Torniamo al “Signor”!

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Minerva

Paese sera

Data di pubblicazione: 01/03/1918

Torniamo al “Signor”!

«Minerva», 1 marzo 1918, pp. 137-139

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 349-354

«Paese sera», 12 maggio 1955

 

 

 

Il giorno 4 febbraio era diramato da Versailles il seguente comunicato:

 

 

«Dal 30 gennaio al 2 febbraio il Consiglio superiore di guerra, sotto la presidenza del signor Clemenceau, ha tenuto sette sedute plenarie a Versailles. Erano presenti: per la Francia: il signor Clemenceau, il sig. Pichon, il gen. Foch, il gen. Petain, il gen. Weygand; per la Gran Bretagna: il sign. Lloyd George, Lord Milner, il gen. Sir W. Robertson, il feldmaresciallo Sir D. Haig, il gen. Sir H. Wilson; per l’italia: il sig. Orlando, il barone Sonnino, il gen. Alfieri, il gen. Cadorna; per gli Stati Uniti: il gen. Bliss, il gen. Pershing».

 

 

Se quel comunicato, invece che dall’Havas e da Versailles, fosse stato diramato dalla Sefani e da Roma, innanzi al nome di ogni ministro sarebbero state messe le sacramentali S.E. (Sua Eccellenza) ed a quello di ogni generale i titoli cavallereschi di cui essi sono forniti. Accadde non di rado leggere, nei rendiconti dei pranzi ufficiali offerti dal governo italiano ai ministri alleati, che i ministri italiani cominciavano i loro brindisi con le parole che da noi, per la oramai lunga abitudine, suonano naturali: Eccellenza!, come se questo titolo competesse ai ministri in Francia e in Inghilterra. E nei giornali italiani, quando si parla del signor Clemenceau e del signor Lloyd George, per lo più si prefigge al nome la sillaba on., quando addirittura non si qualifica di lord qualsiasi ministro inglese, anche se si chiama Lloyd George o Asquith e come se non fosse per un premier liberale inglese un punto d’onore il non accettare di far parte della Camera dei Lordi.

 

 

Ho voluto fare queste osservazioni, che solo in apparenza paiono formalistiche, perché mi sembra che i maggiori contatti con l’estero provocati dalla guerra presente dovrebbero almeno, fra gli altri, produrre questo utile risultato: di ricordare agli Italiani come essi inavvertitamente nei sessant’anni di vita nazionale siano scivolati in uno spagnolismo di linguaggio e di titolature, quale si usa forse in nessun paese d’Europa e quale non si usava un tempo negli antichi Stati italiani; e di persuaderli come questo linguaggio altisonante, da basso impero, contrasti vivamente e non possa non produrre un’impressione direi quasi di grottesco negli amici nostri appartenenti alle nazioni di civiltà occidentale.

 

 

Soltanto in Italia – confronto, s’intende le nostre abitudini con quelle francesi, inglesi e nord americane – si usa nel discorso e nello scritto indirizzare la parola, la lettera, la relazione stampata ai ministri con la formula: Eccellenza! In Francia si dice o si scrive semplicemente Monsieur le ministre, in Inghilterra sempre Sir nel parlare, e Sir o Mr. (Mister) a seconda della qualità della persona nello scrivere; negli Stati Uniti sempre Sir nel parlare e Mr. nello scrivere. Negli Stati Uniti il signor Wilson medesimo è semplicemente il signor Wilson o, nelle relazioni ufficiali, Mr. President, signor Presidente.

 

 

Tutt’al più coloro che vogliono dare un titolo, nello scrivere, al loro Presidente lo chiamano Dr. Wilson, il dottor Wilson, dal suo titolo accademico. Dire Sua Eccellenza Wilson o Sua Eccellenza Lloyd George o Sua Eccellenza Clemenceau sarebbe una stravaganza.

 

 

Soltanto in Italia si usa prefiggere al nome dei deputati alla Camera il titolo di on. I deputati alle Camere alleate sono dei signori senz’altra aggiunta. Soltanto alla Camera dei Comuni, i deputati o members, ai quali la consuetudine vieta di pronunciare il nome e cognome dei colleghi, adoperano parlando dei – e non ai – loro colleghi le qualifiche il mio onorevole amico o, se si tratta di deputati che sono anche membri del Consiglio privato della Corona, il mio molto onorevole amico, facendolo seguire o no dall’indicazione del collegio di cui il collega è rappresentante, a seconda che tale indicazione è necessaria o no a identificare la persona di cui ci si occupa. Gli italiani hanno imitata dall’Inghilterra la qualifica di onorevole; ma, mentre lassù, nella patria delle istituzioni rappresentative, quella è una cortesia di discorso, un modo distinto di esprimere la propria stima personale verso il collega, forse verso l’avversario politico, in Italia quella qualifica si è trasformata in un titolo, che si usa nel discorso con cui si interpellano i deputati e che si attacca alla loro persona persino quando essi non fanno parte del Parlamento.

