Tracotanze protezionistiche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/10/1919

Tracotanze protezionistiche

«Corriere della Sera», 23 ottobre 1919[1], 12 novembre 1919[2]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 476-489

 

 

 

 

I

 

La tariffa provvisoria e quella contro gli ex nemici

 

Il problema doganale, benché non sia uno di quelli che più sono discussi e a cui più si appassiona l’opinione pubblica, è senza dubbio uno di quelli a cui più dovrebbe il nostro paese rivolgere la sua attenzione.

 

 

Dopo un lungo silenzio, studiosi ed industriali cominciano di nuovo a discutere. Gli studiosi da una parte, fermamente persuasi di fare quanto è possibile per difendere soltanto l’interesse generale, e gli industriali dall’altra, in difesa di quello che anch’essi ritengono sia non solo il loro interesse particolare, ma anche e sovratutto l’interesse del paese. Ma in quale ambiente mutato rinasce la disputa! Non già che sia vero quanto si disse e ripeté le mille volte, che la guerra abbia ucciso e rinnovato la scienza economica cosicché le verità di prima oggi non avrebbero più corso ed una nuova scienza, diversa dall’antica, sarebbe per sorgere dal grande incendio mondiale. Purtroppo le vecchie verità rimangono: le leggi che gli economisti avevano esposto rispetto all’abbondanza della moneta circolante, alla inutilità dei calmieri, ai doveri dell’intervento governativo in materia di approvvigionamenti, ad una ad una si trovarono verificate da una delle più belle esperienze che la storia economica ricordi. Nuovi fatti, nuove verifiche, vennero ad arricchire il già ricco libro della sperimentazione economica. Come era naturale, il rivolgimento avvenuto nei prezzi, nei costi, nei trasporti costrinse a porre ed a risolvere i problemi su una base diversa. La logica usata per risolverli è sempre la stessa, ma deve lavorare su dati differenti per dimensioni, per direzione, per numero.

 

 

Prima della guerra, gli studiosi battagliavano per ottenere diminuzioni dei dazi doganali. Affermavano che il protezionismo, vecchio in Italia di oramai trent’anni, doveva avere prodotto tutti i suoi effetti; che le industrie, giovani e bisognose di aiuto nel 1880, dovevano essere divenute adulte e dovevano rinunciare alle dande che le avevano sorrette per tanto tempo. Se qualche industria non era riuscita a diventare forte e capace di vivere di vita propria, ciò era segno della sua incapacità organica a vivere indipendente. Se qualche eccezione doveva farsi, essa doveva accuratamente limitarsi alle nuove industrie, sorte negli ultimi anni, ed ancora lottanti per farsi strada, od a quei pochi casi in cui una industria economicamente passiva fosse richiesta dalle supreme necessità di difesa del paese.

 

 

Contro gli assalti mossi dagli economisti alla roccaforte del protezionismo doganale, gli industriali ed agricoltori protetti opponevano una strenua difesa. Ma aveva più carattere di difesa di posizioni acquisite, che di offesa per ottenere nuovi e forti aumenti di dazi. Lavorava, è vero, una commissione nominata dalla Associazione tra le società italiane per azioni ed andava preparando pregevoli studi, poi venuti alla luce, i quali conchiudevano alla necessità: 1) di «migliorare», come i protezionisti dicevano, la antiquata tariffa, differenziando e modernizzando le voci; 2) di applicare il sistema della tariffa massima e minima, la quale era poi in realtà un sistema di molteplici tariffe, rispetto alle colonie, rispetto ai paesi a reciprocità, rispetto ai paesi in lotta doganale, ecc. ecc.; 3) di variare i dazi, molti nel senso dell’aumento, ma alcuni altresì nel senso della diminuzione. Indizio tenue, se si vuole, ma indizio non trascurabile di una tendenza a consentire con gli studiosi nel concetto che il protezionismo non era un fenomeno perpetuo, ma doveva un giorno iniziare il suo cammino discendente. Le conclusioni della commissione privata erano fatte sostanzialmente proprie da una commissione reale, istituita con R.D. 23 gennaio 1913, la quale si sciolse dopo circa 5 anni, senza che dei suoi lavori, poderosi a quel che si sente dire, nulla venisse alla luce.

