare a zonzo, il vestito e la salute, non osano i nobili tenerli seco, così emaciati dalle malattie e coperti di cenci. Molti nemmeno potrebbero prenderseli i contadini, ben sapendo che chi è stato allevato mollemente nell’ozio e nelle delicature, avvezzo, con una scimitarra a fianco e con uno scudo, a guardare i vicini con faccia da scioperato ed a disprezzar tutti a paragone di sé stesso, non è per nulla adatto a servire fedelmente a un povero, con uno zappone in mano o una marra, per una scarsa mercede e un misero vitto» (p. 22).

 

 

Vede le pecore prendere il luogo degli uomini:

 

 

«Oves tam edaces atque indomitae esse coeperunt, ut homines devorent ipsos. Non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai poderi e non soddisfarti di vivere tra ozio e splendori senz’essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, [nobili e signori e persino abati, che pur son uomini santi] cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perche vi abbiano stalla i maiali».

 

 

Sono cacciati via i coltivatori della terra, con le loro famiglie; e quando hanno finito di vendere la lor roba si danno al ladroneccio.

 

 

«Per quanto essi ai offrano di gran cuore, non c’è nessuno che li prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c’è da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati abituali. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare occorrevano molte mani» (pp. 26-27).

 

 

Invertendo l’ordine storico dei fatti, per cui il diradarsi della popolazione aveva cagionato l’aumento delle paghe e il trapasso dall’economia chiusa in natura del manor all’economia di scambi a denaro ed aveva reso necessario il ricorso alla meno costosa pastorizia ed alla utilizzazione razionale dei terreni con le chiusure, Tommaso Moro pone a capo della sequenza dei fatti la mera avarizia dei grandi, li quale monopolizza le terre, ne caccia gli abitanti, scema la produzione dei cereali e rincara così i viveri e la lana stessa. La miseria, il vagabondaggio, il dilagare del vizio e del furto, che son fatti morali, sono collegati ad altro fatto morale, la volontà li lusso e di potere dei grandi. «In tal modo, ciò che rendeva questa vostra isola sommamente fortunata, torna a vostra rovina, per la malvagia avarizia di pochi senza coscienza» (p. 27).

5. – Poiché l’analisi è imperfetta, il Moro non sa suggerire se non rimedi generici, già sperimentati senza frutto:

«Allontanate queste varie pesti perniciose da voi, stabilite che le fattorie e i villaggi dei contadini o siano rifatti da chi li distrusse, o sian lasciati a chi vuol rimetterli a posto e rifabbricarli; ponete un freno a codesti accaparramenti da parte dei ricchi, a questa loro licenza, quasi di monopolio. Si tenga meno gente in ozio, si rifaccia l’agricoltura, si rinnovi la lavorazione della lana, ci sia qualche onesta occupazione in cui possa più utilmente esercitarsi codesta turba di sfaccendati. È la miseria che li ha resi ladri sinora, e quelli che intanto sono vagabondi o servi in ozio, tra breve saranno evidentemente ladri e gli uni e gli altri» (p. 28).

Gli interpreti hanno attribuito a Tommaso Moro antiveggenze che non ebbe. Egli, che sentiva profondamente il problema della coscienza religiosa, sentì anche vivamente i mali sociali dell’età sua, li descrisse e condannò vivacemente; ma non si elevò ad una critica storica di essi. La trasformazione sociale, da lui deprecata, non fu fermata dalla sua condanna e dalla visione del paese di utopia da lui presentata in contrapposto. Era appena iniziato, mentre egli scriveva, con la scoperta d’America e la conseguente scoperta delle miniere d’oro e d’argento, un moto monetario che dopo di lui doveva prendere più ampio avviamento e con sé recando nuovo, di gran lunga più accentuato, rialzo di prezzi, avrebbe dato luogo a nuove ruine di chiese e di monasteri, a nuovo accaparramento di terreni da parte di nobili e di favoriti e di mercanti, a nuove espulsioni di contadini dalle terre coltivate da secoli, a nuove chiusure. L’Utopia di Tommaso Moro non poté esercitare, colla semplice sua virtù di denuncia e di contrasto, nessuna efficacia di remora sul processo storico, che doveva sboccare nel sorgere della manifattura e della grande industria nel secolo XVIII.

 

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