Un altro tentativo di assalto all’erario ed alle riparazioni tedesche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/07/1922

Un altro tentativo di assalto all’erario ed alle riparazioni tedesche

«Corriere della Sera», 26 luglio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 762-766

 

 

 

Un mio antico allievo, l’ing. G. Ghersina, mi scrive:

 

 

Ella ha bollato anche recentemente le inframmettenze politiche e l’azione moralmente ed economicamente deleteria che l’industria siderurgica svolge per sottrarsi al dilemma: vivere onestamente o perire onoratamente. Io mi permetto di prospettarle ancora una volta un’altra industria che vive con le medesime peccata sulla coscienza, ma cui fortunatamente, se non manca la volontà, mancano i mezzi, in ragione dell’importanza tanto minore, di recare altrettanto danno al paese: l’industria nostrana dei colori d’anilina.

 

 

È d’uopo parlar chiaro, nata sotto cattiva stella, con l’eredità penosa dalla produzione bellica, di cui è figlia, con tutte le cupidigie, le megalomanie, gli errori di quel tempo, quando la necessità di produrre sanava ogni manchevolezza, povera di uomini, non ricca di capitali, essa ha conservato una mentalità pericolosa prima a sé, poi a chi ha da fare con lei.

 

 

Sciorinando al vento la bandiera della necessità di un’industria delle sostanze intermedie, che possa all’occorrenza ritrasformarsi in quella degli esplosivi, essa incute nei governanti più sinceri e meno informati il sacro terrore di compiere atti, che sanno giusti ed utili, ma che temono possano giustificare un giorno l’accusa terribile di aver tolto armi al paese in guerra. Per essere logici fino in fondo occorrerebbe promuovere in paese non solo l’industria delle materie intermedie, ma, cosa ben più essenziale le cokerie e, più essenziale ancora, le miniere di carbone. Ma poiché ciò non può avvenire, per decreto ministeriale, in una deprecata guerra futura le ipotesi possibili sono solo due: o blocco completo e quindi, quod deus avertat, capitolazione; o qualche varco aperto al traffico, ed allora ci troveremo ad un dipresso nelle condizioni dell’ultima guerra e … come in quella vinceremo.

 

 

Del resto Ella insegna quanto la teoria delle «industrie chiavi» rimessa a nuovo dalla fregola protezionista inglese sia stata intaccata dalle solide argomentazioni che degli economisti pratici (molto pratici) canzonano col nome di «teoriche», e praticamente rimanga sempre più lettera morta in Inghilterra.

 

 

In un breve studio, che Ella mi ha fatto l’onore di ospitare sulla «Riforma», io credo di aver messo in luce il programma massimo della nostra industria dei colori: esso è quello di chiudere in un cerchio di ferro i consumatori e di aggiungere possibilmente al cerchio dei compartimenti stagni, nei quali restino chiusi e sperabilmente soffocati quelli tra i loro colleghi che, avendo concluso con le fabbriche estere degli accordi, che anche gli altri tentarono ma ai quali non arrivarono, si trovano in condizione di forzare, a vantaggio del consumo, le strettoie del cerchio incantato. Il mai abbastanza vituperato decreto sulla proibita importazione dei colori, la sua incostituzionalissima estensione alle sostanze intermedie, che il decreto reale che al primo diede vita non contemplava e che fu promossa internamente dalle insistenze di una parte dei produttori il persistere dei vincoli anche dopo l’entrata in vigore della nuova tariffa doganale, sono tutti segni, fin troppo chiari, della … buona volontà dei produttori e dell’entratura che essi hanno, e del resto non nascondono, presso i vari dicasteri.

 

 

I consumatori insorsero in forma che, per vero, io mi ero permesso di giudicare fino ad ora non rivelatrice di volontà decisa di sottrarre un gruppo di attività e di interessi, quali quello di tutte le industrie tessili, dei cappelli, della carta, del cuoio ed altre, alla taglia, poco dignitosa che uno sparuto manipolo di fabbricanti di aniline, compiacente il governo, stava imponendo. Recentemente però l’opposizione si intensificò originando sedute, convegni, ordini del giorno e memoriali.

 

 

Senonché, pronuba la Confederazione dell’industria, fu tentato un ravvicinamento dei contrari, ravvicinamento che io mi ostino a credere difficilmente fruttifero perché tentato fra l’estrema destra dei confederati, i chimici dei colori, bisognosi fino all’inverosimile di ossigeno daziario, di cataplasmi romani, di temperatura da incubatrice, e l’ala sinistra tessile, che ha da tempo ali robuste per volare al di qua ed al di là del confine e che, se non per convinzione almeno per interesse, è anti interventista e quasi libero scambista. E la conciliazione fu prospettata possibile in una forma che farà inarcare le ciglia a Lei, che fu a suo tempo il fustigatore dei trivellatori di stato e che è il castigatore cotidiano di quanti fanno ogni sforzo per cacciare la mano entro i cordoni della borsa che il cerbero del tesoro non sa o non può tener abbastanza stretti: Si paghi ai produttori nostrani di aniline un’indennità per danni che subiranno col permettere che una parte dei colori occorrenti all’Italia entri dalle frontiere in regime meno carcerario dell’attuale. E poiché si sa che un rospo di tal fatta, nudo e crudo, non è digeribile nemmeno ai buoni stomachi, si gira la questione. Non lo stato pagherà del proprio, ma l’acquirente che, con un forte sovraprezzo sui colori che lo stato gli cederà su quanti ne riceve in conto delle riparazioni germaniche, costituirà un fondo di sovvenzione ai fabbricanti italiani, che vi attingeranno a lor volta in forma indiretta, facendosi cioè comperare dallo stato a prezzi di favore i loro prodotti. Come trovata ingegnosa, non è male …

 

 

E concludo: i nostri fabbricanti di colori hanno i dazi; se non sanno vivere all’ombra di essi con le loro forze, sappiano trasformarsi o morire con dignità. Ma non sia permesso che continuino ad imporsi «per fas e per nefas» ai consumatori, dando per di più il bello spettacolo del dilaniarsi a vicenda ed ottenendo quei brillanti risultati finanziari che tutti conoscono e che alla lunga sono il retaggio di tutte le industrie che si ostinano a voler vivere da parassite: i fasti della nostra siderurgia, le glorie dell’«Ilva» e dell’«Ansaldo» insegnino.