 

 

Stretto dal tempo, il governo ha fatto preparare da una commissione ministeriale due tariffe: 1) una provvisoriissima, la quale si dovrebbe applicare alle merci soggette alla tariffa generale, ossia in sostanza alle merci tedesche ed ex austro-ungariche; 2) una tariffa doganale provvisoria, la quale dovrebbe sostituire la attuale tariffa generale e preparare la via alla stipulazione di nuovi trattati di commercio.

 

 

I giornali hanno pubblicato saggi dell’una e dell’altra tariffa di quella provvisoriissima, applicabile subito alle merci ex nemiche e di quella provvisoria, la quale dovrebbe essere il ponte di passaggio al regime definitivo. Quale rivolgimento! Alcune poche cifre bastano a darne un’idea:

 

 

 

Tariffa

generale

vigente

Tariffa

contro le

merci

ex nemiche

Tariffa

generale

provvisoria

Vino

20,60

30-90

30-200

Colori da catrame in stato secco

esenti

250

125-250

Tessuti di cotone a colori o

o tinti o stampati

95-284

114-340

60-580

Tessuti di lana

150-580

195-754

200-770

Ghisa in pani

1

3

2,75

Ferro ed acciaio laminati

6,50-9

11-15,30

11-52

Rotaie per ferrovie

6

12

11-17

Tubi di ferro ed acciaio

12-17

18-30,60

18-110

Utensili e strumenti comuni

13,50-20

27-40

24-55

Mietitrici e falciatrici

4

12

16-20

Strumenti scientifici

30-125

60-250

150-200

Gomma elastica in tubi

40-60

72-120

55-110

Pianoforti a tavolo e verticali

90

180

180

       

 

 

L’elenco potrebbe seguitare. È tutto un nuovo orientamento verso formidabili rialzi che ci si para innanzi. Rialzi effettivi, non nominali, poiché i dazi del futuro continueranno a pagarsi, come quelli odierni, coll’aggiunta del cambio.

 

 

La spiegazione del rivolgimento è chiara. La guerra ha creato per cinque anni una situazione di protezionismo acuto, anzi di proibizionismo, quale sarebbe stato follia sperare ai più accesi protezionisti. Gli antichi dazi del 20, del 30, del 50% sul valore della merce scomparvero di fronte al rincaro spaventevole nei prezzi di trasporto ed al deprezzamento della lira, che eressero una specie di muraglia cinese attorno all’Italia. L’industriale nazionale – anche astrazion fatta dalla comodità di vendere a qualunque prezzo ad un cliente stretto dall’urgenza del bisogno ed incompetente – poté rialzare i prezzi a carico del consumatore italiano del 100, del 200 o del 300%, sicuro, com’era, che nessuna concorrenza estera sarebbe venuta a disturbarlo. Taluni concorrenti, e fra i più temibili, erano tagliati fuori dalla guerra. Altri erano impediti dal concorrere dall’altissimo costo dei trasporti e dalla necessità di vendere in lire con aumenti del 50 o del 100% per ottenere la stessa quantità di prima di moneta estera. I cinque anni di guerra furono uno sperimento magnifico – per gli osservatori e per chi non vuol persuadersi delle verità economiche prima di toccar col dito e vedere con gli occhi propri, ma non altrettanto consolante per i consumatori e per la maggioranza dei produttori – di proibizionismo e dei suoi effetti. Se il paradiso in terra è un paese chiuso, indipendente, tutelato con ostacoli insormontabili dalla concorrenza estera, se per far prosperare e fiorire un paese occorre impedire alle merci estere di inondarlo, quel paradiso noi, per necessità assoluta di cose, lo avemmo e lo godemmo durante la guerra. Se però il protezionismo in atto nella sua più pura espressione è un paradiso terrestre, noi dobbiamo cessare di vantarci dei sacrifici con animo fermo sostenuti a causa del rincaro dei prezzi, della difficoltà di procacciarci le cose necessarie od utili alla vita. Questi, che tutti considerammo i mali inerenti ad una guerra voluta per fini nazionali altissimi, dovrebbero essere invece aggiunti agli altri benefici che la guerra ci procurò.

