Tracotanze protezionistiche

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/11/1919

Tracotanze protezionistiche

«Corriere della Sera», 12 novembre 1919

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 399-406

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 482-489[1]

 

 

 

 

La Associazione fra le società italiane per azioni pubblica su «La rassegna italiana» un articolo su Il nuovo regime doganale italiano, il quale merita un commento, certamente non benevolo. Esso è scritto con tono di risolutezza, quasi si direbbe di comando verso il governo che dapprima stupisce e poi finisce di indignare.

 

 

A sentire l’associazione, la vecchia tariffa doganale dell’1 gennaio 1888 non solo era antiquata, piena di «difetti gravi», ma era anche ingiusta essendosi preoccupata «esclusivamente» delle industrie tessili e non avendo «esitato a sacrificare l’industria chimica e l’industria meccanica». Oramai bisogna fare piazza pulita di questo vecchio «arnese» ed applicare la nuova tariffa predisposta dalla commissione reale del 1913, col valido contributo della associazione scrivente.

 

 

L’associazione espone chiaro e tondo quali fossero i desiderati degli industriali italiani alcuni mesi fa e quali siano ora.

 

 

Alcuni mesi fa un gruppo di industriali, radunati sotto la presidenza dei ministri Ciuffelli e Crespi all’Hotel Edouard VII a Parigi, avevano chiesto:

 

 

  • che, con precise riserve del trattato di pace, o per lo meno con provvedimenti di ordine interno, fosse vietata l’importazione dei manufatti prodotti dall’Austria – Ungheria e dalla Germania fino a che non si rendesse possibile l’applicazione di una nuova tariffa doganale;

 

  • che con opportune misure venisse contenuta l’importazione di manufatti stranieri di qualsiasi altra provenienza, nel periodo fino al 20 settembre 1919, data a cui l’Italia riacquistava la libertà doganale anche in confronto dei paesi alleati o neutri;

 

  • che fossero denunciati l’accordo italo – francese ed il trattato italo – svizzero e gli altri trattati a tariffa in tempo utile, perché l’Italia riacquistasse al più presto e cioè almeno dal 20 settembre 1919 – la sua piena libertà doganale;

 

  • che una tariffa doganale provvisoria fosse prontamente predisposta, sentiti i rappresentanti dell’agricoltura e delle industrie, con doppio ordine di dazi e cioè, con dazi generali da applicarsi alle provenienze dai paesi nemici (materie prime escluse) e con dazi minori da applicarsi dopo il 20 settembre 1919 e fino all’approvazione di una tariffa definitiva a tutte le provenienze dai paesi che assicurassero a loro volta il trattamento più favorevole ai prodotti italiani;

 

  • che nessun accordo doganale venisse stipulato con altri paesi, fino a che non fosse approvato ed applicato in Italia in modo definitivo (e cioè con la sanzione del parlamento) un nuovo regime di diritti di confine.

 

 

Se alcuni mesi fa codesti industriali chiedevano «divieti», «limitazioni», «denuncie di trattati di commercio» e «facoltà di aumentare in futuro i dazi senza alcun vincolo», a piacimento del governo, ossia secondo i desideri degli interessati, adesso si lamentano di tutto ciò che si è fatto e si sta facendo ed insistono nel fare richieste che è bene la pubblica opinione conosca precisamente nella loro enormezza.

 

 

Non sono contenti dei provvedimenti interinali. Per soddisfare ai loro desideri imperiosi, il governo ha pubblicato un lungo elenco di divieti di importazione in un r.d. 24 luglio 1919, che qui ho ripetutamente e vivacemente criticato. L’associazione delle società per azioni non è contenta neppure di quello. L’elenco infatti comprende «un numero assai limitato di merci»; non contempla «prodotti di grande importanza industriale, per i quali sarebbe pure nella situazione attuale giustificata questa maniera di difesa contro la concorrenza estera»; non si applica a tutte le provenienze, ad es., non si applica alle provenienze dalla Francia, dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Gran Bretagna, dal Canadà e dalla Svizzera, salvo poche eccezioni; non si applica nemmeno – l’associazione sembra inorridire a questo punto! – agli aghi da maglieria e da cucire, agli uncinetti, alle platine per telai, ai carboni fossili, ai prodotti chimici, ai generi medicinali, alle materie coloranti ed alle vernici provenienti dalla Germania. «Come se ciò non bastasse» è concessa al ministero delle finanze – «che ne usa ben largamente, senza riguardo alle condizioni della industria nazionale» – facoltà di eccezione ai divieti di importazione.

