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Corriere della Sera

Un confronto suggestivo

«Corriere della sera», 13 marzo 1905

 

 

 

Nell’ultimo fascicolo del «Bollettino dell’Ufficio del lavoro» di Roma son pubblicate due statistiche: l’una delle organizzazioni dei lavoratori in Italia e l’altra delle Trade-Unions inglesi. Il ravvicinamento di due contrade così dissimili per ricchezza e progresso industriale, appunto perché non cercato, offre materia a confronti interessanti ed a gravi deduzioni. La statistica inglese è una storia di forza e di espansione grandiosa. Gli unionisti inglesi sono adesso (al 31 dicembre 1903) 1.902.308, esercito immenso di lavoratori di cui ben 1.133.640 si raggruppano in 100 principali associazioni. Né costoro uniscono insieme soltanto le loro discorse; poiché le entrate delle 100 maggiori associazioni giungono alla cifra non mai prima superata di 52.296.495 lire italiane, ossia a 46,13 lire per ognuno degli operai associati; ed i fondi in cassa alla fine dell’anno – vero tesoro di guerra del mondo operaio britannico – sommano a 114.770.545 lire nostre, in tutto, ed a 101,24 per operaio associato. Dinanzi ad operai che sanno rinunciare a poco meno di una lira la settimana in media sul loro salario a scopi di difesa e di interesse comune, è d’uopo fermarci ammirati. Si comprende come essi siano forti e guadagnino alti salari: raccolgono i frutti di un secolo di sacrifici e di battaglie. Battaglie combattute da un esercito fermo, che non si sbanda dinanzi alle prime vittorie degli avversari, ma ne trae argomento per serrare vieppiù le sue file. Soltanto le crisi industriali che aumentano le schiere dei disoccupati e riducono i salari di milioni di operai, riescono a ridurre le fila delle Trade-Unions. Erano 1.509.532 gli unionisti nel 1892; e si ridussero a 1.414.800 nel 1895, anno di crisi economica acuta: ma si rialzarono ben presto a 1.939.022 nel 1901, anno di prosperità dell’industria inglese. Alla fine del 1903 – quando la crisi di nuovo cominciava ad imperversare nell’Inghilterra, – gli unionisti erano scemati a 1.902.308. Sono però codeste oscillazioni necessarie, simili a quelle che avvengono nei depositi delle banche, nel portafoglio degli scontisti, nel volume del commercio internazionale, nei profitti dell’industria. Le Trade-Unions sono oramai diventate un fattore essenziale dell’organismo economico inglese, ed un banchiere, il quale scruti gli indici del movimento finanziario del suo paese, non può non tener conto dei bilanci delle Trade-Unions, come non può trascurare i resoconti settimanali della Banca d’Inghilterra. È la Borsa del lavoro che funziona – coi suoi rialzi e coi suoi ribassi – con una precisione matematica simile alle Borse dei valori e delle merci. Sul Times, accanto alle quotazioni del Consolidato inglese o dei valori delle miniere d’oro del Sud Africa, si legge la percentuale dei disoccupati delle 100 principali Trade-Unions.

In Italia la statistica delle organizzazioni operaie si trova ai suoi inizi.

 

 

