Un libro per seminaristi e studenti

Tratto da:

Prediche inutili

Data di pubblicazione: 01/01/1959

Un libro per seminaristi e studenti

Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1959, pp. 369-378

 

 

 

Dirà eventualmente il giudice se parroci, sacerdoti secolari, monaci e frati regolari si trovino in una delle due categorie degli imbroglioni e degli imbrogliati, in cui pare si dividano, a detta dei giornali, i protagonisti del caso Giuffrè. Con certezza si può supporre solo che, se qualche sacerdote sarà coinvolto nella faccenda, forse i più di essi dovranno essere collocati fra gli imbrogliati. In cose di danaro, il sacerdote fa spesso la figura dell’ingenuo destinato ad essere vittima del primo lestofante gli capiti tra i piedi. Se un parroco è un sant’uomo, del quale i contadini, incontrandolo e levandosi il cappello, usano pensare: questi andrà sicuramente in paradiso, possiamo ritenere probabilissimo, se non certo, che egli è stato o sarà oggetto della attenzione particolare di chi, per fini di singolare pietà, intende sgraffignargli i danari suoi o dei suoi parrocchiani. Quanto più la sua fede è ardente, il suo zelo di bene è vivo, quanto più il suo tempo e la sua opera sono consacrati ad opere di religione, di carità ed, oggi, di ricreazione educativa, tanto più egli è segnato in fronte, vittima fatale degli scrocconi.

 

 

Le ragioni sono in parte radicate nella natura della missione sacerdotale. Non si vive impunemente in un mondo, nel quale i confini tra il diritto e l’equità, fra il lecito guadagno e l’obbligo di dare al povero, fra il rigore della punizione e il comando della misericordia sono sfumati, senza ricevere un’impronta profonda nel pensiero e nell’azione. Il confessore il quale conosce il pentimento del colpevole è disposto più che non il giudice, a perdonare. Sacerdoti, più che i laici, si fanno patrocinatori di grazia a favore di ergastolani colpevoli di atrocissimi imperdonabili delitti. Non hanno avuto, nel segreto inviolabile della confessione, la prova sicura del pentimento? Tanti anni sono passati dal giorno fatale! Dio ha perdonato, perché non dovrebbe perdonare chi in terra ha il potere della grazia? L’uomo, che il sacerdote ha ricevuto e sta chiedendogli in prestito una grossa somma, parla «con unzione»; col linguaggio proprio cioè di chi è uso a far opere di bene ed a curare, insieme con i mali corporali, le ferite dell’anima. Perché non debbo, come il fratello al fratello in Cristo, venire in suo aiuto? La divina provvidenza penserà a ristorare la perdita, se perdita vi sarà, ed a mettermi in grado di non far danno a nessuno dei miei parrocchiani.

 

 

Contro l’indole nativa dei predestinati, non c’è nulla da fare. Qualche difesa, pur se tenue, si può tuttavia tentare, coll’educazione, contro la propensione a cader vittime dei furbi.

 

 

