Un appello all’azione pratica

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 28/10/1901

Un appello all’azione pratica

«La Stampa», 28 ottobre 1901

 

 

 

 

Il discorso che l’on. De Marinis ha pronunciato allo Scoglio di Frisio l’altra sera è un sintomo interessante dello stato di crisi che attraversa il partito socialista italiano.

 

 

Proprio da Napoli, ossia dalla città la quale raccoglie il gruppo di giovani più contrari alla politica ministeriale del socialismo parlamentare italiano, viene una voce che proclama l’adesione alla monarchia. L’onorevole De Marinis è uomo imbevuto delle dottrine sociologiche moderne, abituato ad andare oltre alla distinzione formale tra monarchia e repubblica. Illogico ed improficuo a lui sembra perciò l’atteggiamento di ostilità preconcetta e di pregiudiziale battagliera contro la repubblica. Ed invoca che lo Stato rispetti innanzitutto le pubbliche libertà, tra cui la libertà di organizzazione di classe, e che nei pacifici e fecondi conflitti economici nel campo di una stessa classe sociale e tra borghesia e lavoratori rispetti la neutralità economica.

 

 

È tutto un nuovo programma pratico ed operoso che l’on. De Marinis addita ai socialisti d’Italia: dalla riforma tributaria alla questione napoletana, dalla politica interna a quella politica estera di cui sino a poco fa gli estremi affettavano di non volere occuparsi.

 

 

Ed è notevole come nella discussione dei disegni di riforma tributaria il De Marinis si accosti a quei concetti di prudenza che furono spesso difesi su queste colonne e che trovarono recentemente sostenitore efficace un ex-presidente del Consiglio, l’on. Di Rudinì.

 

 

Anche l’on. De Marinis ritiene che occorra oggi subordinare questa riforma al fatto della conversione della Rendita, perché sarebbe dannevole una riforma tributaria che, o per la sua parzialità e unilateralità o per errori intrinseci, danneggiasse il bilancio dello Stato e il credito del Paese in modo da allontanare il provvedimento della conversione della Rendita, che oggi, se turbamenti non avvengono fuori e dentro il Paese, non sembra lontano, e che, portando la Rendita al 3 1/2 netto, farebbe risparmiare allo Stato 60 milioni annui.

 

 

In verità non sembra nemmeno più di trovarci dinanzi ad un socialista, per quanto scomunicato. Il programma del De Marinis è il programma di un partito di governo radicale, da cui è possibile il dissenso, ma al quale non si può disconoscere una grande praticità di intenti.

 

 

Forse appunto per ciò questo programma non troverà larga accoglienza fra i socialisti militanti, ancora innamorati della lotta puramente politica e della propaganda elettorale. Ma da molti segni si vede che l’on. De Marinis ha lasciato nel gruppo da cui è uscito molti che hanno le sue stesse idee e vogliono anch’essi operare praticamente a favore delle classi lavoratrici.

 

 

A Milano il dissidio tra unionisti e federalisti – dissidio non ancora composto, a quanto dicono le ultime notizie – ha messo in luce come di fronte al gruppo degli impulsivi e dei lottatori politici si sia costituito un nucleo di persone desiderose di iniziare un’azione nuova, feconda di risultati pratici.

 

 

«La nuova orientazione politica dello Stato – scrivono i socialisti della Lotta di Classe – e quel tanto di relativa libertà che l’opera nostra e le condizioni generali d’Italia ci hanno guadagnata, ma che vuol essere ancora tutelata dalla gelosa vigilanza nostra, impone al partito socialista nuovi o più difficili doveri di pensiero e di azione. Attenuatasi l’urgenza della immediata difesa, quindi comincia l’integrale e positivo compito suo».

 

 

Le parole del giornale milanese rispondono alle parole che vengono da Napoli. Ma se il De Marinis è libero ormai, dopo la sua scomunica, di pensare a modo suo, gli intellettuali milanesi devono convincere le masse, se non vogliono che i loro desideri rimangano vane aspirazioni. Essi non possono rimanere individui dispersi, devono diventare un partito.

 

 

Da chi sarà composto mai quel tal partito socialista cui i fatti nuovi impongono «nuovi e più difficili doveri di pensiero e di azione»?

 

 

Perché bisogna pure riflettere che se il gruppo socialista milanese, il quale è il più vecchio di formazione, di esperienza, di sviluppo, tanto che è stato ritenuto il più «cosciente» – come si direbbe in linguaggio proletario – di tutta Italia; se questo tal partito milanese, che servì di incitamento e di esempio a tutti gli altri della Penisola, traversa dopo tanti anni una crisi morale così profonda e significante, gli altri gruppi socialisti non saranno né meglio costituiti né più evoluti. Infatti, l’ambiente onde i varii gruppi socialisti del nostro Paese vennero sorgendo o è di molto arretrato di fronte a Milano, come, per esempio, nel Mezzogiorno, o è analogo, come in alcuni luoghi del Settentrione.

 

 

E allora?

 

 

E allora è tempo, ci sembra, che i migliori del partito, gli intellettuali – contro cui si leva l’istinto della folla – mettano proprio da un canto le sovrabbondanze di una facile presunzione, e ravvisino come immediato e positivo compito loro l’educazione di quelle masse che li combattono e mostrano di volerli abbandonare – come oggi avviene a Milano – quando alla «ubriacatura delle frasi» essi vogliano sostituire l’intelligenza della realità.

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