Si può anzi affermare che il primo tentativo serio di indagine sulle leghe operaie sia quello compiuto nel dicembre scorso dall’Ufficio del lavoro di Roma, diretto dal prof. Montemartini. Alcune indagini private erano bensì state fatte prima. Nel Congresso della resistenza dell’1 novembre 1902, l’on. Cabrini presentava una statistica, dalla quale risultava che in quell’anno esistevano 24 Federazioni nazionali di resistenza, oltre 2 in via di formazione, con un numero di 239.981 soci. Ai quali aggiungendo i 240.008 soci della federazione dei lavoratori della terra, si ottiene una cifra di 479.989 operai e contadini uniti in lega nel 1902. Una seconda statistica fu presentata al Congresso tenutosi a Genova nel gennaio di quest’anno fra le Camere del lavoro e le federazioni di mestiere. I soci delle Leghe operaie giungevano in questa statistica solo più a 205.362, ai quali aggiungendo i 101.200 soci superstiti delle federazioni dei lavoratori della terra, si ha un totale per il 1904 di 306.562. Ma sembra che anche questo numero, così ridotto di fronte a quello del 1902, sia stato artificiosamente ingrossato dalle singole federazioni, poiché la statistica ultima, assai più scrupolosa dell’Ufficio del lavoro di Roma, ha constatato l’esistenza di appena 23 Federazioni (di cui 3 non comprese nelle statistiche precedenti), con 161.230 operai organizzati. Non si conosce ancora la statistica delle leghe contadine; ma se anche per esse si verificasse una riduzione analoga, il numero totale degli operai organizzati nella seconda metà del 1904 risulterebbe quasi dimezzato di fronte al 1902.

 

 

Un buon terzo degli operai organizzati sono ferrovieri: e sono anche quelli che sono aumentati di più dal 1902 alla fine del 1904. Erano 41 mila ed ora sono 57.335 divisi tra il sindacato ferrovieri, il Riscatto ferroviario ed il Sindacato movimentisti. Cosa curiosa crebbero anche da 10 mila a 11.771 i soci della Federazione dei lavoratori dello Stato; da 12.000 a 16.977 i soci della Federazione dei lavoratori del mare; e da 3.500 a 3.855 i soci della Federazione dei gasisti. Tutti costoro sono operai addetti a pubblici servizi, dipendenti direttamente dallo Stato o da imprenditori che ricevono concessioni, privilegi, sovvenzioni da Stato e Comuni. Segno evidente che il movimento operaio da noi è riuscito a rafforzarsi soltanto o sovrattutto là dove gli operai possono trattare con le pubbliche autorità e attingere un aumento di salari al grande fondo inesauribile delle imposte o tasse pagate dal paziente pubblico italiano. Contro gli industriali privati l’urto delle organizzazioni operaie ha ben presto subito una sosta. Si possono citare soltanto i panettieri aumentati da 3.000 a 3.850 e le federazioni sorte dopo il 1902 dei minatori (3.740 soci), dei ceramisti (1.120) e degli infermieri (1.768). Accanto a queste Leghe fiorenti od appena costituite, quante rovine! Non si può dire che la Federazione del libro sia sminuita in forza; tuttavia i suoi soci caddero da 9.600 a 9.198. I lavoranti in pellami precipitarono invece da 3.964 a 1.368, gli addetti alle arti tessili da 18 mila a 7.510, i litografi da 1.000 a 866, i calzolai da 3.461 a 3.287, i metallurgici da 50.000 a 13.313, i lavoranti in legno da 6.000 a 3.185, gli addetti all’edilizia da 29.000 a 26.505, i cappellai da 5.220 a 4.410, i lavoranti del vetro da 2.830 a 2.099, i lavoratori dei porti da 7.000 a 5.970. E sono addirittura scomparse o non funzionano più la federazione degli addetti ai prodotti chimici che vantava 6.000 soci nel 1902 e quelle dei zincografi (155), degli impiegati privati (4.500), degli orefici (659), dei parrucchieri (2.000) e dei cuochi e camerieri (8.000). Il mondo operaio italiano è seminato di rovine di federazioni. Forse non tutte sono scomparse completamente, ed al posto delle federazioni nazionali vivono molte piccole leghe disperse nelle varie città. Quanto minore però è la forza che queste leghe locali hanno e quanto meno efficace è la loro azione!

 

 

Né vogliono affermare che la organizzazione operaia italiana sia destinata alla rovina completa. Esso attraversa ora un periodo di sosta e di parziale dissoluzione che trova nella storia di altri paesi curiosi riscontri. Anche sull’Inghilterra del 1830-34 era passato un vento di mania organizzatrice simile a quello che parve far insorgere l’Italia lavoratrice nel 1901-902.