 

 

Qualunque sia il nome che si vuol dare al fatto, il fatto sussiste: la difficoltà dei traffici e il deprezzamento della lira furono e sono un vero altissimo dazio doganale contro le importazioni dall’estero. All’ombra della protezione, molte industrie ottennero ingenti guadagni; ed i consumatori, comprese tra questi molte industrie consumatrici e principalmente l’agricoltura, dovettero pagare prezzi esorbitanti.

 

 

Finita la guerra, era da credere che a poco a poco i traffici riprendessero, che i noli ribassassero a limiti più ragionevoli, che alla lunga la lira ritornasse ad essere apprezzata. In parte, per quanto riguarda i noli, già la discesa è cominciata. Si riaprono o si riapriranno le frontiere verso i paesi ex nemici ed antiche concorrenze potranno rinnovarsi. I consumatori e le industrie consumatrici cominciavano perciò a guardare all’avvenire con una certa fiducia, con una qualche speranza di tempi migliori.

 

 

A chiudere il tenue spiraglio di luce, si sono affrettate le industrie protette a chiedere forti inasprimenti daziari. Ridotte alla loro essenza ultima, le nuove tariffe sono un tentativo di cristallizzare in parte la situazione artificiale creata dalla guerra. Le tariffe proposte dal governo non sono tutto ciò che i protezionisti chiedevano – ben altro sarebbe necessario! -; ma sono un buon passo sulla via della conservazione delle posizioni acquisite. Se si deve chiedere al governo la pubblicazione d’urgenza delle nuove tariffe e delle relazioni della commissione reale e di quella ministeriale, non si può neppure muovergli una critica eccessiva per avere, sulla base delle relazioni pervenutegli, proposte tariffe grandemente inasprite in confronto alle antiche. Quando mai ci fu un movimento d’opinione che trattenesse i compilatori delle nuove tariffe dall’accettare per buoni gli argomenti che i gruppi protetti, attraverso le varie commissioni, mettevano innanzi a giustificare le loro esorbitanti richieste? La tariffa vecchia era antiquata ed insufficiente; i costi interni erano cresciuti a dismisura per il rialzo nei prezzi del carbone e delle materie prime, per il rialzo dei noli e delle imposte, per il crescere continuo dei salari e la diminuzione delle ore di lavoro. Minacciosa si annuncia all’orizzonte la concorrenza della giovane repubblica nordamericana, arricchita dalla guerra; non lieve quella della Francia, divenuta il maggior produttore di ferro ed acciaio d’Europa. Spaventosa è la minaccia della rinnovata concorrenza tedesca, favorita dal ribasso del marco, la quale potrà buttare sul mercato a prezzi irrisori, ricavandone tuttavia buon numero di marchi, masse cospicue di merci. Lo spettro del dumping dimenticato durante gli anni di guerra, nuovamente si erge dinanzi agli occhi del terrorizzato produttore italiano.

