Un ministro del Tesoro

Tratto da:

Per la giustizia tributaria

La Stampa

Data di pubblicazione: 14/01/1901

Un ministro del Tesoro

«La Stampa» 14[1] gennaio 1901

Per la giustizia tributaria, Torino-Roma, Roux e Viarengo, s. d. [1901], pp. 27-33

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925)[2], Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 264-267

 

 

 

 

Nel presente momento la figura del ministro del tesoro grandeggia sovra quella della più parte dei membri del gabinetto. Il problema urgente in Italia infatti è un problema finanziario e tributario.

 

 

È trascorso il tempo in cui si plaudiva ai finanzieri i quali sapevano presentare cifre meravigliose dinanzi agli occhi attoniti dei contribuenti; e si comprende invece quanto sia arduo il compito di chi presiede alla finanza pubblica.

 

 

Talvolta, ad incitamento ed a consiglio, giova ricordare le opere di chi seppe acquistarsi fama duratura nell’adempimento del proprio dovere. Oggi perciò noi vogliamo narrare qualcosa intorno a quello fra i ministri inglesi del tesoro, al quale si deve il più vigoroso impulso alla salvezza ed alla rigenerazione finanziaria dell’Inghilterra.

 

 

Quando Robert Peel nel 1842 salì al potere, un deficit di 2 milioni e mezzo di lire sterline era il retaggio di uomini abilmente passati in mezzo agli applausi delle moltitudini.

 

 

Né era il solo retaggio. Le classi povere si trovavano allora in uno stato di gravi sofferenze; la occupazione era scarsa ed i viveri a caro prezzo. Perciò le fazioni politiche estreme acquistavano credito e cresceva ogni giorno il seguito dei radicali più accesi. I chartisti – qualcosa di mezzo tra i repubblicani ed i socialisti d’oggidì nel nostro paese – davano molto da pensare al governo. Le dimostrazioni in piazza si succedevano ogni giorno.

 

 

Arduo era perciò il compito di sir Robert Peel, assunto al governo della nazione britannica come capo del partito conservatore.

 

 

Per somma ventura il Peel non si dimostrò impari all’impresa. Egli cominciò col dichiarare apertamente che era giunto il tempo di lasciar da parte tutto l’intricato bagaglio dei maneggiatori troppo abili delle cifre del bilancio, di bandire per sempre gli imbrogli, i prestiti mascherati, le appropriazioni dei depositi delle casse di risparmio e delle casse speciali di ammortamento, le emissioni di buoni del tesoro e tutti gli spedienti atti a posporre, non ad impedire lo scoppio della crisi. I bilanci doveano sovratutto essere sinceri. Doveano narrare senza infingimenti le somme spese e le somme incassate senza infingimenti e senza tergiversazioni.

 

 

Siccome il bilancio presentava un deficit di 2 milioni e mezzo di sterline, Peel ebbe il coraggio di dire al paese: è necessario o diminuire le spese o accrescere le entrate. Le spese non si possono diminuire se non operando tagli sugli stanziamenti ai servizi civili e militari; e siccome questi stanziamenti sono già fin troppo ridotti perché il servizio del debito pubblico assorbe quasi il 60% del bilancio passivo, così è dura necessità acconciarsi a pagare nuove imposte. Sarebbe imprudente e dannoso fare un debito, su cui si dovranno pagare interessi gravosi negli anni venturi. Non rimane altra via di scampo se non ricorrere ad una nuova tassazione. Chi tassare? Su un bilancio attivo di lire sterline 48.350.000, ben 22.500.000 lire sterline gittavan le dogane e 13.450.000 lire sterline le imposte interne di fabbricazione sui consumi. Tutti milioni pagati dalle moltitudini. Le imposte sui ricchi si riducevano a 4.400.000 lire sterline di imposte dirette e di 7.100.000 di tasse di bollo e sugli affari. La sproporzione era grande, come è agevole vedere, fra le imposte gravanti sulle masse in genere e quindi sperequate a danno dei poveri e le imposte incidenti sulla gente agiata e ricca.

