Travaglio di crescenza

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/10/1922

Travaglio di crescenza

«Corriere della Sera», 28 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 917-921

 

 

 

Al congresso di Napoli, il problema del collaborazionismo e della lotta di classe ha avuto una discussione breve, ma significativa. Chi sta fuori ed osserva il movimento con quella passione che meritano 800 mila organizzati in un’Italia disorientata e con quella curiosità che lo studioso sente per il ritorno di idee e forme sociali non nuove nella storia, deve nel tempo stesso tener conto dell’intimo travaglio da cui sono tormentati i capi di questa forza imponente e dell’acerbità inevitabile delle dottrine svolte a teorizzare una pratica non ancora sicura e ferma.

 

 

Indubbiamente i capi vogliono il bene; ma non si oserebbe dire che sempre essi riescano a trovare la via sicura per raggiungerlo, né che sia eliminato il pericolo che la preoccupazione di tenere fedeli le masse appena appena strappate al sindacalismo rosso e bianco li induca a deviare dalla condotta più conforme all’interesse generale.

 

 

I capi sono ancora in cerca di una formula: respingono come dissolvente ed antinazionale la lotta di classe; ma, per bocca di Rossoni, segretario generale dei sindacati fascisti, rifiutano altresì la collaborazione perché sa troppo, almeno verbalmente, di soggezione alle classi imprenditrici. I fascisti anelano a qualcosa di più alto: all’unità d’azione e di pensiero di tutte le forze: intelligenza, lavoro e risparmio capitalistico indotti a seguire da una forza superiore la via più consona all’interesse collettivo. Perciò i fascisti non parlano di «sindacati» o di «leghe», ma di «corporazioni»: bel nome che fa ritornare alla mente le corporazioni d’arti delle nostre rissose città medievali, in cui una forte gerarchia univa i maestri, i compagni ed i garzoni. Ed essi vogliono che, quando una contesa sorga, le parti debbano chiedere il consiglio dei «gruppi di competenza», ossia di tecnici e di periti, i quali dalla scienza e dall’esperienza sarebbero tratti a pronunciare un giudizio a cui industriali ed operai dovrebbero inchinarsi. In queste regole, in queste aspirazioni che vanno elaborandosi sotto la spinta degli interessi contrastanti e della necessità di poggiarsi sulle masse, senza spingerle tuttavia contro le aristocrazie dirigenti, si vedono ricordi e balenii di quelle dottrine di riorganizzazione della società e di gerarchie sociali che Saint Simon e Comte ed altri posero a fondamento di quel socialismo costruttivo che i marxisti deridono come utopistico. Quale possa essere il risultato finale di questo movimento, che, respingendo nel tempo stesso la lotta dissolvente e la concordia servile, vuole l’unità, quella che fu il sogno di tutto il medio evo, che inspirò il De Monarchia di Dante, e fu rotta nel campo spirituale dall’avvento della Riforma e nel campo economico dalle vittorie della tecnica e dell’industrialismo, è difficile pronosticare. Siamo ai primi tentativi, assaggi nel buio compiuti da mani ancora inesperte. Non mancano le ombre: imitazioni della pratica rossa; facili cadute nel peccato di risolvere i nodi complicati premendo sullo stato e sui contribuenti. Ma sono ombre che i fascisti negano, affermandole dovute alla incomprensione da parte degli spettatori lontani dei veri motivi della loro azione. A Napoli la federazione provinciale senese riscosse il consenso dell’assemblea ad una vibrata protesta «contro l’accusa mossale di seguire metodi bolscevichi nella lotta agraria, affermando invece che essa ha sempre tenuto presenti i principii programmatici del fascismo, mirando all’incremento della produzione e imponendo la mano d’opera solo nelle aziende in cui, a giudizio di competenti, ve ne era bisogno per la coltivazione di terre incolte e per l’esecuzione di bonifiche».

 

 

Ripetasi: le intenzioni sono ottime; ma la china è così sdrucciolevole, la distinzione tra proprietari ed industriali intelligenti, ardimentosi e consapevoli dei loro doveri, i quali debbono essere rispettati, e quelli neghittosi, i quali debbono essere scossi violentemente dal loro torpore, è così difficile; ed è così facile compiere atti della stessa precisa natura di quelli rimproverati ai rossi od ai bianchi, che i capi dei sindacati nazionali dovrebbero seriamente meditare sul fondamento dell’antica massima principiis obsta. Val meglio rinunciare ad un successo immediato; costa meno alla collettività provvedere ad un certo numero di disoccupati che non contribuire a crescere la sfiducia nei formatori del risparmio o ad accelerare la discesa del tesoro pubblico nel precipizio, come forse accadrebbe se gli accordi tipo Orlando e Giulietti si generalizzassero.

 

 

Le preoccupazioni intorno a certi aspetti del movimento sindacale fascista non sono vive solo negli uomini di parte liberale, e negli studiosi che, osservando oggettivamente i fatti, hanno il dovere di apprezzarli per quello che essi sono in sé, per gli effetti che logicamente l’esperienza dimostra derivarne, facendo astrazione dai propositi che li determinarono. È umano che uomini di azione, inspirati a scopi di bene, si inquietino per le critiche che vengono dal di fuori e le reputino dettate da mal animo. È comprensibile, sebbene doloroso, che anche i fascisti ripetano il vecchio improperio socialista contro gli economisti servi del capitalismo e della borghesia ed orgogliosamente dichiarino che, servi di nessuno, essi sapranno difendere le loro masse contro i capitalisti ignavi e contro i teorici prezzolati della borghesia.