 

 

Qual meraviglia, che, a sentir quest’elenco di minacciati disastri, il governo, questo d’ora e quello di prima, abbia creduto suo dovere di correre ai ripari proponendo di inacerbire le difese doganali contro le temute concorrenze estere? Se non l’avesse fatto, sarebbe stato tacciato di scarso patriottismo, di servilità verso lo straniero amico e di simpatia verso lo straniero nemico. Il torto suo è di non pubblicare subito tutti i dati su cui si è fondato per giungere alle sue conclusioni, così che anche gli avversari del protezionismo, studiosi ed industriali ed agricoltori danneggiati, possano parlare alto e forte. Interrogare nel chiuso dei ministeri e delle commissioni non basta in questa materia ardente. Tutto deve farsi alla luce del sole.

 

 

Frattanto tocca a noi, nonostante il riserbo e l’oscurità, dire agli industriali che hanno chiesto e stanno ottenendo protezioni mai più viste, che anche in questo campo essi hanno sbagliato strada.

 

 

Sbagliano quando, allarmati da pericoli insussistenti, chiedono al governo di rinunciare ai severi provvedimenti necessari per far pagare sul serio ed equamente le imposte occorrenti a risanare il bilancio pubblico. Sbagliano, quando immaginano di fare l’interesse dell’industria cercando di prolungare una situazione di prezzi alti e di mercato chiuso, che la guerra rese inevitabile, ma che era un malanno destinato a finire con la pace. La prosperità ed i guadagni rendono ciechi. Oggi, vi sono taluni gruppi industriali – e dico taluni, perché convinto nel tempo stesso che la borghesia desidera quasi tutta pagare le imposte volute dalle urgenze dell’erario e che la massima parte degli industriali, se conoscesse il proprio vero interesse, vorrebbe vivere di vita indipendente all’aria aperta della concorrenza – i quali non vogliono pagare imposte e vogliono nel tempo stesso assoggettare le altre industrie, l’agricoltura ed i consumatori, a forti ed illegittimi balzelli a proprio beneficio. Ciechi sono costoro, che in un momento storico solenne scavano la fossa a sé e pretenderebbero di seppellire con essi il paese. Il nuovo compito degli studiosi è di dimostrare che la salvezza sta nella vita libera all’aria aperta e che,

anche nel campo doganale, come in quello dei commerci interni e dei vincoli alla produzione, importa abbattere a colpi di scure la situazione artificiale economica di alti prezzi e di mercato chiuso che la guerra ha dovuto creare.

 

 

II

 

Non deve più entrare nulla in paese[3]

 

La Associazione fra le società italiane per azioni pubblica su «La rassegna italiana» un articolo su Il nuovo regime doganale italiano, il quale merita un commento, certamente non benevolo. Esso è scritto con tono di risolutezza, quasi si direbbe di comando verso il governo che dapprima stupisce e poi finisce di indignare.

 

 

A sentire l’associazione, la vecchia tariffa doganale dell’1 gennaio 1888 non solo era antiquata, piena di «difetti gravi», ma era anche ingiusta essendosi preoccupata «esclusivamente» delle industrie tessili e non avendo «esitato a sacrificare l’industria chimica e l’industria meccanica». Oramai bisogna fare piazza pulita di questo vecchio «arnese» ed applicare la nuova tariffa predisposta dalla commissione reale del 1913, col valido contributo della associazione medesima.

 

 

L’associazione espone chiaro e tondo quali fossero i desiderati degli industriali italiani alcuni mesi fa e quali siano ora.

 

 

Alcuni mesi fa un gruppo di industriali, radunati sotto la presidenza dei ministri Ciuffelli e Crespi all’Hotel Edouard VII a Parigi, avevano chiesto:

 

 

  • che, con precise riserve del trattato di pace, o per lo meno con provvedimenti di ordine interno, fosse vietata l’importazione dei manufatti prodotti dall’Austria-Ungheria e dalla Germania fino a che non si rendesse possibile l’applicazione di una nuova tariffa doganale

 

 

  • che con opportune misure venisse contenuta l’importazione di manufatti stranieri di qualsiasi altra provenienza, nel periodo fino al 20 settembre 1919, data a cui l’Italia riacquistava la libertà doganale anche in confronto dei paesi alleati o neutri;