 

 

Ho sottolineato le parole le quali spiegano il meccanismo dell’intervento dello stato. Le fabbriche nazionali di materie coloranti, profittando di un decreto reale 1 febbraio 1921, il quale autorizzava il divieto di importazione dei materiali uguali a quelli che venissero consegnati dalla Germania in conto riparazioni, riuscirono ad ottenere inoltre il divieto di importare i materiali che fossero fabbricati in Italia. Il governo giustificò il provvedimento notando che con la tariffa doganale del 1887 allora vigente i colori non erano affatto protetti. Ma quando entrò in vigore la nuova tariffa dell’1 luglio 1921 che concedeva una protezione enorme alle materie coloranti, il governo non mantenne la promessa ripetuta in varie occasioni e conservò il divieto di introduzione. Per citare un esempio solo degli effetti del divieto, notisi che l’olio di anilina germanico potrebbe essere acquistato a 4,50 lire al chilo reso franco frontiera italiana; aggiungendo da lire 1 a lire 1,20, di dazio, il prezzo aumenterebbe a 5,60-5,70. Ma poiché l’importazione è proibita, i fabbricanti nazionali fanno pagare il proprio prodotto 9,25 lire con un sovraprezzo di 3,60 lire circa per chilogrammo. Notisi che, prima della guerra, l’olio di anilina costava 0,90 al chilo e che il sovraprezzo dovuto al divieto importa un maggior costo di 5 a 6 centesimi per un metro di tessuto di cotone nero di medio peso (130-150 grammi al metro), differenza sensibilissima oggi che la concorrenza sui mercati internazionali si fa di nuovo a punta di centesimi.

 

 

Posto fra le richieste dei produttori di colori e la necessità di non rovinare le industrie consumatrici, di tanto più importanti – si badi che 10 o 12 operai bastano alla produzione dei 600.000 chili di olio di anilina consumati in Italia! – qualcuno avrebbe fatto la bella pensata denunciata nella lettera dell’ing. Ghersina. Il tesoro venda a sottoprezzo i suoi colori ritirati in conto riparazioni; per esempio accrediti 100 alla Germania e venda ad 80 all’«Unione», che è un ente accentratore del commercio dei colori. L’Unione rivenda al consumo i colori tedeschi a 100, guadagnando 20. Viceversa l’Unione compri a 120 i colori italiani che essa rivenderà a 100, con una perdita di 20. La perdita sui secondi sarà compensata dal guadagno sui primi. Il giochetto è chiaro: si vuole che il governo dia un sussidio di 20 ai produttori nazionali di colori, al fine di permettere loro di vendere a 100 ed incassare 120, prelevando 20 dal provento delle riparazioni.

 

 

Ci mancherebbe altro che le riparazioni servissero anche a questi scopi! Il governo italiano ha diritto di farsi dare 240 milioni di marchi oro in merci dalla Germania; ed incontra ostacoli gravissimi nello scegliere le merci da introdurre, perché tutte le industrie dicono che esse ne sarebbero rovinate. I filatori dicono che si possono introdurre tessuti; i tessitori filati; i siderurgici macchine da scrivere; ciascuno consente all’introduzione dei prodotti altrui, ma non dei proprii. Quando finalmente l’on. De Capitani, dopo aver sudato sette camicie, è riuscito o riuscirà a redigere un elenco di merci introducibili, con sopportazione dei fabbricanti, dalla Germania e conta perciò di avere assicurato al tesoro un’entrata di 240 milioni di marchi oro, equivalenti a circa 1.200 milioni di lire, somma tutt’altro che spregevole in tempi di disavanzo ed a cui assolutamente il governo ha il dovere di non rinunciare, ecco che ricominciano gli assalti da un’altra parte. Col pretesto che una parte dei 240 milioni è ottenuta con l’importazione e vendita di materie coloranti, i fabbricanti italiani di colori vogliono che il governo ne prelevi una quota e la versi ad essi, che altrimenti dovrebbero vendere troppo cari i loro colori ovvero lavorerebbero in perdita. E perché giusto essi e non altri? e non chiunque produca o dica di produrre in perdita ed affermi essere interesse nazionale che il governo lo salvi dalla rovina? Che cosa è questa insistenza nel chiedere elemosine allo stato? I denari delle riparazioni sono denari di tutti, debbono servire allo stato ed a nessun altro. Neppure un centesimo deve essere fatto deviare nelle casse di aziende private. I consumatori di colori, di cui l’ing. Ghersina si fa l’eco, sono fin troppo buoni quando consentono di far le spese di una protezione doganale del 25%; e probabilmente sono tanto buoni solo perché anch’essi sono protetti. Ma hanno cento volte ragione nell’opporsi al malo uso del denaro pubblico, malo uso compiuto allo scopo cattivo di perpetuare un divieto di importazione, il quale toglie alle industrie consumatrici ogni libertà di movimento e le aggioga ad un organismo semi statale di vincoli e di compensazioni utile solo alle industrie parassitarie.

 

 

Torna su