 

 

Peggio. Sui divieti di importazione non si può fare assegnamento a lungo: come si potrà invero, ratificata la pace, conservare questo regime eccezionale di guerra?

 

 

È vero che il governo ha applicato per decreto reale un elenco di «coefficienti di maggiorazione», per cui molti dazi della tariffa vigente sono aumentati dal 20 al 200 per cento ed in taluni casi anche del 400 e persino del 1.000 per cento. Ma l’associazione, che non si degna di ricordare l’aumento del 1.000 per cento – olii essenziali diversi – ed appena accenna come eccezionali agli aumenti del 400 per cento, grida che «purtroppo» gli aumenti non tengono «adeguato» conto della anormalità della attuale situazione, e conclude che il provvedimento appare assolutamente «insufficiente». Insufficiente per la misura dell’aumento – pare che in Francia si sia fatto peggio e naturalmente l’associazione si fa subito forte del «peggio» francese, inneggia a propositi inglesi, finora rimasti campati in aria, e si augura che in Spagna il paese «insorga» contro le tendenze libero – scambiste della giunta delle dogane, la quale, al massimo, vorrebbe conservare i dazi stabiliti nella tariffa vigente -; insufficiente per le merci contemplate che sono quelle sole per cui l’importazione dai paesi nemici era nel 1913 rilevante. È dunque «doveroso» per il governo, conclude l’associazione, provvedere «in concorso dei relatori industriali ed agrari della commissione reale per il regime doganale», ad una rapida integrazione dei coefficienti di maggiorazione da applicare alla tariffa vigente.

 

 

Né l’associazione è meglio contenta del progetto di tariffa generale presentato dal governo alla commissione parlamentare. È vero che quel progetto è stato compilato da alcuni funzionari governativi sulla base della tariffa predisposta dalla commissione reale, la quale a sua volta erasi uniformata ai criteri del comitato privato scelto in seno all’associazione tra le società per azioni oggi scrivente e protestante. Ma l’associazione afferma che i dazi da essa elaborati ed accettati dalla commissione reale avevano «espresso riferimento ai costi ed ai valori prebellici»; e vivamente si lagna che i funzionari governativi li abbiano aumentati in media solo dal 10 al 15%, sicché essi presentano un «troppo piccolo» distacco dai dazi minimi della commissione reale.

 

 

Non monta che l’aumento operato dai funzionari governativi sia in media ben più elevato di quel 10-15%; non monta che un semplice sguardo gittato alla “tabella di confronto”, presentata dal governo alla commissione parlamentare in occasione del decreto portante i sovradetti «coefficienti di aumento», dimostri che l’aumento minimo sia del 20% e che numerosissimi siano gli aumenti del 100, del 200 e non rari quelli del 300 e del 400%. Tutto ciò non basta alla associazione, agli occhi della quale una tariffa generale «non si può considerare come un efficace strumento di tutela della economia nazionale se la sua applicazione non costituisce realmente un regime di disfavore». Posto un dazio “minimo” da applicarsi alle provenienze dei paesi “amici” ossia dei paesi che ci concedono la tariffa più favorevole; posto dunque un dazio minimo, il quale dev’essere sufficiente a permettere alla industria nazionale di svilupparsi al sicuro dalla concorrenza estera; ossia ancora posto un dazio minimo per se stesso proibitivo contro tutti, la tariffa generale, quella valida per i paesi non amici stretti, deve essere uguale al dazio minimo aumentato del 5% per le materie prime e le derrate alimentari «naturali», del 10-15%, per le materie prime semilavorate e per i prodotti alimentari lavorati, del 25-50% per i manufatti.

 

 

Una tariffa «razionale» deve essere «con rigore» fondata su questi principi. Bisogna quindi aumentare dazi minimi e dazi generali in modo che niente possa più entrare in paese, se prima il consumo interno non sia stato soddisfatto dalla produzione interna. Tutto ciò deve essere fatto dal governo subito e senza attendere la convocazione del parlamento, sentiti i rappresentanti dell’agricoltura e dell’industria.