I vescovi hanno adempiuto bene all’ufficio di curare nei seminari l’educazione economica dei giovani, che sentono la vocazione del sacerdozio? Hanno procurato si impartissero ai seminaristi le nozioni elementari necessarie per distinguere fra il lecito giuridico, e il dovere caritativo, fra l’economia e la morale? Certamente, ai vescovi non si può muovere rimprovero maggiore di quello che tocchi ai presidi dei licei di stato; ché, purtroppo, per esigenze uguali di fornire ai licenziati dei seminari pareggiati e dei licei il medesimo documento legale di maturità, i programmi di insegnamento nei seminari e nei licei statali sono identici. Ignoro se negli istituti di insegnamento secondario sia ancora impartito, forse come appendice all’insegnamento filosofico, un qualche rudimento della scienza economica. Molti anni fa, lamentai si pensasse ad introdurre quell’insegnamento nei licei; ché, se fu introdotto e sotto qualche specie ne rimane ancora traccia, parmi sia stato e sia un grosso malanno. L’insegnamento elementare della scienza economica, anche se condotto sulla traccia dei transunti dei «principî» di Jevons-Cossa, di Senior, di Nazzani, di Say, di Pierson – e cito solo scrittori morti – è, peggio che inutile, dannoso. Temo che i riassunti moderni, con la complicazione della matematica, valgano ancora meno. È invero pura perdita di tempo guastare il cervello dei ragazzi con definizioni e spiegazioni di concetti astratti, come valore, prezzo, interesse, salario, reddito o di altre astrazioni venute di moda adesso, come reddito nazionale lordo e netto, reddito privato e prelievi pubblici. Manca qualsiasi addentellato fra i concetti, le definizioni, le quantità astratte individuali e collettive ed i fatti della vita quotidiana, le norme di condotta economica vantaggiose o dannose ai singoli od all’insieme. Il legame esiste; ed i giovani, taluni di essi, lo afferrano dopo anni di martellamento, dopo un lungo tirocinio di discussioni con insegnanti e con colleghi di studio. I più di coloro che escono, non dico dai licei, ma dalle università, non vedranno mai l’addentellato tra le nozioni dei manuali e l’azione pratica economica che essi condurranno nella vita. Né la colpa è dell’insegnamento universitario; ché nulla di serio si impara senza faticoso tirocinio individuale, compiuto dal singolo durante e dopo la scuola, con o senza l’aiuto del maestro. La pretesa che la scuola formi l’avvocato, l’industriale, il banchiere, il commerciante, l’armatore, il direttore generale, tutti finiti e pronti ad esercitare lor mestieri e professioni è assurda. La scuola può addestrare i giovani, e s’intende quelli volonterosi, a ragionare bene ed a profittare delle conoscenze apprese. Non potrà mai insegnare al banchiere come si fa a distinguere il cliente buono dal cattivo; che son cose che egli apprenderà con lo sbagliare, col fare esperienze, col riuscire ad utilizzare quel fiuto del carattere umano di cui domeneddio lo avrà provveduto alla nascita. Così nessun manualetto di economia apprenderà mai al seminarista a fiutare, quando sarà parroco, il lestofante tra coloro che a lui si presenteranno a postulare soccorso. Tanto meno egli apprenderà cose utili da sui manuali di economia cristiana, segnalati per mescolanze fra economia e morale, atte purtroppo, a fuorviare i lettori nelle faccende della vita quotidiana.

 

 

Talune massime di condotta non si apprendono del resto sui libri. L’esempio dei familiari, il buon senso innato, l’esperienza di qualche spiacevole scottatura giovano. Da chi aveva appreso l’ultima discendente per sangue dei Cavour, la marchesa Adele Alfieri di Sostegno, a vedere tanto netta la distinzione fra economia e carità? La conobbi ad occasione della traduzione e della stampa, che volle sostenere a sue spese, di un bel libro di Sir Horace Plunkett su «La nuova Irlanda» donato agli abbonati della mia antica rivista «La riforma sociale»; e più seppi di lei da amici. Possedeva terre non poche; e non ammetteva che fittavoli e mezzadri facessero fidanza sul suo animo buono. «Perché dovrei condonare il fitto in tutto o in parte o rinunciare alla parte che mi spetta nella divisione dei prodotti? Farei opera dannosa alla terra ed incoraggerei la infingardaggine. Mio dovere è di preferire i buoni contadini ai mediocri, con vantaggio mio e delle famiglie operose e capaci. I canoni essendo fissati d’accordo secondo ragione e consuetudine, non v’è ragione io debba rinunciare a quel che mi spetta. Farei gran torto ai meritevoli se facessi la carità lasciandomi portar via il mio da chi è meglio capace a piangere miseria che a lavorare ed educare bene la famiglia, a stendere la mano invece che a guadagnarsi il pane colla fatica». Nel far carità la marchesa Adele non era seconda a nessuno. Non la carità che è mera elemosina; ma la carità di San Paolo, che è fiamma viva, che innalza e stimola, che educa al bene operoso. Donava gran parte, mi dissero, dei suoi redditi; ma donava a ragion veduta, a chi meritava l’aiuto.

 

 

Al sacerdote fa d’uopo insegnare, sì, ad essere caritatevole, non però ad incoraggiare l’ipocrisia e l’infingardaggine. Anche gioverebbe insegnare a non chiedere aiuto a chi ha il dovere di non darlo. Il tesoriere di quello che forse è in Italia il maggiore istituto religioso di aiuto e cura agli infelici, mi raccontò che, quando davvero mancava il soldo a compiere la lira e urgeva provvedere alle necessità dei suoi diecimila ricoverati, egli batteva alle porte del numerato stuolo dei benefattori silenziosi, ai quali sapeva di poter ricorrere nell’ora dell’ansia ed i benefattori sapevano che quella era l’ora estrema e bisognava l’aiuto straordinario. Discorrevamo un giorno quando imperversavano le persecuzioni razzistiche: «dove sono, diceva il sacerdote buono, gli amici ebrei ai quali so di non fare invano appello quando non so dove dar di capo?».