 

 

In pochi mesi una Grand National Consolidated Traders Union aveva reclutato mezzo milione di aderenti; ma già nel luglio 1834 la grande armata del lavoro si era dispersa ed Owen, il grande utopista, si era ridotto a trasformarla in una pacifica ed effimera Società per la riconciliazione di tutte le classi sociali nel suo «Nuovo Mondo Morale».

 

 

I lavoratori italiani non devono dunque scoraggiarsi al vedere le loro leghe dissolversi o scemare di numero. Sono soste consuete nella storia dell’unionismo di tutti i paesi. Piuttosto essi debbono studiare come nell’Inghilterra contemporanea le file delle leghe si riducano soltanto di una piccola percentuale pur negli anni di crisi economica più severa e di rovesci gravissimi del movimento operaio. Egli è che gli operai inglesi non sono tenuti insieme unicamente dal concetto della resistenza. Le leghe che si fondano sulla sola resistenza hanno una vita agitata ed incerta. Gli operai accorrono a folla quando si spera di veder riuscire vittorioso uno sciopero; ma ottenuta la vittoria o toccata una sconfitta si stancano di seguitare a pagare le quote settimanali per i begli occhi dei segretari delle leghe o per mantenere una agitazione, della quale non si vedono gli effetti utili. Le Leghe inglesi hanno veduto questo pericolo massimo e vi han posto riparo innestando sul tronco della resistenza altri uffici, che facessero quasi da cementi della massa operaia fra uno sciopero e l’altro.

 

 

Nel 1903 su una spesa totale di 47.792.278 lire fatta dalle 100 principali Unioni, solo il 9,1 per cento (4.348.382 lire) era destinato a sussidi a scioperanti. Il 22,5 per cento (10.768.410 lire) era destinato a spese diverse, sovrattutto al costo della burocrazia unionista, alle spese di stampa, ecc., ecc., mentre il 26,6 per cento (12.716.277 lire) andava in sussidi ai disoccupati ed il 41,8 per cento (19.959.209 lire) in sussidi di malattia, per infortuni, invalidità, indennità in caso di morte, ecc. è vero che il 1903 fu anno scarsissimo di scioperi; ma anche nel periodo 1892-2.903 le Unioni, se spesero in tutto 85 milioni e tre quarti in sussidi a scioperanti (18 per cento), e 95 milioni in spese diverse (20,4 per cento), spesero ben 106 milioni per i soccorsi ai disoccupati (22,3 per cento) e 184 milioni per sussidi di malattia, infortuni, morte, ecc. (39,3 per cento).

 

 

Questo è il segreto della vitalità e della continuità delle Trade-Unions inglesi. L’operaio ci si affeziona e rimane loro fedele, anche dopo le vittorie e le sconfitte, perché sa che esse lo aiuteranno in tutti gli avvenimenti dolorosi della sua vita.

 

 

I socialisti diranno che noi consigliamo alle leghe italiane di imitare le Unioni inglesi perché queste – ricche a milioni ed interessate a non sperperare in quotidiane agitazioni i fondi accumulati pazientemente per soccorrere i malati, i disoccupati, gli orfani, ecc. – sono diventate un fattore d’ordine nella vita sociale del loro paese. Ma il rimprovero non ci tocca, perché noi badiamo alle cose e non alle parole. È vero che le Unioni inglesi sono assai più conservatrici delle leghe italiane ed agli scioperi ricorrono soltanto in casi eccezionali; ma è anche vero che i 114 milioni di fondo di cassa danno ad esse nelle trattative per la determinazione dei salari una forza che non avranno mai le leghe operaie italiane, ricche di bei parlatori, ma scarse di denari. Il carattere tumultuario del movimento operaio conduce da noi agli scioperi generali, all’incertezza della industria ed all’impossibilità di rialzare i salari.

 

 

Il conservatorismo dei movimenti più evoluti dà alle leghe la forza che proviene dal possesso di potenti riserve ed agli imprenditori la sicurezza che deriva dall’aver trattato con Associazioni conscie della loro responsabilità verso le masse operaie e verso la società intera.

 

 

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