 

 

Bisogna guardarsi inoltre bene dallo stipulare trattati di commercio di qualsiasi genere con qualsiasi paese. Finché durava la guerra, era necessario conservare buoni rapporti con gli alleati, anche perché allora «era conveniente» ottenere da essi le merci «a noi necessarie» ad un «mite prezzo». Adesso, invece, persino la Francia è diventata per noi una «grave Incognita» perché potrebbe venderci a buon mercato ferri, acciai ed altri prodotti, di cui essa è divenuta la maggior produttrice d’Europa, grazie alla riannessione della Lorena. Un qualunque regime convenzionale, anche provvisorio, ci darebbe «dazi assolutamente insufficienti alle più modeste esigenze delle industrie!».

 

 

Dunque niente trattati; ma una doppia tariffa, l’una minima da applicarsi ai paesi amici, e l’altra generale per le provenienze da paesi che non concedano le migliori condizioni alle nostre esportazioni. Anche le tariffe variabili a piacere del governo italiano; nessun vincolo di voci e di dazi verso nessun paese. Né il governo possa trattare con alcuno stato estero senza fare assistere i suoi diplomatici o i suoi negoziatori da diretti rappresentanti dell’agricoltura e dell’industria, e «cautele» contro gli eventuali spropositi liberistici degli uomini politici.

 

 

Io non so se nei lettori l’esposizione fedele delle domande dell’associazione fra le società italiane per azioni abbia destato un senso di raccapriccio uguale a quello che io ho provato. Certo è che ben difficilmente si è sentito un linguaggio così tracotante e così imperioso come questo verso governo e parlamento. Eravamo abituati ad un frasario siffatto solo nella prosa dei manifesti socialisti e delle federazioni di pubblici impiegati ostruzionisti o scioperanti. Il «governo deve fare» questa o quella cosa; nessun provvedimento deve essere preso senza l’assistenza «continua» dei rappresentanti dell’industria «posti a fianco» dei delegati ufficiali. Questa gente che si inquieta al pensiero dei soviet russi, non si accorge dunque che le sue pretese sono una imitazione goffa e peggiorata delle medesime tendenze particolaristiche ed egoistiche di classe?

 

 

Ed, astrazion fatta dalla inammissibilità assoluta di questi principi dal punto di vista di un governo rappresentativo degli interessi generali, a quali scopi vorrebbe l’associazione indirizzata la politica doganale italiana? Sono questi scopi conformi all’interesse generale?

 

 

A sentire l’associazione parrebbe che la esigenza prima e fondamentale dell’agricoltura, dell’industria e del lavoro nel momento attuale fosse:

 

 

  • di vietare l’importazione di tutte le merci che si possono produrre in Italia;

 

  • di impedire che gli italiani possano comprare merci estere a mite prezzo. Poteva in tempo di guerra essere conveniente comprare merci necessarie a buon mercato. Oggi, che siamo in pace, interesse generale è di evitare come la peste le merci a mite prezzo. Bisogna che tutto sia caro in Italia, se si vuole che l’industria viva. Se appena appena spunta alla frontiera l’ombra di una merce atta a ridurre in Italia il costo della vita, il costo delle costruzioni, degli impianti industriali, il costo degli strumenti, degli utensili, delle macchine agrarie, il costo di tutto; bisogna darvi addosso come all’untore, perseguitarla con dazi bastevolmente alti, si da far passare la voglia a chiunque di importare qualunque cosa. I paesi esteri si contentino di vendere a noi materie prime, grezze e prodotti alimentari «naturali». Anatema alle merci ed agli alimenti stranieri appena appena abbiano subito un principio di lavorazione! Subito si oppongano al pericolo dazi, sovradazi, coefficienti di aumento. Ed il governo non si vincoli mai, con nessuno, per nessuna ragione; cosicché appena, nonostante tutto, di una merce qualunque cresca l’importazione, subito possano essere cresciuti i dazi contro di essa.