 

 

Al degno tesoriere, che poi divenne il capo della sua congregazione, non veniva in mente di ricorrere ai banchieri perché banchieri. Era buon amministratore del patrimonio e dei redditi del suo istituto; e perciò sapeva che il banchiere il quale dà danari a scopo di carità, a sovvenire ai disoccupati, ad aiutare imprese dissestate, ad incoraggiare i fatutto a procacciar lavoro a chi produce merci che non trovano compratori, non fa il suo dovere. Si insegna abbastanza nei seminari che viola il settimo comandamento – non rubare – tanto chi chiede danaro al banchiere quanto il banchiere il quale lo dà, se non vi sia la sicurezza della restituzione del capitale e degli interessi? Il banchiere il quale elargisce i danari dei depositanti a chi non è in grado di restituire, malversa la roba altrui e deve finire in galera; e, per definizione, deve andare al buio colui che, avendo chiesto danaro per opere pie, per soccorsi ad imprese fallimentari, per non buttare sul lastrico operai ed impiegati, non è in grado di restituire il prestito mal dato. Insieme al malversatore deve finire in galera altresì il complice, il quale lo ha spinto al malfare con il pretesto della carità.

 

 

È corretto ricorrere alle banche se si chiede per fini di bene nei limiti del guadagno accertato, eccedente gli impegni verso i proprietari dell’istituto, ovvero – in Italia i più grossi proprietari di banche non son forse lo stato e gli enti pubblici? – verso la formazione di riserve ecc.? Nel limite del saldo netto accertato e chiuso, la banca può aiutare opere di bene, università ed istituti di cultura e di arte; non un centesimo oltre.

 

 

Moneta non parturiet: cento lire al principio dell’anno sono cento lire alla fine dell’anno. Da chi hanno imparato quei sacerdoti del ravennate, i quali hanno, se non sono tutte frottole quelle che si leggono sui giornali, immaginato che cento lire date al principio dell’anno potessero diventare 130, 160, 180 alla fine dell’anno; tanto peggio se impiegate in costruzioni di chiese, canoniche, conventi, ricreatori e simili che son tutte cose le quali divorano e non figliano danaro? Non bastava il buon senso a far capire trattarsi di fanfaluche? Un po’ di dottrina di buon senso economico non avrebbe nociuto ai seminaristi; non foss’altro per inculcare nella loro testa l’idea che incoraggiare o collaborare con chi promette, facendo carità, frutti sbalorditivi, vuol dire commettere peccato mortale, da assolversi riservatamente, con penitenza esemplare. Parlo dei sacerdoti perché il discorso capitò su di loro; ma non sono pochi i pubblicisti e uomini politici che, quando si apre una sottoscrizione, od occorre provvedere a calamità fisiche o sociali, subito esclamano: andiamo alla banca! Gli «assalti alle banche» non sono una esclusiva di filibustieri finanzieri; non di rado ed inconsapevolmente sono opera di chi presume o immagina di fare il bene del prossimo. Può anche darsi che questo tipo di delinquenza si mascheri sovratutto, se non sempre, sotto la specie di invocazione al bene pubblico.

 

 

Non si perderebbe tempo quando si insegnasse nei seminari (e nei licei, si intende, ad occasione dei pseudo-rudimenti economici e politici) che la carità, la beneficenza, le opere buone fruttano moltissimo sotto specie di beni spirituali; non fruttano tuttavia nemmeno un soldo in danaro. La clinica privata giustamente può remunerare i medici, gli infermieri, gli assistenti che vi sono addetti; ma, se l’ospedale è governato da criteri pubblici o caritativi, le stanze a pagamento non possono neppure da lontano colmare i vuoti delle corsie comuni. Né si sono mai visti stabilimenti di istruzione di ogni ordine mantenersi e ottener profitti con le tasse degli studenti. Nessuna più celebrata università visse e vive con i proventi dell’opera sua; e tutte han bisogno di contare su redditi di fondazioni, su oblazioni di antichi studenti e benefattori ed oggi, anche là dove sono governate da enti gelosissimi della propria autonomia, su contributi pubblici.

