Un giusto dilemma

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/07/1901

Un giusto dilemma

«La Stampa», 24 luglio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 400-403

 

 

Il dilemma è posto dal giornale socialista l’«Avanti!», il quale denuncia l’indifferenza generale con cui sono state accolte le sue notizie intorno al nuovo progetto di riforma finanziaria che il ministro Wollemborg sta allestendo.

 

 

La riforma non era cosa da poco e non era una ripetizione dei soliti progettini. Il Wollemborg, di cui la commissione finanziaria aveva trovato inaccettabile l’omnibus abbastanza modesto di questa primavera, aveva voluto cambiar sistema e fare in grande. E così il suo nuovo progetto importava nientemeno che l’abolizione completa del dazio comunale e governativo, il passaggio dell’imposta fondiaria e delle categorie B e C dell’imposta di ricchezza mobile ai comuni e la creazione di una nuova imposta globale sul reddito per 200 milioni all’anno a favore dello stato.

 

 

Malgrado che il progetto fosse significativo di nuove tendenze e rappresentasse quasi una rivoluzione nel sistema tributario italiano, nessuno se ne occupò. Alcuni non presero sul serio le elucubrazioni di un ministro che ritenevano se ne sarebbe andato via prima della fine delle vacanze; altri pensarono che il nuovo progetto sarebbe stato seppellito, come i precedenti, dalla commissione finanziaria competente e che non valesse perciò la pena di farlo oggetto di studi e di commenti. L’«Avanti!», dinanzi a questa situazione di cose, pone al governo un dilemma: impegnare una lotta a fondo per l’attuazione della riforma tributaria, o far sapere chiaramente che non si sente di iniziare questa lotta.

 

 

Il giornale socialista ha ragione. La questione delle riforme tributarie ha finito per assumere in Italia un carattere quasi grottesco. Sono decine d’anni che si ripetono sempre gli stessi argomenti in favore della riforma tributaria.

 

 

Chi scrive ha sott’occhio un curioso volume di Pensieri, sentenze e ricordi di uomini parlamentari raccolti dagli atti del senato e della camera da Edoardo Arbib (Barbera 1901). È un volume che nello stesso tempo fa sorridere e fa pensare. Apritelo al capitolo delle «questioni finanziarie» e voi vedrete che nel primo parlamento subalpino si facevano le stesse accademiche discussioni che si ripetono adesso intorno al miglior principio in base al quale dare stabile assetto ai tributi.

 

 

Matteo Pescatore, nella tornata della camera del 28 novembre 1848, dimostrava la necessità dell’imposta progressiva, «perché se colui che ha 150 lire di rendita contribuisce un decimo alle spese dello stato, io domando se adempie egualmente a questo dovere colui che avendo 150 mila lire di rendita contribuisce per solo un decimo. Se costui gode in proporzione maggiore dei profitti delle scienze, delle arti e delle industrie, non è egli vero che debba eziandio contribuire, secondo una legge di progressione, da che appunto, secondo una legge di progressione, gode di questi vantaggi?».

 

 

Il Pescatore diceva queste cose per rispondere a Camillo Cavour che nella tornata del 28 ottobre dello stesso anno aveva dichiarato «essere dovere della camera di pronunciare contro questo fatale sistema dell’imposta progressiva una formale sentenza, onde impedire che le funeste idee, che ne sono la conseguenza, si spargano nel pubblico ed inspirino negli animi un’inquietudine ed una sfiducia che cagionerebbero una perturbazione economica gravissima».

 

 

Elevata discussione, che forse vedremo riprodursi a novembre dell’anno corrente quando il ministro delle finanze presenterà il suo progetto d’imposta globale progressiva sul reddito.

 

 

È molto probabile che dopo avere molto ed elegantemente dissertato, non si riuscirà a nessuna conclusione, perché i più per inerzia ed orrore del nuovo saranno portati a pensare col Lanza (discorso del 5 luglio 1864) «che val meglio un’imposta anche un po’ cattiva, ma vecchia, che un’imposta nuova, ma migliore, sia per l’effetto che produce sul contribuente la novità stessa della tassa, che per le difficoltà dell’applicazione», o col Ferrara (discorso del 9 maggio 1867) «che val meglio per il tesoro, non meno che per la nazione, un’imposta difettosa, ma vecchia, anziché un’imposta nuova quando una necessità indeclinabile non lo esiga».

 

 

Teoria questa un po’ scettica, ma che, per il suo fondo di verità, serve mirabilmente a tutti i partiti da una parte a promettere ai contribuenti l’attuazione dell’ideale regime tributario, e dall’altra a non far nulla, riconoscendo le difficoltà dell’applicazione pratica delle riforme ideali.

 

 

È tempo però che si metta un termine al sistema del promettere molto e dell’attendere corto, o, meglio, del non attendere affatto. I contribuenti e gli elettori erano già divenuti scettici; ma avevano ancora qualche speranza confortata dalle dichiarazioni recenti e recise di uomini che ora sono al governo. Se anche la speranza verrà meno, non vi è il pericolo che gli elettori finiscano per buttarsi in braccio a quei partiti estremi, i quali promettano non la riforma, ma lo sconvolgimento della finanza italiana, con la riduzione forzata della rendita al 3%, la riduzione di 100 milioni sui bilanci militari ed altrettali follie?

 

 

Il pericolo è grave, se si pensa alla rapidità con cui le masse italiane hanno imparato il modo di far sentire i loro desideri. Sinora esse si sono occupate di ottenere garanzie della libertà di sciopero. Ma già pensano ad avviarsi verso altra meta; e quando si saranno incamminate, sarà troppo tardi per arrestarne il moto, il quale, per l’inesperienza dei capitani e dei gregari, potrà essere rovinoso.

 

 

A ciò deve pensare il gabinetto, dimostrando di voler compiere qualche riforma, magari piccola, ma tale da recare un qualche sostanziale vantaggio, senza scuotere la solidità del bilancio e la compagine dello stato.

 

 

Né speri il governo di poter nascondere la propria responsabilità dietro quella del ministro delle finanze. Non basta dire o lasciar dire che la colpa è tutta del ministro Wollemborg, il quale ha compilato e continua a mettere insieme progetti stravaganti o troppo grandiosi. La responsabilità delle proposte di riforma tributaria è dell’intero gabinetto, dove pur si contano uomini competentissimi in materia, e noti per avere esposto programmi di riforma discutibili bensì, ma assennati.

 

 

Si metta dunque d’accordo il ministero su un piano di riforma ragionato e sostenibile, ed alla camera lo sostenga validamente, vincendo o cadendo su di esso. È questo il solo modo di far rinascere nella pubblica opinione la fiducia nella capacità del governo ad attendere alle premesse fatte in materia di tributi. In fondo il pubblico italiano – il quale ha molto buon senso e sa benissimo come le grandi riforme non si possono improvvisare da un momento all’altro senza sconquassare la macchina governativa – si contenterebbe anche di poco; ma desidera si cominci.

 

 

Altrimenti si convincerà sempre più che tutti i governi siano d’accordo per recitare la farsa, e che per ottenere qualche cosa bisogna prima fare piazza pulita delle istituzioni esistenti. Convincimento pericoloso, che è dovere assoluto delle classi dirigenti e governanti non lasciar radicare nelle masse.

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