Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Un decreto-legge per gli zolfi?

«Corriere della Sera», 10 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 824-826

 

 

 

Una commissione degli esercenti le miniere di zolfo della Sicilia si è recata a Roma per chiedere la emanazione di un decreto-legge che permetta la pronta emissione di obbligazioni per 120 milioni di lire garantite dallo stato. Fondamento della richiesta è che un disegno di legge, il quale appunto autorizza quella emissione, è stato già approvato dalla camera, e non fu potuto, dicesi, essere approvato anche dal senato solo perché la crisi ministeriale impedì che la procedura legislativa potesse svolgersi per tempo innanzi alla chiusura dei lavori parlamentari.

 

 

Non è questa l’occasione di discutere la sostanza del problema: se la emissione dei 120 milioni di obbligazioni sia un mezzo idoneo a salvare l’industria zolfifera dalla crisi gravissima che questa attraversa. Che questa esista, è indubitato. Dal prezioso annuario L’Italia economica del prof. Riccardo Bachi – che ogni anno si pubblica dalla «Riforma sociale» di Torino – si rileva che mentre ancora nel 1913 l’Italia produceva 406.400 tonnellate di zolfo contro 498.937 tonnellate prodotte dagli Stati uniti, la produzione di questi ultimi cresceva a 1.230.000 tonnellate nel 1919 mentre nello stesso anno quella dell’Italia si abbassava a 255.316 tonnellate. Non abbiamo sottomano dati più recenti per gli Stati uniti; ma nel 1920 la produzione italiana era ancora a 263.600 tonnellate; né in seguito deve essere cresciuta. Gli stocks sono cresciuti; il ribasso dei noli ha ristretta oltremodo la zona entro la quale lo zolfo siciliano può lottare contro lo zolfo americano. Soltanto l’altezza del cambio permette di vivere alle migliori miniere; grama vita del resto, che abbandona le miniere più piccole e male attrezzate, costrette a chiudersi le une dopo le altre.

 

 

Il prestito, garantito e sussidiato dallo stato, dovrebbe servire, a quanto sappiamo, a protrarre la vendita dello stock accumulato, versando intanto degli anticipi ai produttori. Si spera di ripetere l’esperienza fortunata del passato, quando il consorzio si assunse la liquidazione dello stock lasciato dalla Anglo sicilian sulphur company. Speriamo che i risultati siano egualmente buoni, sebbene un tempo non esistesse la attuale temibile concorrenza americana. E speriamo che il prestito non ritardi il necessario assestamento della industria zolfifera, prolungando artificiosamente la vita di molte piccole miniere destinate a morte sicura. Le cagioni della crisi non sono invero temporanee: l’industria siciliana lavora troppo spesso con sistemi antiquati; gli alti prezzi del tempo di guerra hanno richiamato in vita troppe coltivazioni abbandonate e che non hanno ragione di esistere. Può essere lamentevole il dilemma a cui si trova sospinta l’industria siciliana dello zolfo: o rinnovarsi o morire; ma è un dilemma a cui, per amore o per forza, dovettero rassegnarsi tante altre industrie, del nord e del sud, senza aver la pretesa di farsi comprare dallo stato, con un prestito garantito, le proprie rimanenze invendibili di magazzino.

 

 

Ma questo non è il punto su cui oggi si deve richiamare l’attenzione del pubblico. Sulla opportunità del prestito deve giudicare il parlamento. La camera ha detto di sì; e dirà di sì anche il senato. Almeno questi sono i pronostici dei giornali. Intanto però quest’ultimo corpo non ha ancora detto nulla. E finché non si sia pronunciato, secondo le nostre regole costituzionali, fa d’uopo aspettare. Ci fossero anche tutte le probabilità, anzi la certezza assoluta dell’assenso, finché questo non sia dato, la legge non esiste ed il governo non può garantire nessun prestito. Garantire un prestito vuol dire, se il vocabolario non falla, obbligarsi a pagare capitale ed interessi nel caso che il debitore diretto, nel caso nostro il consorzio zolfifero, non paghi. Ossia ancora, garantire un prestito vuol dire essere pronti ad iscrivere nel bilancio del tesoro una annualità di interessi e rata di ammortamento bastevole a fare il servizio del prestito. Non è questa una spesa, ed il presidente del consiglio Facta non si è forse obbligato solennemente a non emanare decreti-legge di nessuna specie e massimamente decreti legge di spese?

 

 

Or come va che un sottosegretario, l’on. Lo Piano, patrocina e presenta una commissione che chiede al governo di rimangiarsi una delle sue più solenni promesse? Quale è la posizione morale di questo sottosegretario in un gabinetto la cui politica è chiaramente contraria alla proposta che egli ha presentato? E che cosa ha voluto dire, il ministro dell’industria, on. T. Rossi, quando alla commissione ed al sottosegretario patrocinante ha promesso che il problema sarà senza indugio avviato ad una soluzione? Ha forse voluto dire che egli farà premura presso l’on. Facta e presso l’on. Tittoni, presidente del senato, affinché questo sia appositamente convocato e possa esaminare d’urgenza il problema la cui soluzione si afferma improrogabile? Se l’on. Rossi ha voluto dir questo, egli ha fatto bene. Potrà rincrescere ai senatori di essere incomodati durante le vacanze per discutere il problema zolfifero; ma è certamente dovere del governo, quando ritenga un problema veramente grave ed urgente e quando la soluzione dipenda solo dal voto di un ramo del parlamento, di convocare questo in speciali tornate e sottoporre il punto al suo giudizio, ponendo, se occorre, la questione di fiducia. Ma se tale non è il significato delle parole dell’on. Rossi; se queste parole significano adesione alla richiesta del decreto-legge, in tal caso non resta che da lamentare fortemente che, per una questione di così lieve peso che per essa il governo non crede neppure necessario di interrompere le vacanze del senato, il governo violi la sua promessa di non emanare nessun decreto-legge. Così operando, il governo dimostrerebbe di ridersi delle garanzie costituzionali, di mettersi sotto i piedi tutti gli affidamenti, di volere opporsi alle spese nuove e di non più usare quell’arnese dei decreti legge che fu lo strumento nefasto della maggior parte delle spese inutili, le quali condussero al disavanzo il nostro bilancio. Evidentemente, però, la vera interpretazione delle parole dell’on. Rossi è la prima. Non è e non può essere la seconda. Lo scandalo sarebbe troppo grosso.

 

 

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