 

 

  • che fossero denunciati l’accordo italo-francese ed il trattato italo-svizzero e gli altri trattati a tariffa in tempo utile, perché l’Italia riacquistasse al più presto e cioè almeno dal 20 settembre 1919 – la sua piena libertà doganale;

 

 

  • che una tariffa doganale provvisoria fosse prontamente predisposta, sentiti i rappresentanti dell’agricoltura e delle industrie, con doppio ordine di dazi e cioè, con dazi generali da applicarsi alle provenienze dai paesi nemici (materie prime escluse) e con dazi minori da applicarsi dopo il 20 settembre 1919 e fino all’approvazione di una tariffa definitiva a tutte le provenienze dai paesi che assicurassero a loro volta il trattamento più favorevole ai prodotti italiani;

 

 

  • che nessun accordo doganale venisse stipulato con altri paesi, fino a che non fosse approvato ed applicato in Italia in modo definitivo (e cioè con la sanzione del parlamento) un nuovo regime di diritti di confine.

 

 

Se alcuni mesi fa codesti industriali chiedevano «divieti», «limitazioni», «denuncie di trattati di commercio» e «facoltà di aumentare in futuro i dazi senza alcun vincolo», a piacimento del governo, ossia secondo i desideri degli interessati, adesso si lamentano di tutto ciò che si è fatto e si sta facendo ed insistono nel fare richieste che è bene la pubblica opinione conosca precisamente nella loro enormezza.

 

 

Non sono contenti dei provvedimenti interinali. Per soddisfare ai loro desideri imperiosi, il governo ha pubblicato un lungo elenco di divieti di importazione in un r.d. 24 luglio 1919, che qui ho ripetutamente e vivacemente criticato. L’associazione delle società per azioni non è contenta neppure di quello. L’elenco infatti comprende «un numero assai limitato di merci»; non contempla «prodotti di grande importanza industriale, per i quali sarebbe pure nella situazione attuale giustificata questa maniera di difesa contro la concorrenza estera»; non si applica a tutte le provenienze, ad es., non si applica alle provenienze dalla Francia, dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Gran Bretagna, dal Canadà e dalla Svizzera, salvo poche eccezioni; non si applica nemmeno – l’associazione sembra inorridire a questo punto! – agli aghi da maglieria e da cucire, agli uncinetti, alle platine per telai, ai carboni fossili, ai prodotti chimici, ai generi medicinali, alle materie coloranti ed alle vernici provenienti dalla Germania. «Come se ciò non bastasse» è concessa al ministero delle finanze – «che ne usa ben largamente, senza riguardo alle condizioni della industria nazionale» – facoltà di eccezione ai divieti di importazione.

 

 

Peggio. Sui divieti di importazione non si può fare assegnamento a lungo: come si potrà invero, ratificata la pace, conservare questo regime eccezionale di guerra?

 

 

È vero che il governo ha applicato per decreto reale un elenco di «coefficienti di maggiorazione», per cui molti dazi della tariffa vigente sono aumentati dal 20 al 200 per cento ed in taluni casi anche del 400 e persino del 1.000 per cento. Ma l’associazione, che non si degna di ricordare l’aumento del 1.000 per cento – olii essenziali diversi – ed appena accenna come eccezionali agli aumenti del 400 per cento, grida che «purtroppo» gli aumenti non tengono «adeguato» conto della anormalità della attuale situazione, e conclude che il provvedimento appare assolutamente «insufficiente». Insufficiente per la misura dell’aumento – pare che in Francia si sia fatto peggio e naturalmente l’associazione si fa subito forte del «peggio» francese, inneggia a propositi inglesi, finora rimasti campati in aria, e si augura che in Spagna il paese «insorga» contro le tendenze libero – scambiste della giunta delle dogane, la quale, al massimo, vorrebbe conservare i dazi stabiliti nella tariffa vigente -; insufficiente per le merci contemplate che sono quelle sole per cui l’importazione dai paesi nemici era nel 1913 rilevante. È dunque «doveroso» per il governo, conclude l’associazione, provvedere «in concorso dei relatori industriali ed agrari della commissione reale per il regime doganale», ad una rapida integrazione dei coefficienti di maggiorazione da applicare alla tariffa vigente.