 

 

E sta bene. Non io certo mi azzarderò a dimostrare quanto sia fantastica questa figura di economisti servi di qualcheduno. Bisogna riconoscere che noi, per l’antica secolare abitudine di dire a tutti quella che ci sembra essere la verità, abbiamo il dovere di rassegnarci a ricevere le ingiurie di tutti. Dopotutto, se quelle che vengono da parte lavoratrice – prima rossa o bianca ed ora fascista – sono più vibranti; quelle di parte capitalistica sono più maligne e malvagie. Se non la nostra, ascoltino però i fascisti la voce che si eleva tra le loro file, ad ammonirli sulla via che essi, nell’interesse del loro partito ed in quello superiore del loro paese devono seguire. Riproduco qui sotto alcuni brani di una relazione, di cui mi fu comunicata la bozza, che l’on. De Stefani presentò al congresso di Napoli e non poté svolgere per la rapida fine dei lavori di questo. Alcuni brani di quella relazione, che spero veder pubblicata integralmente, meritano di essere citati. De Stefani è professore universitario di economia politica ed è anche deputato fascista. Dopo aver notato che in Italia la popolazione cresce più rapidamente di quanto cresce il risparmio destinato ad impiegarla, De Stefani prosegue così, rivolto ai suoi amici:

 

 

«Si è cercato di superare lo squilibrio fra la popolazione ed il capitale con due mezzi: i lavori pubblici e l’imposizione di un determinato contingente di mano d’opera ai datori del lavoro. Provvedimenti illusori. L’impiego della mano d’opera è determinato e limitato dal capitale strumentale disponibile, mobiliare ed immobiliare. Questa quantità, in un dato momento, è quella che è. I lavori pubblici e l’imposizione del contingente di mano d’opera non possono aumentarla: concorrono invece, in molti casi, a rallentare la accumulazione…

 

 

Il Consiglio nazionale deve dire ben chiaro che devonsi impedire i processi che distruggono la ricchezza nazionale, che ne impediscono l’ammortamento, che ne ritardano l’accumulazione. Anche i fascisti hanno in questa materia le loro colpe. La buona fede, l’ignoranza degli effetti, la necessità della tattica politica non scusano…

 

 

Io dico all’on. Grandi che non bisogna polarizzarsi intorno alla concezione politica della storia: il socialismo ha potuto raccogliere il frutto delle trasformazioni tecniche; ed è stato sommerso appunto dalla sua politica antiproduttivistica. Lo schema catastrofico di Marx è oramai una bandiera senza passione, un involucro senza un contenuto di realtà.

 

 

La concentrazione della ricchezza ha favorito l’elevarsi del prezzo del lavoro e delle condizioni dei lavoratori. La ascesa del proletariato è parallela allo svolgersi della proprietà capitalistica.

 

 

I nostri Fasci sorti così rapidamente ed in cui la fede e l’ardore vincono la disposizione a risolvere ponderatamente e programmaticamente i problemi economici e tecnici, hanno talvolta adottato metodi che si risolvono in distruzioni di ricchezza o che rallentano la formazione del capitale. Coloro che si sono assunta la direzione delle organizzazioni sindacali hanno sulle loro spalle una tremenda responsabilità, aggravata dalla facoltà di scelta loro consentita degli organizzatori.

 

 

Bisogna avere la forza di agire contro i sindacati nazionali, quando non rispettino le condizioni da noi poste alla libertà di organizzazione come si è agito contro i sindacati rossi o bianchi.

 

 

La direzione del partito sorvegli e non dia l’impressione di avallare col proprio silenzio certi procedimenti già in uso nel sindacalismo, cui è stata giustamente tolta la carta di libera circolazione.

 

 

Non credo opportuna la coltura forzata dell’unità sindacale. L’organizzazione politica del partito non deve essere affatto adoperata per sopprimere quei sindacati concorrenti che rispettino il nostro postulato nazionale e produttivistico. Bisogna lasciar vivere tutte le organizzazioni che obbediscono a questi principii. L’unità favorisce il parassitismo capitalistico e il parassitismo operaio».

 

 

Pensosi ammonimenti di un uomo di fede. Su queste colonne noi non osammo mai dire nulla di diverso; e se la nostra, provenendo da chi ha il dovere di non spogliarsi delle abitudini del ragionamento tradizionale economico, poté parere una critica, questa era soltanto un’apparenza. Forse noi, che viviamo fuori, abbiamo più bisogno di fede. Desideriamo ardentemente ci sia un partito, e sia quello il fascista, se altri non sa far meglio, il quale usi mezzi adatti per raggiungere lo scopo che è la grandezza materiale e spirituale della patria. Ed ardentemente ci auguriamo che quelle che De Stefani denuncia siano momentanee illusioni e deviazioni, volute dal tumulto dell’ora; e che il giovane partito sappia trovare la via regia dell’azione utile alla fortuna sua e dell’Italia!

 

 

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