Tutti facciamo piani

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 19/12/1944

Tutti facciamo piani

«Il risorgimento liberale», 19 dicembre 1944

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 321-326

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires, 1965, pp. 129-134[1]

Il governo dell’industria in Italia, Il Mulino, Bologna, 1972, pp. 80-82

 

 

 

 

Forse non è inopportuno ridurre al loro reale significato talune parole, le quali hanno finito per assumere un valore mitico, quasi misterioso. Fra di esse hanno avuto luogo notabile negli ultimi tempi quelle di “piani”, “pianificazione”, piani “quinquennali”, “decennali”, “settennali” e simili. C’è attorno ai piani, un alone mitico, e par quasi che basti fare un piano perché qualcosa di buono o nuovo o rivoluzionario abbia ad uscirne fuori. Un’idea sembra non acquisti dignità politica od economica se non è tradotta in un piano. Antiche istituzioni, radicate nei secoli e via via integrate e cresciute attorno al tronco tradizionale, commossero l’opinione pubblica britannica solo quando la loro codificazione, snellimento e perfezionamento presero il nome di “piano Beveridge”, e quel piano divenne segnacolo in vessillo di programmi anche in paesi, come l’Italia o la Francia o la Germania o la Svizzera, dove una parte e spesso una gran parte degli istituti contenuti nel “piano Beveridge” esisteva e operava da tempo e tutti ne avrebbero potuto studiare i risultati talora ottimi e talvolta mediocri o perfino dannosi.

 

 

Tant’è: il “piano” è divenuto un “mito” e, come tale, corre il mondo, suscitando entusiasmi e timori, sicché è divenuto persino difficile dichiarare in parole semplici quel che un “piano” sia. Per sormontare la difficoltà creata dal mito, ricordiamo che ognuno di noi, nessuno escluso, fa continuamente piani e ogni giorno li rinnova e muta ed adatta alle circostanze. La massaia, la quale al mattino riflette intorno al modo di risolvere il tormentoso problema di alimentare i suoi cari, fa nella sua mente un piano: ricapitola le esigenze passate; fa passare in rassegna le botteghe e le vie nelle quali la ressa è minore, dove i padroni o le commesse la conoscono e le usano qualche gentilezza, e dispone, e cioè “pianifica”, la successione delle sue corse allo scopo di renderle più efficaci che le sia possibile. Confronta, partendo sempre dall’esperienza passata, i prezzi con i desideri, fa e rifà i conti e si sforza di ottenere quella distribuzione delle lire possedute che meglio soddisfi alle esigenze famigliari.

 

 

Ciascuno di noi nell’esercizio del proprio mestiere è costretto a far piani. Da quasi mezzo secolo esercito il mestiere dell’agricoltore; e, naturalmente, ho commesso in principio un mucchio di spropositi, ed, altrettanto naturalmente, dalle esperienze fallite, ossia dai piani sbagliati, è venuta fuori la possibilità di far piani tollerabilmente corretti. Ad esempio, dovendo costruire una casa rustica, allo scopo di frazionare il fondo di 18 ettari in due fondi più piccoli, ho, vista l’esperienza dei vicini, fatto il contrario di quel che, in quei luoghi, tutti fanno. Il “piano” del contadino delle mie colline piemontesi, quando si tratta di sdoppiare tra due fratelli un podere, è quello di stare appiccicati il più possibile gli uni agli altri. Pur di fare economia: un pozzo solo, un abbeveratoio solo, un’aia comune; muri divisori ai quali ci si può appoggiare. Il “piano” dei periodi “brevi”, direbbero gli economisti. Ma il piano a breve scadenza, se risparmia subito qualcosa nella spesa in conto capitale aumenta notevolmente le spese di esercizio, con la creazione di servitù di passaggio, di vista, con il fomento dei litigi tra donne per le pecore, le galline, le uova, che non si sa di chi siano, per l’acqua del pozzo insufficiente, ecc. ecc.

 

 

Perciò il “piano” del periodo “lungo” conduce alla conseguenza della costruzione isolata, nel centro tecnico economico più adatto dell’appezzamento che si vuole separare dal podere od erigere in podere separato. Dove si costruirà la casa? Quale la via di accesso migliore alla strada pubblica, indipendente da quella che conduce alla casa originaria? Quale il numero e l’ampiezza delle camere di abitazione del mezzadro; quali le dimensioni della stalla, del fienile, degli accessori? Dove ci costruirà il pozzo? Come sarà orientata la casa, in relazione al sole, alla protezione contro i venti ed alle comodità di aia e di accesso? Tutti questi problemi richiedono soluzioni diverse a seconda dell’estensione del podere; della connessa composizione della famiglia colonica e del numero dei capi di bestiame i quali possono essere allevati nel podere. Anche questo piano può essere concepito in ordine al tempo breve od al tempo lungo. Se si bada alla produzione presente od a quella presumibilmente prossima, le dimensioni, ad esempio, della stalla, dei portici per i carri e gli attrezzi agricoli e dei fienili sono tali e tali; né conviene abbondare nei margini per non gravare troppo nel costo capitale. Ma l’improbabile di oggi può diventare la realtà del domani, epperciò anche nel piano minimo di una casa colonica occorre far si che l’ampliamento sia possibile, senza che faccia d’uopo di guastare nulla del già fatto, per semplice adesione, che non turbi la logica del fabbricato e la sua attitudine a soddisfare alle esigenze della famiglia colonica e della coltivazione del podere.

