Trasformarsi sì, ma dopo discussione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/09/1921

Trasformarsi sì, ma dopo discussione

«Corriere della Sera», 22 settembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 371-374

 

 

 

La difesa del sistema di legiferazione per mezzo di decreti-legge e di commissioni o corpi tecnici si fonda, negli scritti di coloro i quali hanno voluto apertamente prendere le difese del sistema, su due concetti: necessità e modernità.

 

 

È necessario in primo luogo continuare a fabbricare decreti-legge, perché la camera non funziona: all’ordine del giorno stanno i consuntivi del 1912-13, migliaia di decreti-legge del periodo bellico da convalidare, decine o centinaia di disegni di legge. Come liquidare il passato, come far camminare la macchina statale, se il governo e la burocrazia non sostituiscono il loro arbitrio, fondato sulla consapevolezza delle necessità statali, alla logorrea parlamentare? La domanda è vecchia quanto il regime parlamentare. Le anticamere hanno sempre guardato con disprezzo ai chiacchieroni, ai perditempo, agli intriganti delle camere; hanno sempre detto che con esse non si poteva governare; che non si potevano fare leggi; che le migliori intenzioni rimanevano frustrate. Ma i veri uomini di governo non hanno mai creduto a simili accuse. Da Cavour, di cui è ricordato il celebre motto a favore della peggiore delle camere contro la migliore delle anticamere, a tutti quegli uomini di stato i quali sanno imporsi con la ferma volontà e la precisione delle idee, nessuno ha avuto paura di non poter governare con le camere. Ci si lamenta di non poter governare né legiferare dinanzi all’impotenza a lavorare dei legislatori. Eppure viviamo in un paese in cui il governo proviene dalla maggioranza delle camere, in cui esso ha l’iniziativa delle proposte e dell’ordine dei lavori parlamentari.

 

 

Che cosa si dovrebbe allora dire dei paesi a tipo nordamericano, in cui il governo non viene dal parlamento, in cui è organizzato per legge lo stato di opposizione e di ostruzionismo tra parlamento e potere esecutivo? Eppure negli Stati uniti si governa; ed a nessuno viene in mente, solo perché è difficile, talora quasi impossibile far votare una legge urgente dal congresso, di sopprimere addirittura la potestà legislativa di questo, avocandola al presidente ed ai suoi ministri. Mostruosità di tal fatta sono appena pensate in Italia.

 

 

In nessun paese del mondo si notano tentativi così aperti come quelli che si pronunciano da noi per il ritorno al tipo di governo alla russa. Se in Inghilterra, se in Francia un gabinetto osasse mettere innanzi idee di questa specie sarebbe spazzato via d’un colpo; sebbene anche lì l’arretrato legislativo sia enorme. Ma in quei paesi, quando il gabinetto è persuaso che un provvedimento sia davvero urgente, i ministri si sacrificano notte e giorno, stanno alle calcagna della camera dei comuni, la costringono a lavorare, non consentono alle vacanze se non quando il lavoro sia finito. Abbiamo avuto poco fa animatissime discussioni, attraverso alti e bassi, rinvii ripetuti ai comitati, dei due bills contro il dumping e per le industrie chiave. I liberisti fecero ai progetti una opposizione accanita e fastidiosissima. Fu cambiato, nelle more della discussione, un ministro; il governo cedette su notevole parte dei punti originari. A nessuno però venne in mente di cavarsela, come fece l’on. Alessio con la tariffa doganale, con un decreto-legge; a nessuno balenò neppure il pensiero che bastasse il parere del comitato della camera.

 

 

Il privilegio di queste enormità assolutistiche è proprio di gente italiana, sedicente democratica, progressiva, audace, modernizzante. Finché si tratta di gridare per accalappiar voti, costoro adorano il dio-popolo.

 

 

Appena hanno il potere in mano e possono far ciò che vogliono, sono seccatissimi della discussione ed accusano di reazione e di conservatorismo coloro i quali vogliono semplicemente discutere e affermano che la salvaguardia delle libertà individuali sta nella pubblica discussione. Incapaci di smaltire il lavoro legislativo duramente, attraverso a fatiche ed a contrasti, dicono che quello non è il modo di lavorare e che bisogna cambiar sistema.