 

 

Il conservatore Peel, capo di un ministero di grandi proprietari e di persone appartenenti alle classi alte non ebbe timore di proporre l’adozione di un nuovo tributo, o meglio la resurrezione di un tributo antico, contro di cui gli odii delle classi alte e medie si erano manifestati così violenti da costringere alla sua abolizione appena si erano dileguati gli ultimi timori delle guerre napoleoniche. Vogliamo alludere all’income tax, creata da Pitt nel 1799 per pagar le spese delle guerre contro la Francia, ed abolita nel 1816. Per quanto sgradita ai liberi britanni, sospettosi di tutto ciò che possa sembrare intrusione del governo nei segreti della home (della vita familiare) e degli affari privati, l’income tax fu, per la ferma ostinazione di Peel, accolta dal parlamento, prima per soli quattro anni e prolungata poi di anno in anno, sì da diventare parte integrante dell’edificio tributario dell’Inghilterra.

 

 

Veniva consacrato così il principio che le spese pubbliche debbono venir pagate non da chi nulla possiede, ma dai possessori della ricchezza; e si metteva bene in luce essere principio fondamentale della pubblica finanza e freno efficacissimo alle spese stravaganti ed inutili questo: che ai disavanzi ed alle spese nuove non si possa provvedere con un rialzo spesso inavvertito delle imposte sui consumi o con un nuovo debito i cui interessi saranno pagati dai posteri; ma si debba far fronte con un accrescimento dell’aliquota dell’imposta sul reddito. Se la nazione inglese vuole pigliarsi il gusto di guerreggiare all’estero o di buttar via all’interno i propri quattrini, faccia pure, diceva il Peel; ma sappia che entro l’anno dovrà pagare il conto in virtù dell’incremento automatico del tributo sulle entrate.

 

 

Ma non sarebbe bastato introdurre nel bilancio inglese il principio di giustizia distributiva che chi ha paghi, ed il principio di moralità e di prudenza che chi spende sappia di dover pagare. Era molto; ma non era sufficiente per un finanziere maestro nell’arte sua come Robert Peel, per un uomo il quale non disdegnava applicare nella pratica gli insegnamenti dalla scienza economica. E questa insegnava che sarebbe stato inutile escogitare un sistema idealmente giusto di tributi, ove il paese avesse continuato ad essere povero, il commercio arenato e le industrie ristagnanti. A coloro i quali soffrono, nessuna imposta per quanto giusta appare sopportabile. Robert Peel per conseguenza ridusse nel 1842 ben 750 su 1.200 dazi di introduzione sulle merci importate dall’estero; e ne abolì nel 1845 quasi altri 450. Né contento, nel 1846 soppresse del tutto i dazi sul grano e sugli altri cereali.

 

 

Le sue previsioni non furono smentite dai fatti. L’abolizione dei dazi sui cereali rese la vita delle masse lavoratrici a buon mercato. La riduzione e la abolizione dei dazi sulle materie prime e sui manufatti diedero nuovo impulso alle industrie ed ai commerci. I risultati sul bilancio pubblico furono immediati. Gli anni dal 1844 al 1847 segnano avanzi vistosi che variarono da 2,3 a 6,3 milioni di lire sterline. Il gettito delle dogane aumentò da 20.754.185 lire sterline nel 1842-43 a 21.086.265 lire sterline nel 1846-47, malgrado le riduzioni tariffarie.

 

 

Robert Peel, lasciando nel 1846 il governo, poteva dire con orgoglio di aver salvato le finanze della patria e di aver segnato la via su cui si sarebbero raccolti allori ancora più splendidi. Tanto più poteva essere orgoglioso dell’opera sua in quanto questa si inspirava a due principii di elementare evidenza: far sì che chi ha paghi in proporzione alle sue entrate; ed impedire che le imposte servano ad arricchire gli uni, spogliando gli altri, od a comprimere le spontanee energie industriali e commerciali del paese, come nel caso del dazio sui grani e degli altri dazi protettivi sulle materie prime e sui manufatti.

 

 

Chi sarà quel ministro del tesoro italiano il quale sappia meritare quelle lodi che il giudizio imparziale della storia tributa oggi a Robert Peel?

 

Sarebbe tempo che ai ministri empirici succedesse anche da noi un ministro

sapientemente ed audacemente riformatore.

 

 



[1] Con il titolo L’opera del ministro del Tesoro.[ndr]

[2] Con il titolo Per la giustizia tributaria III.[ndr]

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