 

 

Se questa non è pazzia sragionante, io non so più come distinguere tra la follia e la saviezza. Voglio dire anch’io di che cosa gli agricoltori e gli industriali italiani hanno bisogno sovratutto nel momento attuale: di togliersi di dosso il giogo tirannico delle due o tre false rappresentanze che li diffamano agli occhi del pubblico, dipingendoli come gente che non è capace di lavorare se non all’ombra di dazi enormi e proibitivi. Nessuno di noi, che siamo in voce di liberisti, vogliamo l’abbattimento improvviso delle barriere doganali. Tutti diciamo che si deve procedere per gradi. Ma occorre opporsi con fermezza al tentativo di far credere che nessuna vita sia possibile in Italia, se una barriera cinese non si innalzi alla frontiera per impedire la concorrenza delle merci estere. Ciò val quanto dire che gli italiani non sono capaci di compiere il menomo lavoro se non male e peggio degli stranieri. Il che è falso, oltraggioso ed assurdo.

 

 

No. Questo dell’associazione è un tentativo iniquo di prolungare in tempo di pace la condizione forzosa di altissimi prezzi, di mancanza di concorrenza, di guadagni eccezionali del tempo di guerra. E non a favore della massa degli agricoltori e degli industriali. Questi soffrono, al pari dei consumatori non appartenenti alle classi agricole ed industriali, del proibizionismo che si vorrebbe perpetuare. Gli agricoltori italiani hanno bisogno di macchine, di concimi, di arnesi a buon mercato. Vogliono tessuti e scarpe meno cari d’adesso. E la grande massa degli industriali italiani ha l’uguale interesse. Gli industriali italiani in grandissima maggioranza non producono oggetti semi-lavorati, di massa; ma oggetti finiti, in cui il costo delle materie prime ha poca importanza in confronto al costo del lavoro. Per essi non c’è dazio che valga a proteggerli contro la concorrenza estera. Per essi il massimo interesse è di avere il ferro, l’acciaio, i filati e le altre materie semilavorate al minimo prezzo. Il loro ingegno, l’abilità progressiva delle loro maestranze farà il resto. Che se manca l’ingegno, l’abilità, l’industriosità, nessun rimedio artificioso serve.

 

 

Purtroppo, delle associazioni e delle rappresentanze ufficiali delle industrie si sono impadroniti taluni ristretti gruppi, il cui nome corre sulla bocca di tutti, che hanno interessi contrari a quelli della maggior parte degli industriali e degli agricoltori italiani. Il governo non deve lasciarsi intimidire dalle parole grosse di costoro. Deve interrogare tutti. Non basta mandare il prometto di tariffa alla unione delle camere di commercio, alla confederazione generale dell’industria ed alla rappresentanza generale dell’agricoltura. Chi ha scelto questi corpi e chi ha attribuito loro il compito di rappresentanti degli interessi generali? Tutti devono essere interrogati; anche i sodalizi di commercianti, di importatori dall’estero, le cooperative di consumo, i comizi agrari, i consorzi agrari. Sovratutto deve interrogarsi il parlamento. La commissione parlamentare incaricata di esaminare la tariffa generale provvisoria è decaduta. Sarà bene non rinominarla; e mandare la tariffa generale dinnanzi alla camera, affinché l’esamini nelle solite maniere. Non c’è nessuna necessità di fare in fretta. Non è lecito di creare posizioni acquisite da parte dei privati, per andar poi a chiedere al parlamento di convalidarle. Se il parlamento vorrà accogliere il pazzesco programma doganale dell’associazione tra le società italiane per azioni, sarà un gran male per il paese. Almeno però sarà un male voluto, discusso ed accettato alla luce del sole. Con decreti-legge si può e si deve prendere un provvedimento, come quello di un’imposta severa, di cui vi sia urgenza a pro della pubblica finanza e che il parlamento può sempre emendare liberamente e ponderatamente, senza che alcun interesse privato si possa ritenere offeso da un alleviamento o da un inasprimento di tributo.

 

 

Qui, invece, si tratta di decidere se il pubblico italiano consumatore, se la agricoltura nostra, se la grande massa degli industriali debbano essere costretti per anni al regime del proibizionismo a favore di taluni ristretti gruppi e delle loro maestranze. Ora ciò non lo può, non lo deve decidere il governo, neppure con la «assistenza continua» di «esperti» nominati dagli «interessati». Lo deve decidere solo il paese e per esso il parlamento. Se anche stanno zitte le maestranze organizzate, troppo spesso, nonostante la maschera socialista, alleate della plutocrazia, non possiamo star zitti noi, che miriamo solo all’interesse generale.



[1] Con il sottotitolo Non deve più entrare nulla in paese [ndr].

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