 

 

Soltanto in Italia si usa, nel parlare e nello scrivere e persino nel semplice saluto, indirizzare il discorso o le lettere agli insigniti di onorificenze cavalleresche con le parole cavaliere! commendatore! Se da noi non si è ancora giunti a salutare taluno col titolo di cavaliere ufficiale, o di grand’ufficiale, o di cavaliere di gran croce, ciò è accaduto soltanto perché la pronuncia di questi titoli è un po’ lunga e fastidiosa. Non manca però la buona volontà di fare qualche progresso su questa via. Tant’è vero che, nello scrivere, i puristi delle titolature già usano notare sugli indirizzi un cav. per i cavalieri semplici, e invece un cavaliere per disteso per i cavalieri di gran croce.

 

 

Alla brava gente che si compiace nel sentirsi salutare per via coi titoli di cavaliere e di commendatore può far dispiacere; ma sta di fatto che questa abitudine spagnolesca – e forse io calunnio la Spagna! – dei saluti in termini cavallereschi è una peculiarità tutta nostra. Non parlo degli Stati Uniti, a cui si potrebbero aggiungere la Svizzera e la Norvegia, dove per somma fortuna non esistono ordini cavallereschi ed è vietato ai cittadini ricevere decorazioni da potenze straniere; ma neanche in Francia e in Inghilterra non si usa nulla di simile a ciò che è finito con diventare abitudinario da noi. Non che quei popoli non siano ghiottissimi di titoli cavallereschi; anzi, per la maggior difficoltà di conseguire croci e commende nell’ordine della Legion d’onore o in quello del Bagno, quei titoli sono ambitissimi e invidiati, più che le corrispondenti decorazioni dell’ordine della Corona d’Italia. Ma coloro che ne sono insigniti hanno avuto il buon gusto di non deprezzare l’onorificenza ricevuta facendosela ricordare ad ogni passo, per via, negli uffici, nei negozi, nel parlar famigliare, sugli indirizzi delle lettere e delle cartoline. Il cavaliere della francese Legion d’onore tiene assaissimo alla sua croce e ama fregiarsi l’occhiello della giacca con il relativo nastrino; ma nello scrivere e nel parlare egli rimane sempre Monsieur X. Sarebbe di cattivo tono, anzi di pessimo gusto, chiamarlo Chevalier X. Tutta questa schiera risuscitante di cavalieri borghesi e a piedi basterebbe per affogare nel ridicolo l’istituzione della Legion d’onore presso i nostri amici di oltr’Alpe. Gli inglesi sono anche assai affezionati ai loro ordini; e nelle sopracarte delle lettere si ha somma cura, quando un Mr. Smith è stato insignito della qualità di Knight (cavaliere) in un ordine cavalleresco, di scrivere d’or innanzi il nome sotto la forma di Sir Herbert Smith. Ma a nessuno viene in mente di salutare un Knigth Commander inglese col titolo che gli spetta. Ad essi il discorso continua a essere indirizzato col sir, come si faceva prima quando egli era un semplice mister. Dico continua perché è ben risaputo che, nel discorso, il sir o signore si dà a tutti, semplici mortali, decorati o baronetti, salvoché a coloro che hanno diritto, per ragion di nobiltà, al titolo di lord.

 

 

Soltanto in Italia è caduto in dissuetudine l’antico, bello, fine appellativo di signore. Tanto bello e tanto fine che gli inglesi nessun maggior onore credono di poter render a un italiano quando ne pronunciano il cognome fuor di permettervi l’appellativo signore. Essi dicono e scrivono: signor Orlando, signor Salandra, signor Giolitti, ed a ragione credono di rendere onore ai nominati. Così si faceva anche da noi quando si scriveva: messer Niccolò Machiavelli. Invece, tanta è la degenerazione nostra a questo riguardo, tanta la mania dei titoli e del parlare metaforico, enfatico e grossolano, che quasi si considera come una persona da nulla colui al quale non si possa parlare come ad eccellenza, onorevole, commendatore, cavaliere.

 

 

Il buon gusto è siffattamente scomparso che vi sono dei miei colleghi, a cui pure nessun titolo dovrebbe esser più gradito di quello di professore – gradito come quello che ricorda la missione, lo scopo della vita loro, così come, negli altri campi, i titoli di avvocato, di medico, di ingegnere, di mercante, di industriale, di artigiano, – i quali preferiscono di essere apostrofati in qualità di cavalieri e commendatori. Il brutto andazzo si è così diffuso che oggi i giornalisti usano la parola signor soltanto per prefiggerla ai nomi di coloro con cui essi capitano a polemizzare; quasi che quel prefisso fosse un segno di disprezzo.

 

 

Non credo che neppure i tedeschi, pur così adoratori di ogni forma di autorità, così formalisti osservanti di ogni ragione di gerarchie sociali e cavalleresche, siano giunti all’estremo abuso che dei titoli e degli atti di adulazione verbale si è venuto a commettere in Italia. I primi ufficiali dei ministeri piemontesi indirizzavano al conte di Cavour i loro rapporti con la formula: signor ministro! Sarebbe tempo che si tornasse, dappertutto, nelle costumanze ufficiali e sociali, nel parlare e nello scrivere, all’antica semplicità, e abbandonassimo le recenti non lodevoli abitudini di linguaggio arlecchinesco, che devono essere cagione di stupore non piccolo ai nostri alleati, usi a vivere in paesi dove la democrazia nuova non ha fatto dimenticare le antiche forme del vivere aristocratico, che vuol dire fine e semplice.

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