 

 

Ecco a questo punto saltar fuori il secondo argomento principe: quello della «modernità». Le camere sarebbero da buttare tra i ferravecchi. Tutti asini o rammolliti, i parlamentari. La scienza, la coscienza, la voglia di lavorare e di fare il bene del paese, si sarebbero tutte rifugiate nei corpi tecnici. Assistiamo, chi non abbia almeno gli occhi bendati, ad una evoluzione manifesta e spontanea delle costituzioni. Accanto ai parlamenti generici e politici sorgono i corpi tecnici, elettivi anch’essi, nominati dai vari ceti o categorie: consiglio superiore del lavoro, delle acque, della pubblica istruzione, dei lavori pubblici, ecc. ecc. Veri parlamenti tecnici, dotati per ora di soli poteri consultivi; ma che domani dovranno essere dotati di poteri deliberativi. Che cosa ne sa un deputato analfabeta del modo migliore di organizzare le università; od un onorevole contadino del regime di concessione delle acque per usi industriali? Discutano e deliberino i corpi tecnici, non chiusi, non composti di burocratici nominati dal governo, ma eletti dalle varie categorie di interessati.

 

 

A quel che c’è di vero in questa tesi non abbiamo temuto di aderire fin dal principio; e crediamo di avere apportato un utile contributo alla discussione con gli articoli che abbiamo scritto sul funzionamento delle commissioni legislative. Lo studio può essere utilmente approfondito ed integrato sotto vari aspetti. È utile, è anzi necessario che attorno al parlamento si costituiscano commissioni e corpi tecnici, i quali rendano il lavoro legislativo più rapido e perfetto, sia nella fase preliminare istruttoria, sia in quella posteriore e direbbesi di redazione dei principii legislativi. Su questa strada si può fare un lungo e vantaggioso cammino. Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arbitrio dei decreti-legge. Il parlamento potrà, a ragion veduta, deliberare una legge nella quale deliberi che certe materie debbano venire istrutte dai consigli speciali; che questi possano discutere e deliberare schemi di legge; cosicché la discussione da farsi poi dinanzi alle camere possa essere più consapevole e più rapida. Il parlamento potrà anche delegare la potestà di legiferazione, per certi rami e subordinatamente a certi principii, a sue commissioni od a consigli rappresentativi. L’esperienza insegnerà quali siano i metodi migliori da adottare in materia; quali le cautele da tener ferme; quali i limiti delle potestà dei corpi tecnici. Ma, badisi bene, tutto ciò deve avvenire non per arbitrio del potere esecutivo, per usurpazione della burocrazia e dei corpi tecnici; ma in seguito a discussione aperta nella stampa e nel parlamento; ed in seguito a legge.

 

 

Ed il parlamento, nel delegare altrui una parte dei suoi poteri legislativi, dovrà attentamente vedere entro quali limiti la trasformazione auspicata corrisponda ad un vero progresso legislativo ed a qual punto si inizi invece un ritorno a forme feudali di organizzazione politica. Non vogliamo, così di scorcio, discutere la grossa questione. Ma non vedono i teorici delle forme cosidette moderne di frazionamento dei poteri legislativi fra i corpi rappresentanti delle varie classi, che noi ricadiamo a capo fitto nel più puro medio evo e nel sistema genuino del feudalismo? In Inghilterra, ben lo sappiamo, c’è tutta una balda schiera di novatori che si intitola al ghildismo e propugna i parlamentini tecnici, le corporazioni e simiglianti bellezze. Nessuno di essi però vuole che il ghildismo sia instaurato con decreto-legge del governo. I novatori amano la discussione, la vogliono e sperano di potere instaurare il loro ideale in seguito ad essa e alla persuasione del popolo, manifestata attraverso ad una elezione generale, che sia necessario mettersi su quella via. Noi siamo persuasi che sia un brutto ideale; che il sistema consacri e pietrifichi gli egoismi di classe, sia contrario ad ogni movimento, ponga problemi insolubili e sacrifichi la grande maggioranza in modo irrevocabile a piccoli gruppi di intriganti e di prepotenti. Temiamo la fine della libertà intellettuale e morale degli uomini. Ma non rifiutiamo di discutere. Noi rifiutiamo soltanto di lasciarci imporre l’ideale, bello agli occhi altrui e brutto agli occhi nostri, per decreto-legge, ossia senza discussione.

 

 

Noi, definiti come conservatori, vogliamo che il nuovo ideale sia discusso, conosciuto ed approvato dagli elettori. I nostri contraddittori, che da sé si chiamano democratici e moderni, pretendono che l’ideale sia attuato per volontà assolutistica del governo. Fino a dimostrazione contraria, persistiamo nell’opinare che gli avversari nostri e non noi siano i veri nemici e spregiatori della democrazia.

 

 

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