 

 

Né l’associazione è meglio contenta del progetto di tariffa generale presentato dal governo alla commissione parlamentare. È vero che quel progetto è stato compilato da alcuni funzionari governativi sulla base della tariffa predisposta dalla commissione reale, la quale a sua volta erasi uniformata ai criteri del comitato privato scelto in seno all’associazione tra le società per azioni oggi scrivente e protestante. Ma l’associazione afferma che i dazi da essa elaborati ed accettati dalla commissione reale avevano «espresso riferimento ai costi ed ai valori prebellici»; e vivamente si lagna che i funzionari governativi li abbiano aumentati in media solo dal 10 al 15%, sicché essi presentano un «troppo piccolo» distacco dai dazi minimi della commissione reale.

 

 

Non monta che l’aumento operato dai funzionari governativi sia in media ben più elevato di quel 10-15%; non monta che un semplice sguardo gittato alla «tabella di confronto», presentata dal governo alla commissione parlamentare in occasione del decreto portante i sovradetti «coefficienti di aumento», dimostri che l’aumento minimo sia del 20% e che numerosissimi siano gli aumenti del 100, del 200 e non rari quelli del 300 e del 400%. Tutto ciò non basta alla associazione, agli occhi della quale una tariffa generale «non si può considerare come un efficace strumento di tutela della economia nazionale se la sua applicazione non costituisce realmente un regime di disfavore». Posto un dazio «minimo» da applicarsi alle provenienze dei paesi «amici» ossia dei paesi che ci concedono la tariffa più favorevole; posto dunque un dazio minimo, il quale dev’essere sufficiente a permettere alla industria nazionale di svilupparsi al sicuro dalla concorrenza estera; ossia ancora posto un dazio minimo per se stesso proibitivo contro tutti, la tariffa generale, quella valida per i paesi non amici stretti, deve essere uguale al dazio minimo aumentato del 5% per le materie prime e le derrate alimentari «naturali», del 10-15%, per le materie prime semilavorate e per i prodotti alimentari lavorati, del 25-50% per i manufatti.

 

 

Una tariffa «razionale» deve essere «con rigore» fondata su questi principi. Bisogna quindi aumentare dazi minimi e dazi generali in modo che niente possa più entrare in paese, se prima il consumo interno non sia stato soddisfatto dalla produzione interna. Tutto ciò deve essere fatto dal governo subito e senza attendere la convocazione del parlamento, sentiti i rappresentanti dell’agricoltura e dell’industria.

 

 

Bisogna guardarsi inoltre bene dallo stipulare trattati di commercio di qualsiasi genere con qualsiasi paese. Finché durava la guerra, era necessario conservare buoni rapporti con gli alleati, anche perché allora «era conveniente» ottenere da essi le merci «a noi necessarie» ad un «mite prezzo». Adesso, invece, persino la Francia è diventata per noi una «grave Incognita» perché potrebbe venderci a buon mercato ferri, acciai ed altri prodotti, di cui essa è divenuta la maggior produttrice d’Europa, grazie alla riannessione della Lorena. Un qualunque regime convenzionale, anche provvisorio, ci darebbe «dazi assolutamente insufficienti alle più modeste esigenze delle industrie!».

 

 

Dunque niente trattati; ma una doppia tariffa, l’una minima da applicarsi ai paesi amici, e l’altra generale per le provenienze da paesi che non concedano le migliori condizioni alle nostre esportazioni. Anche le tariffe variabili a piacere del governo italiano; nessun vincolo di voci e di dazi verso nessun paese. Né il governo possa trattare con alcuno stato estero senza fare assistere i suoi diplomatici o i suoi negoziatori da diretti rappresentanti dell’agricoltura e dell’industria, e «cautele» contro gli eventuali spropositi liberistici degli uomini politici.