 

 

Quelli dei quali ho discorso sono “piani” individuali, famigliari, propri delle economie singole di consumo o delle minime imprese produttive. Di qui si sale via via ai piani della costruzione e dell’esercizio di un negozio, di uno stabilimento industriale, di una impresa di esercizi pubblici (tram, gas, luce elettrica); e più su ai piani di coordinamento di più imprese appartenenti ad una medesima industria, di complessi di imprese estese ad industrie diverse, di esercizio di reti ferroviarie nazionali, di porti connessi con ferrovie e linee di navigazione. Più su ancora, i piani possono estendersi al complesso delle imprese agricole, commerciali, industriali di un paese, e, andando ancora innanzi, al coordinamento di imprese appartenenti a stati diversi.

 

 

In sostanza, il “piano” non è altro che un insieme di atti o di propositi con i quali si studiano e si precisano i mezzi più congrui per raggiungere un dato fine. Il fine che si vuol conseguire può essere piccolo o grande, può essere presente o posto nel futuro vicino od in quello lontano. Il piano di una massaia concerne un fine immediato, quello della costruzione di una casa di abitazione ha un fine posto nel futuro prossimo; laddove un piano di bonifica integrale (prosciugamento di paludi sistemazione di torrenti o fiumi, imbrigliamento di terreni franosi e rimboschimenti) riguarda un futuro non prossimo ed anzi per lo più lontano. Vi sono piani per un giorno, un anno, cinque anni e vi sono piani secolari. I singoli, di solito, attendono ai piani brevi; gli enti pubblici a quelli lunghi, ed ambedue i tipi di piano sono necessari.

 

 

La distinzione fondamentale tra i piani è quella di buoni e cattivi, ossia fra quelli in cui i mezzi adeguati sono adatti e quelli in cui sono disadatti al fine che si vuol conseguire. Valente è il tecnico il quale fa piani buoni, anche e sopratutto dal punto di vista economico, e non pare che di tecnici valenti ci sia abbondanza. Né pare che i piani buoni coincidano con i presupposti ideologici che stanno a fondamento delle varie dottrine politiche e sociali. Non è dimostrato che sia necessariamente buono il piano comunista o quello liberale o quello corporativo.

 

 

La sola verità che si può ritenere certa in merito ai piani è questa: che cinque o dieci uomini, appartenenti a correnti differenti d’opinione, sono fatalmente portati a discutere a perdifiato senza giungere mai ad alcuna conclusione, se la discussione punta sul miglior sistema di piani da adottare in relazione ad un qualunque sistema ideologico socialistico, liberistico, comunistico, corporativistico. Ma gli stessi cinque o dieci uomini chiamati a discutere quale sia il miglior piano da adottare per un dato preciso fine, che sarà il ristabilimento della rete ferroviaria del mezzogiorno d’Italia, il rimboschimento di un dato gruppo di montagne dell’Appennino, la ricostruzione di una città distrutta o danneggiata dai bombardamenti, si mettono, si devono certamente mettere d’accordo. Nello stadio attuale della tecnica, nelle condizioni presenti della provvista dei mezzi economici, in quel dato luogo e tempo, esiste certamente la soluzione “ottima” di quel problema; ed è inverosimile che tra quei cinque o dieci uomini non vi sia chi la veda, e sottoposto al fuoco di fila delle osservazioni e delle critiche degli altri non la rimugini, la modifichi e la conduca a quella massima perfezione che è possibile in questa nostra valle di lagrime. Il perché del successo ottenuto nelle faccende sociali ed economiche dagli anglosassoni, il perché dell’alto tenor di vita toccato da essi, il massimo conosciuto tra i popoli civili, è anche oserei dire in notabile misura, dovuto alla loro repugnanza invincibile a porsi i problemi “ultimi” nel far piani, alla loro incapacità istintiva a porsi i grossi problemi giuridici e politici di principio ed alla loro inclinazione a spezzare i problemi grossi in problemi piccoli e ad affrontarli ad uno ad uno senza impacciarsi soverchiamente della euritmia e della logica, delle quali sono invece innamoratissimi i francesi. La logica verrà poi, necessariamente, da sé. Quando tutti i problemi singoli sono sul serio ben risoluti, secondo la loro logica intima, le parti vi incastrano bene l’una nell’altra e l’insieme opera con efficacia. Una visione d’insieme deve esistere, ma essa in fondo consiste nell’usare i mezzi congrui per raggiungere i singoli fini.

 

 

Sempre si fecero e sempre si faranno piani. Ma chi li fa? Qui il problema si sposta e si riduce ad una discussione sui limiti di due opposti metodi di compilare piani: l’uno che procede dal basso e l’altro che parte dall’alto; l’uno che nasce dal mercato libero e l’altro da una autorità di comando. Questa è la vera distinzione sostanziale fra i piani; non quelle che si attaccano a parole indefinibili, né la distinzione è fatta per scegliere tra l’uno e l’altro metodo, quasi essi si escludano a vicenda. Vi sono estesi campi nei quali sarebbe errore grave abbandonare il metodo dei piani, spontaneamente nati sul mercato nella concorrenza dei molti consumatori e dei molti produttori, e vi sono campi, probabilmente non meno estesi, nei quali sarebbe errore parimente grave non attenersi al metodo dei piani formati dall’autorità dall’alto.

 

 

Qui, nella ricerca della linea “ottima” di confine tra i due campi, fervono vivacissimi i contrasti. Non tuttavia per ragioni economiche sostanziali, sibbene per l’impeto delle passioni politiche e sociali.

 

 

Il metodo ed il contenuto dei piani pongono, si, problemi intricati e difficili, ma questi paiono e talvolta diventano insolubili solo perché gli uomini, più che a discutere, intendono a sopraffarsi ed a distruggersi l’un l’altro ed insieme a rovinare l’umanità medesima.



[1] Tradotto in spagnolo con il titolo Todos hacemos planes [ndr].

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