 

 

L’uomo predestinato a cader vittima di imbroglioni, ha nel tempo stesso orrore e rispetto di quelli che sa essere periti di affari o di speculazioni. Reputa le borse, come in parlamento disse un primo ministro, essere covo di banditi; e nel tempo stesso immagina che borsisti e banchieri passino il tempo a fare in qualche modo misterioso danaro a palate. Fa d’uopo dire quanto sarebbe vantaggioso che nei seminari e nei licei si inculcasse l’idea che non esiste nessuna maniera, né semplice né misteriosa, di fare danaro a palate; e che se accade si cumulino rapidamente fortune cospicue, si tratta di eccezioni determinate da attitudini economiche proprie di pochissimi, da prontezza nel profittare di occasioni di svalutazioni monetarie, di rivolgimenti politici, di invenzioni tecniche, di mutazioni dei gusti dei consumatori. Qualunque sia il giudizio sul valore morale e sugli effetti sociali delle attitudini acquisitive – ed il giudizio può essere, a seconda dei casi, positivo o negativo e un po’ tutte due – certo è che quelle attitudini sono rare e che a coloro i quali le posseggono non salta mai in mente di elargire una parte dei loro guadagni sotto forma di interessi stravaganti agli innocenti, i quali immaginano essere ovvio altri regali ad essi il frutto o parte del frutto dei rischi corsi, dell’aver veduto giusto nell’avvenire – questo è il significato vero della speculazione – quando la moltitudine non vedeva niente o vedeva miraggi ingannevoli. Al sacerdote deve essere detto nei seminari che, non dovendo confondere l’economia con la carità, egli ha il dovere di non farsi ingenuamente gonzo e cadere vittima, lui ed i suoi fedeli, di lestofanti.

 

 

Certamente, tra i predestinati, i sacerdoti, essendo una piccola parte dei viventi, sono ovviamente pochi, anzi pochissimi in confronto ai laici. Se dei laici non parlo, ciò accade solo perché non ho un’idea netta delle classi sociali nelle quali essi sono reclutati: contadini, operai, impiegati, borghesia minuta? Gioverebbe, se le notizie dei giornali conducessero ad una procedura giudiziaria, sapere come gli eventuali danneggiati siano classificati, per numero e importo, fra le diverse classi sociali. È noto che la buona gente pronta a lasciarsi alleggerire le tasche dai possessori di lingue persuasive suadenti si recluta nei più varii ceti sociali, dai ricchi ai poveri; cosicché una tabella statistica di classificazione degli innocenti sarebbe per se stessa di scarsa utilità; non valendo la pena di sprecare tempo e danaro per appurare la verità ovvia che di gonzi è pieno il mondo. L’utilità della classificazione viene dal riflettere che gli uomini sono un curioso misto: di ingenuità e di avidità. Se ingordo non fosse, il buon uomo si fiderebbe a dare il danaro suo a chi gli promette insoliti lucri? Poiché l’ingenuità e l’ingordigia non coincidono, la classificazione degli ingenui a seconda del ceto sociale, della professione, del mestiere, del tipo di lavoro, della consistenza patrimoniale ecc. ecc. gioverebbe forse a gittare un po’ di luce sulla diversa propensione di alcuni ceti sociali alla dabbenaggine ed alla ingordigia e sull’aiuto che la diversa combinazione dell’una e dell’altra offre alle imprese degli imbroglioni.

 

 

Purtroppo l’aiuto che i vescovi per i seminari ed i presidi per i licei possono, nella loro opera doverosa di illuminazione, ottenere dai manuali economici è, già lo dissi, praticamente nullo. Non conosco libri né grossi né piccoli scritti in forma piana senza enunciazione di teoremi e corollari astratti, redatti in ragion di esempi o racconti tratti dalla vita quotidiana, i quali servano all’uopo. Non gioverebbe tradurre qualche scrittura antica, del tipo della celebre satira di Bastiat; la petizione alle camere francesi dei fabbricanti di candele, lampade, bugie, torce ecc. ecc. contro il sole. La scrittura è vecchia di più di cent’anni; e per chi la sa leggere, è sempre istruttiva. Ricordiamoci però che il seminarista e lo studente di liceo non è in grado di applicare le nozioni teoriche o storiche ai fatti presenti; che è la sola cosa la quale conti per i fini educativi, di cui qui si parla. Forse la sola prosa da cui sia possibile, coll’aiuto di un insegnante non del tutto fuor della vita di oggi, trarre qualche immediata applicazione economica è il capitolo sulla carestia nei Promessi sposi. Invano tuttavia Manzoni scrisse pagine stupende sui pregiudizi popolari intorno alla scarsità ed alla abbondanza del frumento e della farina, agli incettatori e ai fornai; ché ogni volta il discorso cade oggi sul rincaro dei viveri, sui prezzi al minuto e all’ingrosso, sulle malefatte degli accaparratori e degli speculatori, si leggono sui fogli quotidiani e si ripetono nei comizi gli stessi luoghi comuni che l’ironia manzoniana aveva bollato; e cadono le braccia.