 

 

Non so se nei lettori l’esposizione fedele delle domande dell’associazione fra le società italiane per azioni abbia destato un senso di raccapriccio uguale a quello che io ho provato. Certo è che ben difficilmente si è sentito un linguaggio così tracotante e così imperioso come questo verso governo e parlamento. Eravamo abituati ad un frasario siffatto solo nella prosa dei manifesti socialisti e delle federazioni di pubblici impiegati ostruzionisti o scioperanti. Il «governo deve fare» questa o quella cosa; nessun provvedimento deve essere preso senza l’assistenza «continua» dei rappresentanti dell’industria «posti a fianco» dei delegati ufficiali. Questa gente che si inquieta al pensiero dei soviet russi, non si accorge dunque che le sue pretese sono una imitazione goffa e peggiorata delle medesime tendenze particolaristiche ed egoistiche di classe?

 

 

Ed, astrazion fatta dalla inammissibilità assoluta di questi principi dal punto di vista di un governo rappresentativo degli interessi generali, a quali scopi vorrebbe l’associazione indirizzata la politica doganale italiana? Sono questi scopi conformi all’interesse generale?

 

 

A sentire l’associazione parrebbe che la esigenza prima e fondamentale dell’agricoltura, dell’industria e del lavoro nel momento attuale fosse:

 

 

  • di vietare l’importazione di tutte le merci che si possono produrre in Italia;

 

 

  • di impedire che gli italiani possano comprare merci estere a mite prezzo. Poteva in tempo di guerra essere conveniente comprare merci necessarie a buon mercato. Oggi, che siamo in pace, interesse generale è di evitare come la peste le merci a mite prezzo. Bisogna che tutto sia caro in Italia, se si vuole che l’industria viva. Se appena appena spunta alla frontiera l’ombra di una merce atta a ridurre in Italia il costo della vita, il costo delle costruzioni, degli impianti industriali, il costo degli strumenti, degli utensili, delle macchine agrarie, il costo di tutto; bisogna darvi addosso come all’untore, perseguitarla con dazi bastevolmente alti, si da far passare la voglia a chiunque di importare qualunque cosa. I paesi esteri si contentino di vendere a noi materie prime, grezze e prodotti alimentari «naturali». Anatema alle merci ed agli alimenti stranieri appena appena abbiano subito un principio di lavorazione! Subito si oppongano al pericolo dazi, sovradazi, coefficienti di aumento. Ed il governo non si vincoli mai, con nessuno, per nessuna ragione; cosicché appena, nonostante tutto, di una merce qualunque cresca l’importazione, subito possano essere cresciuti i dazi contro di essa.

 

 

Se questa non è pazzia sragionante, io non so più come distinguere tra la follia e la saviezza. Voglio dire anch’io di che cosa gli agricoltori e gli industriali italiani hanno bisogno sovratutto nel momento attuale: di togliersi di dosso il giogo tirannico delle due o tre false rappresentanze che li diffamano agli occhi del pubblico, dipingendoli come gente che non è capace di lavorare se non all’ombra di dazi enormi e proibitivi. Nessuno di noi, che siamo in voce di liberisti, vogliamo l’abbattimento improvviso delle barriere doganali. Tutti diciamo che si deve procedere per gradi. Ma occorre opporsi con fermezza al tentativo di far credere che nessuna vita sia possibile in Italia, se una barriera cinese non si innalzi alla frontiera per impedire la concorrenza delle merci estere. Ciò val quanto dire che gli italiani non sono capaci di compiere il menomo lavoro se non male e peggio degli stranieri. Il che è falso, oltraggioso ed assurdo.