 

 

Qualche storiella od apologo economico si legge negli scritti di Ernesto Rossi sul «Mondo». Ottimi per far arrabbiare industriali protetti da dazi, sussidi e favori e per esporre pubblicamente pubblicisti politici e funzionari alla punizione usata nel medioevo per i decotti, temo tuttavia non siano adatti all’insegnamento delle verità ordinarie alla comune dei mortali. Qualche anno fa, il prof. Carlo Grilli applicò, in una Storia di un’attività umana (Genova 1955) il metodo del dialogo alla trattazione di problemi economici contemporanei. Buon tentativo, che per far impressione sui ragazzi dovrebbe essere ancor più elementare.

 

 

Il manualetto dovrebbe essere scritto da un romanziere che sappia di economia. Come il manuale dovrebbe essere scritto, l’aveva già detto, nel suo caratteristico stile, Maffeo Pantaleoni, nel fascicolo del maggio 1894 del «Giornale degli economisti» (pp. 521-25), in una recensione di quattro pagine su un libro di Luigi Gramegna, Progresso e bisogni (tip. Vincenzo Bona, Torino 1894):

 

 

«Il signor Gramegna evidentemente non ha trovato editore per il suo libro. L’ha stampato a rischio e pericolo suo, e spero che non se ne dovrà pentire. Non riesco a indovinare se l’autore sia giovane o vecchio, se sia economista di professione, o altra cosa, se abbia già stampato altri volumi, oppure no. Di tutto questo, caro lettore, non so dirti proprio nulla. Ma quello che ti posso assicurare è che questo signor Gramegna è pieno di spirito e ha saputo fare un libro, che se lo compri, lo leggerai tutto d’un fiato, e se hai moglie, lo farai leggere pure ad essa. È, infatti, un libro assai diverso dai libri di economia. È tutta quanta una sequela di aneddoti, di storie, di storielle, di fatti, di fatterelli e di ricordi storici collegati tra di loro opportunamente e argutamente. Ed è scritto con tanta vivacità di stile, tanta spigliatezza e tanto senso comune, da farlo parere tutto quanto una conversazione fatta un po’ a bâtons rompus su molti argomenti economici, amministrativi e politici».

 

 

Conobbi, una ventina d’anni dopo il 1894, il Gramegna. Era un anziano colonnello a riposo, che, durante la prima guerra mondiale, si occupava a rifornire lane, generi di conforto e scritti patriottici ai combattenti. Ufficiale dell’esercito, Gramegna aveva già scritto alcuni dei romanzi, condotti poi sino alla ventina, che l’avevano reso ed ancora lo fanno noto ed apprezzato in Piemonte in una particolare cerchia di lettori. I suoi romanzi storici, in stile semplice, discorsivo e popolare, narrano la storia del Piemonte e di Casa Savoia da circa il 1200 alle guerre del risorgimento. I romanzi del Gramegna potrebbero servire a insegnare, in modo gradevole e sostanzialmente esatto, la storia del Piemonte ai ragazzi, i quali oggi ritengo non ne sappiano nulla. In Francia servono all’uopo i romanzi, più celebri, del Dumas.

 

 

Luigi Gramegna s’era provato, oltrecché a scrivere storie, a redigere libri popolari di economia, di politica e di morale. Oltre quello lodato dal Pantaleoni, ne pubblicò uno su Popolo e religione (Torino 1895) e per questo aveva trovato un editore, il Clausen di Torino.

 

 

Non invito gli economisti a scrivere i manuali necessari ad immunizzare i merli predestinati, seminaristi o studenti di liceo, a cader vittime di imbroglioni. Non è affar nostro. Fa d’uopo che un romanziere, del tipo di Gramegna, si accorga che quella è materia buona per un pubblico non piccolo, almeno altrettanto buona come quella che un tempo si definiva pornografica ed ora pare sia nobilitata come attinente ai problemi sessuali. Ma pornografia è e rimane.

 

 

Chi scriverà il desiderato manualetto non occorre giunga all’altezza del capitolo sulla carestia di Alessandro Manzoni. Basta Gramegna; ossia bastano buon senso, spirito di osservazione, attitudine a non confondere le regole della condotta economica e quelle della carità, i consigli della politica e quelli della morale, a non dimenticare che tra i dieci comandamenti ha luogo anche quello di non rubare e che esso è valido tanto per le faccende private come per quelle pubbliche, tanto e forse più per i latrocinii a vantaggio altrui che per quelli a vantaggio proprio. Un po’ di infarinatura scientifica economica non nuocerà; ma sia farina semplice, non troppo abburattata in meccanismi complicati. Quel tale romanziere renderà, con suo profitto, un segnalato servizio alla cosa pubblica.

 

 

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