 

 

No. Questo dell’associazione è un tentativo iniquo di prolungare in tempo di pace la condizione forzosa di altissimi prezzi, di mancanza di concorrenza, di guadagni eccezionali del tempo di guerra. E non a favore della massa degli agricoltori e degli industriali. Questi soffrono, al pari dei consumatori non appartenenti alle classi agricole ed industriali, del proibizionismo che si vorrebbe perpetuare. Gli agricoltori italiani hanno bisogno di macchine, di concimi, di arnesi a buon mercato. Vogliono tessuti e scarpe meno cari d’adesso. E la grande massa degli industriali italiani ha l’uguale interesse. Gli industriali italiani in grandissima maggioranza non producono oggetti semi-lavorati, di massa; ma oggetti finiti, in cui il costo delle materie prime ha poca importanza in confronto al costo del lavoro. Per essi non c’è dazio che valga a proteggerli contro la concorrenza estera. Per essi il massimo interesse è di avere il ferro, l’acciaio, i filati e le altre materie semilavorate al minimo prezzo. Il loro ingegno, l’abilità progressiva delle loro maestranze farà il resto. Che se manca l’ingegno, l’abilità, l’industriosità, nessun rimedio artificioso serve.

 

 

Purtroppo, delle associazioni e delle rappresentanze ufficiali delle industrie si sono impadroniti taluni ristretti gruppi, il cui nome corre sulla bocca di tutti, che hanno interessi contrari a quelli della maggior parte degli industriali e degli agricoltori italiani. Il governo non deve lasciarsi intimidire dalle parole grosse di costoro. Deve interrogare tutti. Non basta mandare il prometto di tariffa alla unione delle camere di commercio, alla confederazione generale dell’industria ed alla rappresentanza generale dell’agricoltura. Chi ha scelto questi corpi e chi ha attribuito loro il compito di rappresentanti degli interessi generali? Tutti devono essere interrogati; anche i sodalizi di commercianti, di importatori dall’estero, le cooperative di consumo, i comizi agrari, i consorzi agrari. Sovratutto deve interrogarsi il parlamento. La commissione parlamentare incaricata di esaminare la tariffa generale provvisoria è decaduta. Sarà bene non rinominarla; e mandare la tariffa generale dinnanzi alla camera, affinché l’esamini nelle solite maniere. Non c’è nessuna necessità di fare in fretta. Non è lecito di creare posizioni acquisite da parte dei privati, per andar poi a chiedere al parlamento di convalidarle. Se il parlamento vorrà accogliere il pazzesco programma doganale dell’associazione tra le società italiane per azioni, sarà un gran male per il paese. Almeno però sarà un male voluto, discusso ed accettato alla luce del sole. Con decreti-legge si può e si deve prendere un provvedimento, come quello di un’imposta severa, di cui vi sia urgenza a pro della pubblica finanza e che il parlamento può sempre emendare liberamente e ponderatamente, senza che alcun interesse privato si possa ritenere offeso da un alleviamento o da un inasprimento di tributo.

 

 

Qui, invece, si tratta di decidere se il pubblico italiano consumatore, se la agricoltura nostra, se la grande massa degli industriali debbano essere costretti per anni al regime del proibizionismo a favore di taluni ristretti gruppi e delle loro maestranze. Ora ciò non lo può, non lo deve decidere il governo, neppure con la «assistenza continua» di «esperti» nominati dagli «interessati». Lo deve decidere solo il paese e per esso il parlamento. Se anche stanno zitte le maestranze organizzate, troppo spesso, nonostante la maschera socialista, alleate della plutocrazia, non possiamo star zitti noi, che miriamo solo all’interesse generale.

 

 



[1] Con il titolo Il problema doganale [ndr].

[2] Con il titolo Tracotanze protezionistiche [ndr].

[3] Con il titolo Tracotanze protezionistiche, ne Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 399-406[ndr].

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